Quanto costa licenziare un dipendente quest’anno? Aumenta il valore del ticket di licenziamento da versare all’Inps, ecco gli importi aggiornati al 2025.
Sapevi che, nella generalità dei casi, licenziare un dipendente comporta per il datore di lavoro anche il versamento di uno specifico contributo all’Inps? Si tratta del cosiddetto ticket di licenziamento, che si aggiunge agli altri costi legati alla cessazione del rapporto, come il Tfr, i compensi arretrati, le ferie non godute e l’eventuale indennità sostitutiva del preavviso.
Il ticket, che rappresenta quindi soltanto una parte del costo complessivo del licenziamento, generalmente aumenta di anno in anno. Il suo valore è infatti collegato al massimale mensile della Naspi, a sua volta rivalutato periodicamente per adeguarlo all’andamento dell’inflazione.
Il legame tra i due strumenti non è casuale, dal momento che il contributo versato dalle aziende serve proprio a finanziare l’indennità di disoccupazione.
Lo stesso collegamento aiuta anche a capire quando il ticket deve essere pagato. Il contributo è dovuto, infatti, quando viene interrotto un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per una causa che riconosce al lavoratore almeno il diritto teorico alla Naspi, indipendentemente dal fatto che l’indennità venga poi effettivamente richiesta o percepita.
A tal proposito, ecco una guida aggiornata che spiega quanto costa licenziare un dipendente nel 2026, qual è il nuovo valore del ticket di licenziamento e in quali casi il datore di lavoro è tenuto a versarlo.
Che cos’è il ticket di licenziamento?
Prima di capire quanto costa al datore di lavoro licenziare un dipendente nel 2026, è importante chiarire cosa si intende per ticket di licenziamento.
Come anticipato, si tratta di un contributo obbligatorio introdotto dalla legge Fornero (legge 92/2012), che il datore di lavoro è tenuto a versare quando si verifica l’interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per una causa che riconosce al lavoratore il diritto teorico alla Naspi, indipendentemente dal fatto che l’indennità venga poi effettivamente richiesta o percepita.
Il ticket di licenziamento ha sostituito definitivamente, a partire dal 2017, il precedente contributo d’ingresso alla mobilità e rappresenta oggi un costo obbligatorio il cui valore dipende dall’anzianità aziendale del lavoratore e dalla tipologia di cessazione.
La sua funzione è duplice: da un lato serve a finanziare la Naspi, dall’altro ha uno scopo dissuasivo, in quanto rende i licenziamenti economicamente meno vantaggiosi per le aziende.
Quando si paga
Per capire quanto può costare il licenziamento di un dipendente a un datore di lavoro bisogna però prima specificare che il contributo a carico dell’azienda non è dovuto per tutte le tipologie di cessazione.
Il datore di lavoro è tenuto al pagamento del ticket per l’interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato che riconosce al dipendente il diritto alla Naspi, indipendentemente dal fatto che questo ne fruisca effettivamente.
Il contributo deve essere versato, ad esempio, in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo o soggettivo, licenziamento disciplinare o per giusta causa, come pure in caso di recesso del datore di lavoro al termine del periodo di formazione dell’apprendista.
Non è dovuto nessun contributo, invece, per la cessazione del rapporto a seguito della scadenza naturale di un contratto di lavoro a tempo determinato o nel caso di decesso del dipendente.
Niente ticket neppure quando il lavoratore presenta delle dimissioni volontarie ordinarie. Al contrario, il contributo deve essere pagato in caso di dimissioni per giusta causa, dal momento che queste danno diritto alla disoccupazione.
Per quanto riguarda le risoluzioni consensuali, il ticket è dovuto soltanto nelle ipotesi che permettono al lavoratore di accedere alla Naspi, come quelle intervenute nell’ambito della procedura di conciliazione prevista dalla legge.
Esclusi dal contributo sono anche i licenziamenti dei collaboratori domestici, degli operai agricoli che restano assoggettati alla disoccupazione agricola e dei lavoratori extracomunitari titolari di un permesso di soggiorno per lavoro stagionale.
Ticket di licenziamento 2026
Dopo aver visto quando il datore di lavoro è tenuto al versamento del contributo di licenziamento, è bene ora capire come calcolare tale somma.
Di norma, il datore di lavoro, a seguito del licenziamento, è tenuto a versare un contributo commisurato al massimale mensile della Naspi che per l’anno 2026 è pari a 1.584,70 euro.
A partire dal 1° gennaio 2018, tale contributo di licenziamento è stato raddoppiato per le imprese che rientrano nell’ambito di applicazione della Cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs) e che fanno ricorso ai licenziamenti collettivi.
In particolare, le imprese coinvolte che licenziano un dipendente assunto con contratto a tempo indeterminato devono versare un contributo maggiorato: l’aliquota percentuale dovuta è infatti innalzata all’82%, mentre l’importo può essere triplicato qualora il licenziamento avvenga senza il previo raggiungimento di un accordo sindacale. L’aliquota rimane invece ferma al 41% – e non è soggetta a tali maggiorazioni – negli altri casi e per i licenziamenti collettivi avviati entro il 20 ottobre 2017.
Nel dettaglio, il contributo si calcola in proporzione ai mesi di anzianità aziendale, senza alcuna distinzione tra lavoro a tempo pieno e part-time. Il primo e l’ultimo mese vengono considerati per intero quando la prestazione lavorativa si è protratta per almeno 15 giorni, mentre i mesi intermedi sono conteggiati integralmente. Per il 2026, la quota mensile è pari a 54,14 euro.
Quanto costa licenziare un dipendente nel 2026
Tenendo presente quanto visto finora e facendo i calcoli, emerge che il licenziamento di un dipendente nel 2026 comporta i seguenti costi per il datore di lavoro, sulla base del massimale Naspi indicato dall’Inps con la circolare n. 4 del 28 gennaio 2026:
- in caso di licenziamento individuale, si calcola il 41% del massimale mensile Naspi per ogni 12 mesi di anzianità del dipendente negli ultimi 3 anni. Considerato che il massimale per il 2026 è pari a 1.584,70 euro, il contributo dovuto dal datore di lavoro per i primi 12 mesi di rapporto è di 649,73 euro. Per i rapporti lavorativi di durata pari o superiore a 36 mesi, l’importo massimo da versare arriva a 1.949,19 euro;
- per i licenziamenti collettivi effettuati dalle aziende rientranti nella Cigs, il calcolo segue regole diverse: come anticipato, l’aliquota sale all’82% del massimale, raddoppiando quindi l’importo. Nel 2026 equivale a 1.299,45 euro per i primi 12 mesi di anzianità e a 3.898,35 euro per 3 anni. Se il licenziamento collettivo avviene senza un accordo sindacale, l’importo viene triplicato, arrivando fino a 11.695,05 euro per ciascun lavoratore.
Come recuperare il ticket di licenziamento dai compensi di fine rapporto dovuti al dipendente
All’esborso dovuto per il ticket di licenziamento vanno aggiunti i compensi di fine rapporto spettanti al dipendente. Non esiste, però, una regola generale che permetta al datore di lavoro di sottrarre automaticamente da queste somme il costo del ticket.
In passato alcuni giudici hanno riconosciuto all’azienda il diritto di recuperare dal lavoratore il contributo pagato quando il licenziamento era stato deliberatamente provocato dal dipendente, ad esempio attraverso assenze ingiustificate finalizzate a ottenere la Naspi. La giurisprudenza sul punto, tuttavia, non è uniforme e altre pronunce hanno respinto la richiesta di rimborso avanzata dal datore di lavoro.
Dal 2025, inoltre, il datore dispone di uno strumento alternativo. Quando l’assenza ingiustificata si protrae oltre il termine previsto dal contratto collettivo applicato oppure, in mancanza di una specifica previsione, per più di 15 giorni, può comunicarla all’Ispettorato territoriale del lavoro e considerare il rapporto risolto per dimissioni per fatti concludenti. In questo caso il lavoratore non ha diritto alla Naspi e il datore di lavoro non deve versare il ticket.