Se solo un anno fa se si fosse ipotizzato un rendimento futuro del Btp decennale al 4,4% probabilmente si sarebbe stati presi per matti. Da mesi era allora in atto un trend ribassista che puntava verso il 3%. Poi è successo tutto quanto sappiamo, riportando l’inflazione a rialzare la testa e addirittura la Bce a riaumentare i tassi.
Fare ora ipotesi sul futuro è quindi difficile, vista la confusione geopolitica in corso. Gli investitori confermano a loro volta il totale smarrimento sulle strade da seguire. Dato che hanno spesso tanti Btp in portafoglio vale la pena vendere e attendere poi eventuali ulteriori storni delle quotazioni per rientrare? Ragioniamo su questa domanda con la massima lucidità possibile.
Accontentarsi delle cedole?
L’obbligazionista è tale perché vuole incassare cedole. Oggi però si presentano due motivi di disorientamento che potrebbero portare a fare errori.
Il primo sta nell’azionario. Ha dato tante soddisfazioni non solo in termini di performance dei prezzi ma anche di rendimenti distribuiti. Confrontare in futuro i due segmenti - azioni e bond - avrà meno senso rispetto agli ultimi anni e i numeri lo dimostrano. La volatilità giornaliera dell’indice azionario italiano (Ftse Mib) sta salendo e le previsioni in relazione ai dividendi portano a una loro stabilizzazione per il 2027. Chi ha necessità di rendimento comincia così a esprimere dubbi sulla validità futura di quest’alternativa.
Preferire allora di soffrire con i Btp, puntando sulla parte lunga della curva? In particolare sui più o meno trentennali con cedola sopra il 4%? È indubbio che la forte discesa delle loro quotazioni, tutte attestate sotto la pari, fa sperare in un rimbalzo futuro. Futuro appunto, ovvero imprevedibile nei tempi. C’è poi chi teme che il Tesoro sia costretto a proporre nei prossimi mesi nuove emissioni ancor più generose. In tal caso comprare ora avrebbe poco senso.
Due casi ben diversi
Il superamento dello yield del 5% da parte del Btp 4,65% 2055 (Isin IT0005668238) è certamente una svolta interessante, anche perché lo spread fra rendimento a scadenza e importo della cedola è tutto sommato marginale, il che non avviene – a caso - invece per l’1,7% 2051 (Isin IT0005425233), molto più penalizzato da questo punto di vista.
In sintesi – se non li si hanno ancora in portafoglio – i trentennali garantiscono quanto meno la soddisfazione di un rendimento immediato.
Ma se si hanno già in portafoglio, come è probabile, che si fa? Vendere o aumentare le posizioni per mediare i prezzi di carico al ribasso? Né l’una né l’altra soluzione sono una vera risposta all’incertezza del momento. Se si vende c’è la possibilità di un rimbalzo futuro che magari non si coglierebbe! Se si incrementano le posizioni si aumenta il rischio di esporsi sulla parte lunga della curva.
Scegliere i corti e i medio corti
La vecchia ricetta alternativa, proposta a grande voce negli ultimi mesi, di puntare sulla parte breve della curva è stata parzialmente vincente. Il Btp 3,15% 2031 (Isin IT0005619546) è sceso in poco tempo da oltre 100 agli attuali 96,6 Eur: ha perso quindi non poco. Tuttavia, in una prospettiva quinquennale questa consistente correzione provoca minori patemi d’animo rispetto alla crisi dei trentennali.
Anche il 2,8% 2028 (Isin IT0005619546) ha deluso, scivolando dagli oltre 100 di luglio agli attuali 98,6 Eur. Forse non ce lo si aspettava ma è un movimento marginale rispetto al vero e proprio crollo dei Btp lunghi. Ecco, quindi, una prima alternativa al quesito se incrementare le posizioni sui trentennali che già si avessero in portafoglio. Cogliere oggi le occasioni dei Btp con scadenze massime 5 anni appare una scelta giusta in una fase di totale insicurezza quale quella in corso. Questi i numeri che lo confermano.
| Scadenza | Yield in corso | Yield 1 anno fa |
|---|---|---|
| 1 anno | 3,10% | 2,05% |
| 2 anni | 3,44% | 2,25% |
| 3 anni | 3,56% | 2,37% |
| 5 anni | 3,83% | 2,81% |
Il movimento è stato netto e ben maggiore rispetto a quanto è avvenuto nelle scadenze oltre i 10 anni. Il tratto di curva quindi fino ai 5 anni risulta indiscutibilmente conveniente, anche se non si può escludere che ulteriore debolezza si manifesti nei prossimi mesi ma certamente minore rispetto a quanto si è visto dalla primavera 2026 in poi.
Inflation e tassi variabili, che si fa?
L’ultima alternativa è quella di mettere in portafoglio anche “inflation linked” e tassi variabili. Senz’altro sì ma puntando sulle scadenze corte, da eventualmente rollare su quelli successivi al loro rimborso. Questo per cogliere gli spostamenti in corso sia sul fronte dell’inflazione sia su quello dei tassi di interesse, senza correre il rischio di improvvise inversioni di trend fra uno o due anni. Su entrambi i fronti ecco due titoli di Stato più attraenti da seguire:
| Btp€i 1,3%Mg2028 | IT0005246134 | Inflazione europea | Stima yield in corso: 3,4% |
| Cct-Eu Tv Eur6m+0,8% Ot2028 | IT0005534984 | Euribor 6 mesi + spread 0,8% | Stima yield in corso: 3,1% |
Un portafoglio quindi composto da Btp a scadenza lunga con elevata cedola, Btp a scadenza medio corta, Inflation linked corto e Tasso variabile corto appare al momento un ottimo compromesso per affrontare l’incertezza futura, qualunque sarà l’evoluzione del quadro finanziario, politico ed economico. La soluzione è quindi tutto sommato più semplice di quanto forse non si pensi!
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