Argentina: bond prezzano scenario troppo cupo, tre fattori favoriscono rimbalzo

L’esito delle primarie dell’11 agosto scorso ha avuto forti ripercussioni negative sui mercati azionari e obbligazionari dell’Argentina. Ora i bond in valuta forte prezzano un rischio di default entro i prossimi 12 mesi del 63%, con un tasso di recupero in linea a quello del 2005. Tuttavia nonostante il recente crollo del peso argentino e lo stato di salute dell’economia del Paese sudamericano i prezzi delle obbligazioni appaiono ingiustificati. Ecco i motivi per cui le quotazioni potrebbero rimbalzare

 Argentina: bond prezzano scenario troppo cupo, tre fattori favoriscono rimbalzo

Le elezioni primarie in Argentina dello scorso 11 agosto si sono abbattute sui mercati finanziari di Buenos Aires come un fulmine a ciel sereno. Quelle che hanno rappresentato la prova generale in vista delle elezioni Presidenziali del prossimo 27 ottobre hanno infatti registrato l’inattesa vittoria del candidato del centro sinistra Alberto Fernandez con il 47% delle preferenze. Il Presidente in carica, Mauricio Macri, si è fermato al 32%, con un divario significativamente superiore a quello stimato da sondaggi ed esperti.

La reazione dei mercati è stata molto forte, con l’indice S&P Merval protagonista di una flessione di quasi 50 punti percentuali nella prima seduta post voto, seconda peggior seduta di sempre per le Borse a livello mondiale. Non solo il mercato azionario ha pagato dazio alle primarie: il peso argentino ha perso un terzo del suo valore, i titoli di Stato argentini circa il 40%. A intimorire gli investitori internazionali la possibilità che in caso di insediamento alla Casa Rosada Fernandez possa rompere le politiche economiche favorevoli al mercato, e sostenute dal FMI, portate avanti in questi anni da Macri.

Proprio l’attuale Presidente negli ultimi dieci giorni ha mosso alcuni passi per recuperare il consenso interno: ha lasciato l’incarico il ministro dell’economia, ma soprattutto ha aumentato del 25% il salario minimo, incrementato gli assegni sociali e tagliato le tasse per le fasce più povere. Queste decisioni potrebbero metter a rischio la promessa di equilibrio dei conti fatta da Buenos Aires al Fondo Monetario Internazionale in cambio di un prestito da 57 miliardi di dollari.

Ipotizzando che il FMI dia ancora il suo sostengo all’Argentina nei prossimi anni, secondo le stime degli analisti di Morgan Stanley il fabbisogno netto di finanziamento privato del governo sarà di 6 miliardi di dollari nel 2020 e di 14 miliardi di dollari nel 2021.

A fine 2018 l’entità del debito pubblico argentino era elevata, pari all’86% del PIL. Al di là della mole, a destare maggior preoccupazione è però la composizione del debito: il 77% di questo è infatti legato al tasso di cambio, elemento che implica una volatilità del relativo stock di debito.

Proprio questa tipologia di bond sovrani in valuta forte hanno fatto segnare quotazioni estremamente basse, con un prezzo medio di circa 48. “Questo livello sembra ingiustificato”, sostiene Koon Chow, EM Macro e FX Strategist EM Fixed Income di Union Bancaire Privée.

Se certamente le prospettive economiche sono diventate molto più incerte date le ormai alte possibilità di Fernandez di vincere le elezioni presidenziali e le sfide economiche che l’Argentina deve affrontare sono significative con un Paese in recessione e il Governo che ha un notevole bisogno di finanziarsi in dollari, per l’esperto di UBP “l’attuale prezzo medio dei bond sovrani in dollari prezza già molta di questa incertezza e il rischio di insolvenza”.

A sostegno del suo punto di vista, il gestore ricorda come il prezzo dei bond sia ora ben al di sotto del livello a cui le obbligazioni sono state scambiate nel 2014, quando l’Argentina ha fatto default l’ultima volta. Allora i prezzi si attestarono in area 70.

“Il basso prezzo attuale riflette probabilmente i timori di una ripetizione dei tassi di recupero del 28% registrati nel 2005 e con una probabilità implicita del 63% che ciò avvenga nei prossimi 12 mesi”, puntualizza Chow, secondo cui però “la ristrutturazione del 2005 non è un buon punto di riferimento perché l’esito di quel default è stato un decennio di isolamento economico e finanziario impopolare a livello dell’opinione pubblica del Paese, oltre a violente contese legislative con investitori che si sono rifiutati di partecipare alla ristrutturazione obbligazionaria iniziale”.

In occasione del default del 2001, il debito pubblico argentino era pari al 152% del PIL e il 19% delle entrate dello Stato era assorbito dal costo del debito. A fine 2018 tali valori erano pari rispettivamente all’86% e al 9%. “Altri fattori ci fanno ritenere che i prezzi attuali siano troppo bassi e ci sia quindi spazio per un rimbalzo”, conclude Chow sull’attuale situazione del Paese sudamericano.

I tre motivi a sostegno del rimbalzo delle quotazioni

L’esperto cita tre punti in particolare: la volontà di continuare a lavorare con l’FMI espressa da Fernandez e dei suoi consiglieri economici; l’interesse del rappresentante del centro sinistra a non avere mercati turbolenti che possano rivitalizzare il sostengo dei moderati a favore di Macri e la volontà del futuro Presidente di non ereditare un’economia con un peso in forte calo e investitori non interessati a sottoscrivere il debito argentino.

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