Yardeni e Gundlach contro la Fed accomodante. Ecco cosa sta per cambiare per l’euro e i tuoi BTP

Redazione Money Premium

18 Maggio 2026 - 16:55

BCE pronta a rialzare i tassi? L’effetto domino dalla Fed può cambiare lo scenario per la valuta comune e i titoli di Stato.

Yardeni e Gundlach contro la Fed accomodante. Ecco cosa sta per cambiare per l’euro e i tuoi BTP

Mentre negli Stati Uniti il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, si prepara al suo debutto al timone dell’FOMC di giugno, il dibattito tra analisti si fa sempre più acceso.

Figure di spicco come Ed Yardeni di Yardeni Research e Jeffrey Gundlach di DoubleLine Capital spingono per una svolta decisa verso una politica più restrittiva, avvertendo che un orientamento ancora accomodante rischierebbe di far perdere il controllo sui tassi a lunga scadenza.

I rendimenti sui Treasury decennali si attestano intorno al 4,63%, quelli trentennali oltre il 5%, spinti dall’accelerazione dell’inflazione al 3,8% di aprile, con il petrolio sotto pressione per le tensioni in Iran. Un taglio dei tassi, secondo Gundlach, appare semplicemente impossibile in questo contesto.

Cosa può cambiare nella BCE?

Questa dinamica d’oltreoceano non resta isolata. Per gli investitori italiani, attenti al portafoglio in euro, il confronto tra le traiettorie della Fed e della BCE diventa centrale, perché influenza direttamente il cambio euro-dollaro, i rendimenti dei BTP e le prospettive di crescita nell’Eurozona. In un ambiente di inflazione importata da energia, la Banca Centrale Europea si trova di fronte a un dilemma simile ma con margini di manovra diversi, data un’economia più esposta agli shock energetici e una crescita più anemica.

Philip Lane, capo economista della BCE, ha recentemente delineato le condizioni per un possibile rialzo dei tassi già da giugno: un’inflazione core persistente, aspettative di prezzo non ancorate e un pass-through significativo dei costi energetici sui consumi.

Non si tratta di una stretta aggressiva, ma di un aggiustamento mirato a prevenire effetti di seconda battuta, soprattutto dopo che i mercati hanno iniziato a prezzare almeno due aumenti da 25 punti base nel 2026, a giugno e settembre. Un sondaggio Bloomberg tra economisti conferma questa traiettoria, con l’inflazione eurozona attesa salire verso il 2,9% quest’anno proprio per l’effetto Iran.

Cosa dicono gli analisti?

Carsten Brzeski, Global Head of Macro di ING, parla apertamente di un “hawkish shift” della BCE, ma con cautela. Secondo il suo outlook più recente, un rialzo dei tassi a giugno è «chiaramente in cantiere» e probabilmente necessario per dimostrare determinazione nel contrastare un’inflazione headline che potrebbe superare temporaneamente il 4%. Tuttavia, Brzeski sottolinea che non si tratta di una stretta prolungata

In linea con questa view, gli analisti di Lombard Odier hanno rivisto le proprie previsioni in senso più restrittivo. Si aspettano due rialzi da 25 punti base nel 2026, il primo a giugno, proprio per anticipare i rischi di effetti di seconda battuta sui salari e sui prezzi core derivanti dall’energia. Allo stesso tempo, mettono in guardia sul pericolo di un errore di politica: «Riteniamo che la BCE sarà costretta a invertire la rotta nel 2027 con tagli correttivi», perché la crescita già anemica dell’Eurozona (penalizzata da consumi deboli e investimenti frenati) non sopporterebbe a lungo una politica troppo restrittiva. Una posizione che bilancia prudenza hawkish con realismo sulle conseguenze reali dell’economia.

Felix Feather, economista di Aberdeen Investments, mantiene una visione costruttiva su ulteriori rialzi ma con un forte accento sulla cautela. Riconosce che l’attuale positioning della BCE segnala maggiore vigilanza, tuttavia avverte che «l’economia dell’Eurozona, già rallentata, richiede grande attenzione per non soffocare investimenti e consumi». Feather sottolinea il delicato trade-off: alzare i tassi per difendere la credibilità anti-inflazionistica è comprensibile, ma un eccesso di zelo rischierebbe di trasformare uno shock temporaneo in un freno strutturale alla ripresa.

Il consensus tra questi analisti di primo piano converge su un primo rialzo probabile a giugno, con un secondo possibile in autunno, ma tutti convergono anche su un messaggio comune agli investitori italiani: la BCE procederà data-dependent, riunione per riunione, senza pre-commitment a un ciclo di strette aggressive. Il rischio maggiore per i portafogli è un’over-reaction che rafforzi troppo l’euro nel breve termine per poi dover essere corretta, con volatilità sui BTP e sui mercati azionari europei.

Attenzione all’euro e ai titoli di Stato

Per l’euro queste considerazioni hanno implicazioni dirette. Un differenziale di politica monetaria che si restringe – con la Fed sotto pressione per restare hawkish e la BCE potenzialmente costretta a rispondere con rialzi selettivi – potrebbe limitare l’apprezzamento della moneta unica. Oggi l’EUR/USD oscilla in un range sensibile alle notizie geopolitiche e ai dati sull’energia. Se la BCE dovesse alzare i tassi per difendersi dall’inflazione importata mentre la Fed tiene i fed funds elevati, il dollaro potrebbe mantenere forza, penalizzando gli esportatori italiani ma sostenendo chi detiene assets in valuta americana o hedge sul cambio.

Gli investitori retail italiani, spesso esposti a titoli di Stato e fondi azionari europei, devono valutare con attenzione questo scenario. Un euro più debole favorirebbe le multinazionali dell’export, dal lusso alla meccanica, ma aumenterebbe i costi di importazione di energia e materie prime, con effetti a catena su margini aziendali e inflazione domestica. Al contrario, una BCE più aggressiva del previsto potrebbe stabilizzare i rendimenti dei periferici, inclusi i BTP, riducendo lo spread con il Bund ma pesando sulla crescita del PIL italiano, già fragile per i legami con l’economia tedesca.

Ed Yardeni sottolinea un aspetto tattico interessante anche per l’Europa: una Fed più hawkish potrebbe paradossalmente comprimere i rendimenti lunghi americani, alleggerendo le condizioni finanziarie globali. Nel Vecchio Continente, però, il rischio è opposto. Come nota Philip Lane, uno shock energetico prolungato costringerebbe Francoforte a ricalibrare le proiezioni, con l’inflazione che potrebbe toccare picchi trimestrali oltre il 3% nei prossimi mesi.

Il contesto resta volatile: tensioni geopolitiche, prezzi del petrolio e risposte delle due banche centrali determineranno se il 2026 sarà un anno di normalizzazione o di nuove sorprese inflazionistiche.In sintesi, le pressioni su Warsh a Washington si riflettono su Francoforte con un effetto domino che gli investitori italiani non possono ignorare. Una BCE pragmatica, guidata dai dati come auspicato da Lane e dal board, potrebbe sostenere l’euro nel medio termine, ma solo se riuscirà a bilanciare crescita e stabilità dei prezzi senza esagerare nella stretta. Il margine di errore è ridotto, e per i portafogli domestici la vigilanza resta la parola d’ordine.