Una lezione strategica per il presente: quando Reagan sfidò l’URSS con le guerre stellari

Guido Giaume

23/12/2025

Oggi la competizione sull’intelligenza artificiale solleva una nuova domanda: l’energia può diventare il punto debole della Cina?

Una lezione strategica per il presente: quando Reagan sfidò l’URSS con le guerre stellari

Negli anni Ottanta, gli Stati Uniti misero in campo una delle più ambiziose strategie geopolitiche del dopoguerra. Con Ronald Reagan alla Casa Bianca, la spesa militare americana raggiunse livelli record. Il programma più noto fu la Strategic Defense Initiative (SDI), soprannominata “guerre stellari”: un sistema di difesa antimissile basato su tecnologie avanzate, incluso lo spazio.

L’obiettivo era chiaro: rafforzare la posizione americana, ma anche mettere pressione sull’economia sovietica. L’Unione Sovietica, già sotto stress per le rigidità del proprio modello, cercò di rispondere. Ma il prezzo pagato fu altissimo.

Molti storici oggi concordano: non fu il solo riarmo a far crollare l’URSS. Ma contribuì. La spesa militare sovietica, già elevata, aumentò ancora. Il sistema economico centralizzato, inefficiente e dipendente dalle esportazioni energetiche, non resse all’urto. Il risultato fu un collasso strutturale nel giro di pochi anni.

In quel passaggio si è giocata una parte della fine della Guerra Fredda. Ma c’è un aspetto che merita di essere ripreso oggi: la strategia di mettere sotto pressione un sistema meno flessibile attraverso un’accelerazione tecnologica ed economica.

Oggi il fronte si è spostato. La sfida tra Stati Uniti e Cina non è più solo militare. È industriale, digitale e tecnologia. E uno dei campi più caldi è l’intelligenza artificiale.

L’AI richiede potenza di calcolo. E la potenza di calcolo richiede energia. Grandi quantità, in modo continuo e a basso costo. I data center che alimentano i modelli AI sono ormai tra i principali motori di domanda elettrica, e la loro crescita è destinata a proseguire almeno fino al 2030.

In alcuni scenari, negli USA, fino a metà della nuova domanda di elettricità potrebbe arrivare solo dai data center. La Cina segue da vicino, con consumi per AI in forte crescita e pressioni evidenti sulla rete elettrica.
Gli Stati Uniti puntano su un mix di fonti, con grande rilievo per gas naturale, nucleare e rinnovabili. Hanno però vincoli infrastrutturali e locali non trascurabili.

La Cina ha un approccio diverso: capacità di costruzione accelerata, investimenti paralleli su carbone e rinnovabili, e una pianificazione centralizzata. Ma anche qui emergono i limiti. La rete elettrica fatica a gestire i carichi irregolari dei data center, e i costi di transizione ecologica si fanno sentire.

Il governo cinese ha lanciato un piano per spostare i data center nelle regioni interne – più fredde, meno popolate, più ricche di energia eolica. Ma il progetto è complesso, e non risolve il problema strutturale di garantire energia abbondante, economica e stabile in modo distribuito.

La domanda diventa allora: può l’energia diventare per la Cina ciò che fu il riarmo per l’URSS?

Ad oggi, la risposta è prudente. La Cina ha una capacità di espansione più rapida e un margine di manovra più ampio rispetto all’URSS degli anni ’80. Ma sta entrando in una fase in cui i compromessi tra tecnologia, energia e sostenibilità diventano più costosi.
La sfida AI potrebbe rivelarsi – indirettamente – una trappola se il sistema non regge l’intensità energetica e logistica richiesta. Non oggi. Ma forse domani.

Questo non è solo un esercizio storico.
È un modo per leggere un potenziale squilibrio strategico che si sta formando in tempo reale. E come ogni squilibrio, ha implicazioni finanziarie. L’infrastruttura tecnologica ed energetica necessaria per sostenere la corsa all’AI è già oggi oggetto di investimenti massicci, pubblici e privati.