Bitcoin ha reso lo 0% in 5 anni. Significa che dovrà crescere ora?

Tommaso Scarpellini

7 Agosto 2026 - 07:54

Zero rendimento in 5 anni: accumulo silenzioso o segnale di un declino che il mercato non vuole ancora vedere?

Bitcoin oggi tratterebbe praticamente sugli stessi livelli di novembre 2021.

Per chi ha imparato a leggere la price action di questa criptovaluta come una sequenza ininterrotta di record, si tratterebbe di un’anomalia che pochi si aspettavano di vedere proprio in questa fase dei mercati.

Ci si potrebbe chiedere se dietro questo silenzio nei prezzi si stia formando uno sconto destinato a colmarsi molto presto, oppure se qualcosa nella natura stessa di Bitcoin sia cambiato in modo definitivo, e se convenga davvero continuare ad aspettarsi un ciclo rialzista simile a quelli del passato.

Perché Bitcoin non si comporta come un’azione tradizionale

Chi prova ad applicare a Bitcoin le stesse logiche usate per valutare un’azienda quotata potrebbe trovarsi spiazzato. Non esisterebbe un multiplo sugli utili da osservare, né un bilancio, né un flusso di cassa da attualizzare. Il suo prezzo sembrerebbe rispondere quasi esclusivamente a due forze: l’ideologia monetaria che lo circonda e le dinamiche legate all’offerta della moneta stessa.

Per una parte consistente degli investitori, questa caratteristica non rappresenterebbe affatto un’anomalia, ma una regola del gioco ormai acquisita. Ogni quattro anni, in coincidenza con il dimezzamento della nuova offerta immessa sul mercato, si tenderebbe a leggere un possibile shock strutturale lato offerta. Finché il tetto massimo di unità in circolazione resterà fissato, secondo questa lettura, la progressiva svalutazione delle valute fiat potrebbe prima o poi accendere una nuova fase espansiva.

Il ciclo dei quattro anni e l’ipotesi dell’accumulo silenzioso

Guardando la storia recente, questo tipo di fase di stallo non sembrerebbe un evento da escludere a priori. Il mercato si sarebbe già abituato a osservare cicli quadriennali scanditi dall’halving, anche se questa volta la traiettoria sarebbe apparsa decisamente meno esplosiva rispetto al passato.

Alcuni osservatori parlerebbero, in questo contesto, di una fase di «accumulo della scarsità»: un periodo in cui il valore non verrebbe distrutto, ma semplicemente messo da parte, in attesa di condizioni monetarie più favorevoli per potersi esprimere.

In un contesto di tassi elevati, gli asset che si nutrono di liquidità abbondante, come Bitcoin, tenderebbero infatti a perdere parte del loro appeal agli occhi degli investitori. Questo però non equivarrebbe a dire che l’asset stia diventando meno scarso: il meccanismo di riduzione dell’offerta continuerebbe comunque a operare sotto la superficie, indipendentemente da quanto il mercato lo stia prezzando in questo momento. Se questa lettura fosse corretta, Bitcoin starebbe semplicemente accumulando valore silenziosamente, pronto a rilasciarlo non appena il contesto monetario dovesse tornare favorevole.

Il nodo dei tassi e la Federal Reserve

Se questa ipotesi avesse un fondamento, il prezzo di Bitcoin potrebbe finire per dipendere più dalle scelte delle banche centrali, e in particolare della Federal Reserve, che dal semplice calendario dell’halving. Si potrebbe ipotizzare una correlazione negativa con i rendimenti dei Treasury statunitensi: più questi ultimi scendessero, più il prezzo di Bitcoin potrebbe teoricamente salire.

Si tratterebbe, va detto, solo di una teoria. Ma guardando ai dati storici, non sembrerebbe un’ipotesi priva di logica.

Cosa è successo storicamente dopo fasi simili

Guardando agli ultimi dieci anni, le fasi di stallo prolungato non sarebbero mai state un punto di arrivo per Bitcoin, ma un passaggio ricorrente dei suoi cicli. Dopo l’halving del 2016 il prezzo sarebbe salito da $650 a $19.800, mentre dopo quello del 2020 la corsa avrebbe portato Bitcoin da $8.700 a $69.000.

Anche le congestioni più dure avrebbero avuto un seguito. Il crypto winter del 2018, con un minimo vicino ai $3.200, sarebbe stato seguito da un recupero parziale fino quasi a $14.000 nel 2019, prima di richiudere l’anno intorno ai $7.200. Il 2022, chiuso in negativo, avrebbe preceduto uno dei rimbalzi più marcati mai osservati, con un guadagno di circa il 156%, mentre il 2014, anch’esso negativo, sarebbe stato seguito da un 2015 in guadagno di circa il 35%.

Il ciclo più recente sembrerebbe aver seguito una traiettoria simile, con il 2023 chiuso a +110% e un nuovo massimo storico nel 2024 vicino ai $73.700, raggiunto ancora prima dell’halving.

Il rischio che in pochi vogliono guardare in faccia

Esisterebbe tuttavia anche una lettura decisamente meno rassicurante. Una parte degli investitori potrebbe essersi progressivamente convinta che Bitcoin non possieda un’utilità realmente misurabile, e che di fronte all’ondata di attenzione ed entusiasmo generata dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, l’asset digitale per eccellenza stia semplicemente passando in secondo piano nelle preferenze del capitale globale.

Se questo scenario dovesse concretizzarsi, un’eventuale rottura al ribasso dei livelli attuali non andrebbe interpretata come un semplice ritracciamento tecnico, ma come un segnale potenzialmente molto più serio, capace di innescare una fase di vendite ben più ampia di quanto molti oggi siano disposti ad ammettere.

Cosa portare a casa da questo scenario

Chi possiede Bitcoin in portafoglio, o sta valutando di entrarci ora proprio perché «non è mai stato così fermo da tanto tempo», farebbe bene a non lasciarsi guidare dall’emotività. Cinque anni di rendimento sostanzialmente piatto potrebbero rappresentare tanto l’anticamera di una nuova fase espansiva quanto il segnale di un cambiamento strutturale nella percezione di questo asset da parte del mercato.

Nessuna delle due letture, al momento, potrebbe dirsi più solida dell’altra. E probabilmente è proprio questa incertezza, più che una previsione già scritta, il dato più importante da portarsi a casa in questa fase.