Fed e BCE: il rallentamento economico pesa sulla politica monetaria

Alla vigilia della riunione della Fed una cosa è certa: il rallentamento economico influisce sempre di più sulla politica monetaria delle banche centrali costrette a posticipare il loro processo di normalizzazione dei tassi di interessi. Draghi e Powell sempre più accomodanti

Fed e BCE: il rallentamento economico pesa sulla politica monetaria

Alla vigilia della riunione di domani della Federal Reserve si avranno sempre più indicazioni circa le future azioni di politica monetaria. Giovedì scorso Draghi ha parlato del rallentamento della crescita dell’Eurozona, corroborato da continui segnali di indebolimento.

La situazione in Eurozona

Tra i principali dati negativi la produzione industriale ha subito una flessione dell’1,7% a novembre e l’indice PMI composito è calato dell’1,2% arrivando a 51,1 punti a dicembre. Nonostante i dati macroeconomici emersi di recente, secondo Draghi la recessione è ancora remota, anche se l’attuale fase di debolezza potrebbe continuare ancora per diverso tempo.

A tal proposito l’espansione dovrebbe essere comunque supportata dall’aumento dei salari, dal livello di disoccupazione sceso ai livelli più bassi dal 2008, da minori prezzi degli energetici e da condizioni finanziarie favorevoli. In ogni caso gli spettri che l’area euro teme di più sono quelli relativi alle incertezze della Brexit e alla guerra commerciale tra Usa e Cina.

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La Federal Reserve

Oltreoceano domani si avranno nuove indicazioni sulla politica monetaria della Fed. Mentre l’economia si sta avvicinando alla fase finale del ciclo le condizioni finanziarie diventano sempre più restrittive. Anche l’istituto centrale statunitense così come la BCE si preoccupa di monitorare attentamente i dati economici per carpire indizi sullo stato di salute dell’economia.

Mentre per l’Eurotower il processo di normalizzazione monetaria deve ancora iniziare e pare ancora lontano, la Federal Reserve è divenuta più cauta circa il suo programma di rialzo dei tassi di interesse, già rivisto al ribasso rispetto quanto gli analisti si aspettavano fino a pochi mesi indietro. Gli Usa sembrano arrivati ad una condizione di neutralità, ovvero ad un livello di tassi che non stimola né limita la crescita.

Già nella riunione di fine 2018 la Fed aveva annunciato con toni più accomodanti che i rialzi nel 2019 sarebbero stati due invece che tre, mossa che ha permesso ai principali indici di risalire la china dopo il ribasso iniziato ad ottobre.

Probabilmente Powell rallenterà ancora il processo di rialzo dei tassi, dal momento che la banca centrale avrà la necessità di pesare l’impatto della contrazione delle condizioni finanziare e dei fondamentali economici a seguito dei rialzi del costo del denaro effettuati l’anno scorso.

Fed in vantaggio con il margine dei tassi di interesse

Le banche centrali più influenti al mondo si trovano in una condizione assai delicata e le loro azioni potranno condizionare in modo significativo il futuro dei mercati finanziari. Se l’attuale fase economica non dovesse sfociare in qualcosa di più grave il percorso delle banche centrali verrà stabilito in concomitanza con la bontà dei dati economici, ma se lo spettro della recessione dovesse rivelarsi corretto il Vecchio continente sarà in maggiore difficoltà rispetto gli Stati Uniti. Questi ultimi infatti mantengono un margine di manovra più elevato sulla leva dei tassi di interesse.

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