BCE: i tassi negativi sono davvero una novità?

Una novità quella del “fenomeno” dei tassi negativi che si osservano, nel mercato interbancario dell’euro, dall’agosto del 2014?

BCE: i tassi negativi sono davvero una novità?

Avevamo già parlato di tassi negativi (16 ottobre 2011), con riferimento all’ipotesi di demurrage sulla moneta, che diviene quindi a tasso di interesse negativo, in altre parole una forma di tassa che le fa perdere valore periodicamente.

Ipotesi distinta da quelle delle banche che praticano tassi negativi sui depositi, o da quella di un tasso interbancario negativo praticato da una Banca Centrale.

Un po’ di storia

La prima “moneta alternativa” e con demurrage, si può pervenire già nell’antico Egitto. Maurizio Pittau, economista, descrive la prassi, all’epoca in uso, di ricevere un gettone chiamato òstraka come ricevuta per il deposito di grano, in pratica moneta convertibile che divenne la più diffusa moneta fiduciaria.

All’òstraka veniva applicato un addebito di decumulo, cioè un costo per disporre della moneta nel tempo, che operava come un tasso di interesse negativo. Chi restituiva dieci gettoni, dopo un anno, avrebbe avuto in cambio soltanto il valore di nove gettoni in grano, a causa del deterioramento durante il deposito che ne aveva ridotte le quantità, e per il pagamento della custodia del deposito.

Pertanto, la moneta, in Egitto, circolava sempre e non c’era nessun incentivo ad accumularla. Si assistette a un periodo importante di crescita e benessere all’epoca: piuttosto che tesaurizzare moneta, ognuno investiva. Tuttavia, appena i romani introdussero il loro sistema monetario, con la pratica dell’interesse positivo, tutto ebbe fine.

In seguito, nella storia, si sono susseguite esperienze simili: negli Usa, nel 1933, nella Germania iperinflazionata del 1930, rammentiamo Herr Hebecker con il wara, quindi la Svizzera verso la fine degli anni ottanta che produsse i wir con Werner Zinnerman e Paul Enz, entrambi si ispirarono alle tesi di Silvio Gesell.

Keynes scriveva su Gesell nella Teoria Generale, riportandone la tesi che l’aumento del capitale reale era ostacolato dal saggio monetario di interesse, positivo cioè maggiore di zero, e che, eliminando tale freno, l’aumento del capitale reale sarebbe divenuto più rapido, giustificando probabilmente un saggio monetario di interesse uguale a zero.

Secondo Gesell, per ridurre il saggio monetario di interesse, la moneta poteva essere sottoposta a costi di mantenimento, allo stesso modo delle altre scorte di merci sterili. Gesell, inoltre, si era guadagnato anche l’approvazione del prof. Irving Fisher.
Tuttavia la moneta non è la sola a possedere un premio di liquidità, privandola di tale premio si sarebbe subito indotti a preferire una serie di surrogati: moneta bancaria, crediti a vista, monete estere, gioielli, metalli preziosi in genere, e così via.

Assiomaticamente e storicamente i mercati finanziari hanno conosciuto tassi di interesse nominali con segno positivo, talvolta tali se escludiamo gli effetti derivanti dall’inflazione. Le scienze finanziarie sono state fondate sul “postulato di rendimento del denaro”, posto da Bruno de Finetti, quasi novanta anni fa, quando osservava che

“questa restrizione costituisce piuttosto un dato di fatto d’ordine storico che non una necessità logica più o meno evidente: si potrebbe in teoria immaginare benissimo una situazione economica in cui, nessuno o pochissimi avendo bisogno di denaro a prestito, non si troverebbe convenienza ad accettare un importo impegnandosi a restituirlo più tardi accresciuto, e nemmeno per restituirlo intero, ma solo detraendo un certo importo per la custodia”.

Quindi tassi di interesse negativi.

Il caso Bankinter

Ha suscitato molta perplessità e curiosità, il caso accaduto nell’aprile del 2015, quando la banca spagnola Bankinter e alcune banche danesi hanno corrisposto ad alcuni clienti un tasso di interesse sul denaro agli stessi prestato a titolo di credito ipotecario. Pertanto, in tale logica, un creditore si ritroverebbe a dover pagare un interesse sul capitale investito, e un debitore riceverebbe un interesse sul capitale avuto in prestito?

La tipologia di tasso riferita al creditore o al debitore non è quindi univocamente determinata dal tipo di contratto, d’investimento o di finanziamento: credito e debito non sono più distinguibili dal segno dell’interesse.

Dalla crisi economica in poi

Osserviamo infatti che dalla crisi economica e finanziaria del 2007-2008, le banche centrali di molti paesi del mondo hanno gradualmente abbassato i tassi di interesse “guida”, a livelli anche negativi, per stimolare l’economia e come risposta alla recessione economica mondiale.

I tassi “guida” della BCE producono un effetto diretto sul tasso interbancario Eonia (european overnight index average – che varia all’interno del “corridoio dei tassi di interesse”); quindi, si propagano al tasso Euribor (euro interbank offered rate, per le diverse scadenze fino all’anno) e agli altri tassi del mercato finanziario. Attualmente, dal 18 settembre scorso, quindi invariati il 24 ottobre, i livelli del tasso di deposito e del tasso di rifinanziamento marginale, che definiscono il c.d. “corridoio dei tassi d’interesse”, sono uguali rispettivamente a -0,5% e a +0,25%.

Tuttavia le banche sino ad ora avevano preferito non traslare il costo dei tassi negativi della BCE, riducendo i loro margini di profitto, per continuare a corrispondere tassi positivi sui depositi.

Proponendo un confronto con il “costo” di detenere contanti, alcuni hanno affermato che i possibili tassi al dettaglio non dovrebbero scendere al di sotto di taluni livelli, perché in caso contrario si potrebbe assistere a fenomeni di spiazzamento delle forme di impiego a vista e di “fuga” dai depositi, correndo agli sportelli, poiché potrebbe essere più conveniente detenere cash infruttifero perché, nei confronti di altri tipi di investimenti avrebbe il vantaggio di non comportare alcun costo futuro, con conseguenze negative sugli assetti interni delle banche e sull’economia.

Paradossalmente si alimenterebbe la keynesiana trappola della liquidità, invece che contrastarla. Altre analisi hanno analizzato possibili forme di divieto all’uso del contante o di imposizione di una “tassa” al possesso di banconote.

Miles Kimbell, dall’Università del Michigan, propone in alternativa che le banche centrali offrano un tasso d’interesse negativo sul ritiro di contanti rispetto a quello per la detenzione dei depositi. Quindi non una corsa al ritiro ma una per depositare risparmi.

Tuttavia i quaderni giuridici della Consob di novembre 2017 dichiarano come non vi siano limiti né di tipo legale né dottrinale che impediscano l’uso di tassi negativi nei contratti di finanziamento.In tal caso, la politica monetaria potrebbe disincentivare l’attitudine al risparmio per finalità di investimento, che in Italia trova una tutela nella Costituzione. Ma osserviamo che l’interesse primario perseguito dal principio costituzionale consiste nella tutela dell’organizzazione,della solvibilità e della stabilità del sistema creditizio.

Pertanto la politica monetaria posta in essere dalla BCE – tramite i tassi “guida” – non potrebbe essere considerata tale da violare il principio costituzionale della tutela del risparmio. In primo luogo poiché i risparmiatoripossono sempre ottenere tassi di interesse soddisfacenti diversificando le loro attività.

In secondo luogo perché, con la propria politica monetaria, la BCE oltre a tutelare in via diretta la stabilità monetaria, tutela anche, in via indiretta, proprio lo stesso risparmiopoichéi risparmiatori hanno diritto alla stabilità dell’economia. Quindi il loro interesse dovrebbe coincidere in definitiva con quello dell’economia nel suo insieme.

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