Le elezioni più importanti del 2026 in Italia e nel mondo

Emanuele Di Baldo

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Dall’Italia agli Stati Uniti, passando per Germania, Spagna, Brasile e Russia. Ecco tutti gli appuntamenti elettorali più importanti del 2026 quasi in archivio.

Le elezioni più importanti del 2026 in Italia e nel mondo

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Il 2026 si conferma, a due mesi dalla sua conclusione, come uno degli anni politicamente più intensi dell’ultimo decennio. In un mondo attraversato da conflitti armati, tensioni geopolitiche, crisi economiche e profonde trasformazioni sociali, oltre 40 Paesi - che rappresentano complessivamente più di un miliardo e mezzo di cittadini - sono stati chiamati alle urne. Non si è trattato solo di eleggere nuovi governi o rinnovare parlamenti: in molti casi il voto si è rivelato un vero e proprio referendum sul futuro delle democrazie, sulla collocazione internazionale degli Stati e sulla tenuta delle istituzioni. E i risultati clamorosi non sono mancati: dalla caduta di un’era in Ungheria al ribaltamento del quadro politico in Nepal, fino alla vittoria del movimento studentesco in Serbia, che il 25 ottobre ha chiuso 14 anni di potere di Aleksandar Vučić, e alla rimonta con cui Lula si è ripreso il Brasile al ballottaggio dello stesso giorno.

L’Europa si è presentata come uno dei principali laboratori politici del 2026. Dalle presidenziali in Portogallo alle parlamentari in Ungheria, fino alle regionali tedesche e al voto in Svezia, il continente ha vissuto una stagione elettorale segnata dall’avanzata delle destre radicali, dal logoramento dei governi di coalizione e dal tema sempre più centrale della sicurezza, interna ed esterna. In Germania l’AfD è diventata il primo partito in due Länder orientali, mentre in Svezia il centrosinistra ha vinto di tre seggi senza riuscire, finora, a formare un governo. Il conflitto in Ucraina, le tensioni con la Russia e il rapporto con gli Stati Uniti hanno fatto da sfondo a campagne elettorali sempre più polarizzate.

Fuori dall’Europa, il calendario è stato altrettanto fitto e decisivo. Gli Stati Uniti affrontano il 3 novembre le elezioni di midterm, un passaggio cruciale che determinerà il controllo del Congresso e il margine d’azione del presidente Donald Trump nella seconda metà del mandato. Il Brasile è tornato alle urne in un clima di forte polarizzazione e ha rieletto Lula, che al ballottaggio ha battuto Flávio Bolsonaro, figlio di Jair Bolsonaro. In America Latina, però, la tendenza dell’anno è stata la svolta a destra: Colombia e Perù hanno scelto due presidenti conservatori. In Medio Oriente, gli appuntamenti elettorali si sono intrecciati con conflitti aperti e instabilità cronica, al punto che in Libano il voto previsto a maggio è stato rinviato di due anni a causa della nuova guerra con Israele, mentre Israele vota il 27 ottobre.

Anche l’Africa e l’Asia sono state attraversate da appuntamenti delicatissimi: dalle elezioni generali in Uganda ed Etiopia, alle consultazioni in Bangladesh, Nepal e Thailandia, fino alle prime elezioni generali del Sud Sudan dall’indipendenza, fissate al 22 dicembre ma a rischio di un nuovo rinvio. In molti di questi Paesi, il voto è stato osservato speciale per il rispetto dei diritti politici, la sicurezza degli elettori e il rischio di interferenze esterne.

In questo scenario globale complesso, anche l’Italia ha vissuto il 2026 come un anno di passaggio importante, tra consultazioni locali e il ricorso allo strumento referendario, che a marzo ha prodotto una sonora bocciatura della riforma della giustizia voluta dal governo.

Gli appuntamenti elettorali in Italia del 2026

Il 2026 rappresenta per l’Italia un anno di transizione politica cruciale, collocato esattamente a metà del ciclo istituzionale che dovrebbe condurre, salvo crisi di governo o scioglimenti anticipati, alle elezioni politiche del 2027. Sebbene non fossero previste elezioni parlamentari né regionali ordinarie, il calendario elettorale dell’anno è stato tutt’altro che vuoto: al contrario, è stato caratterizzato da importanti consultazioni amministrative e soprattutto da un referendum costituzionale di portata nazionale, che ha avuto un impatto diretto sull’assetto della giustizia italiana - la famosa separazione delle carriere - e sugli equilibri tra i poteri dello Stato.

Dal punto di vista delle Regioni, il 2026 ha segnato una pausa dopo l’intensa stagione elettorale del 2025, che ha visto il rinnovo di sette governi regionali e una parziale ridefinizione della mappa politica del Paese. Nel corso dell’anno, infatti, nessuna delle 20 Regioni italiane è stata chiamata al voto per il rinnovo del Consiglio regionale e del Presidente. I mandati in scadenza, salvo eventi straordinari, porteranno la prossima tornata regionale al 2027, con la sola eccezione della Sicilia, che segue un calendario autonomo in quanto regione a statuto speciale. Anche sul fronte delle elezioni politiche nazionali, l’orizzonte resta fissato al 2027, qualora la legislatura giunga alla sua naturale conclusione.

Ben diverso è invece il quadro delle elezioni amministrative, che hanno costituito il cuore del calendario elettorale italiano del 2026. Il 24 e 25 maggio sono andati al voto 894 Comuni, 121 dei quali con più di 15.000 abitanti, per eleggere sindaci e consigli comunali, con un’affluenza definitiva del 60,1%, in calo di quasi cinque punti rispetto alla tornata precedente. Si trattava in larga parte dei Comuni che avevano votato nel secondo semestre del 2020, quando la pandemia di Covid-19 costrinse a rinviare le consultazioni previste originariamente in primavera. Questo slittamento ha prodotto un effetto a cascata, spostando le successive scadenze elettorali proprio al 2026. I ballottaggi si sono tenuti il 7 e 8 giugno.

Tra i Comuni coinvolti figuravano anche centri di grande rilevanza politica e amministrativa come Venezia e Reggio Calabria, entrambi conquistati dal centrodestra al primo turno. A Venezia Simone Venturini ha raccolto il 51,03%, superando il candidato del centrosinistra Andrea Martella (circa 39%) e succedendo a Luigi Brugnaro dopo 11 anni di amministrazione di centrodestra. A Reggio Calabria Francesco Cannizzaro è stato eletto con il 65,68%, riportando la città al centrodestra dopo 12 anni di guida di centrosinistra; a Salerno, invece, Vincenzo De Luca è tornato sindaco al primo turno con il 58,2%. Tutti i nomi sono raccolti nella mappa dei nuovi sindaci eletti alle comunali 2026.

Accanto alle amministrative, il 2026 è stato segnato da uno degli eventi politici più rilevanti dell’intero anno: il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, promosso dalla maggioranza che sostiene il governo guidato da Giorgia Meloni. La consultazione si è tenuta domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, con voto su due giornate consecutive. Trattandosi di un referendum confermativo, non era previsto alcun quorum di partecipazione: la riforma sarebbe entrata in vigore in caso di prevalenza dei sì, indipendentemente dall’affluenza.

L’esito ha però ribaltato le aspettative del governo: ha prevalso il No, con il 53,6% dei voti contro il 46,4% dei Sì, determinando la bocciatura della riforma che prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del CSM in due Consigli distinti e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. L’affluenza è stata del 58,9%, quasi il doppio del 30,6% registrato ai referendum abrogativi del 2025. Si tratta del terzo referendum costituzionale della storia repubblicana a respingere una riforma approvata dal Parlamento, dopo quelli del 2006 sulla devolution e del 2016 sulla riforma Renzi-Boschi, e di una sconfitta politica di peso per l’esecutivo Meloni. In un anno privo di elezioni politiche, il voto di marzo si è così confermato un termometro fondamentale degli equilibri politici italiani, destinato a influenzare in modo significativo la campagna elettorale che porterà al 2027.

Le elezioni più importanti del mondo nel 2026

Se in Italia questo è stato un anno non decisivo sotto diversi aspetti - ma comunque importante per alcune località - in altre parti del mondo si è votato anche per cambiare la storia, come dimostrano alcuni appuntamenti caldissimi tanto in Europa quanto in Africa e America Latina. E gli Stati Uniti hanno ancora davanti il passaggio più atteso, le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Ecco l’analisi mese per mese, con i risultati di tutte le consultazioni già svolte e gli appuntamenti che chiudono l’anno.

Gennaio

Gennaio 2026 ha aperto l’anno elettorale globale con una serie di consultazioni di grande rilievo, soprattutto in Africa, Europa e Sud-est asiatico. Il primo appuntamento si è tenuto l’11 gennaio in Benin, con le elezioni parlamentari per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale monocamerale. Il risultato ha confermato la totale egemonia della maggioranza che sostiene il presidente Patrice Talon: i due partiti governativi, l’Union Progressiste le Renouveau (41,15%) e il Bloc Républicain (36,64%), si sono spartiti tutti i 109 seggi, mentre il principale partito di opposizione, Les Démocrates, fermandosi al 16,14%, è rimasto escluso dal Parlamento non avendo superato la nuova soglia del 20% in tutte le circoscrizioni. Un risultato che, complice un’affluenza attorno al 37%, ha riproposto lo schema del 2019, con un’aula priva di opposizione.

Nello stesso giorno ha preso avvio anche la seconda fase delle elezioni parlamentari in Myanmar, un processo elettorale frammentato e fortemente contestato, organizzato sotto il controllo della giunta militare salita al potere con il colpo di Stato del 2021. Le votazioni si sono svolte in un contesto segnato da guerra civile, repressione dell’opposizione e isolamento internazionale, rendendo il risultato scarsamente rappresentativo ma politicamente rilevante per i rapporti tra Naypyidaw e i Paesi della regione.

Il 15 gennaio è stata la volta dell’Uganda, chiamata a votare per Presidente della Repubblica e Parlamento. L’ottantunenne Yoweri Museveni, al potere dal 1986, è stato riconfermato con il 71,65% dei voti, battendo nuovamente il leader dell’opposizione Bobi Wine, fermatosi al 24,72%. La consultazione, con un’affluenza del 52,1%, si è svolta in un clima di forte tensione, segnato da un blackout di internet su scala nazionale, arresti e violenze: l’opposizione ha denunciato brogli e definito i risultati “una farsa”, mentre l’ONU ha parlato di una campagna segnata da repressione e intimidazioni.

Il 18 gennaio l’Europa ha guardato al Portogallo, con il primo turno delle elezioni presidenziali. Nessuno degli undici candidati ha raggiunto la maggioranza assoluta: in testa il socialista António José Seguro (31,1%), seguito a sorpresa dal leader dell’estrema destra di Chega! André Ventura (23,5%), davanti al candidato della coalizione di governo. Per la prima volta in quarant’anni si è così reso necessario un ballottaggio, fissato per l’8 febbraio.

Infine, il 25 gennaio si è chiuso il ciclo elettorale del mese con la terza fase delle elezioni parlamentari in Myanmar, completando un processo che la comunità internazionale continua a non riconoscere come libero e democratico.

Febbraio

Febbraio ha concentrato alcune delle consultazioni più significative dell’anno, con voti capaci di determinare cambiamenti strutturali negli assetti di potere. Il mese si è aperto il 1° febbraio in Costa Rica, con le elezioni generali per eleggere Presidente della Repubblica, due vicepresidenti e i 57 membri dell’Assemblea Legislativa. Contro le previsioni, che davano per probabile un ballottaggio, ha vinto al primo turno Laura Fernández, del Partito Pueblo Soberano (vicino al presidente uscente Rodrigo Chaves), con circa il 48,5% dei voti, superando la soglia del 40% necessaria per evitare il secondo turno. Politologa quarantenne, Fernández si è insediata l’8 maggio come seconda donna alla guida del Paese, dopo aver battuto Álvaro Ramos del socialdemocratico Partido Liberación Nacional (circa 32%).

L’8 febbraio il Portogallo ha completato il proprio percorso elettorale: al ballottaggio, il socialista António José Seguro ha vinto con il 66,84% dei voti, doppiando André Ventura (33,16%). È un risultato storico per due ragioni: Seguro ha ottenuto il numero più alto di voti mai raccolto da un candidato nella storia portoghese grazie alla convergenza dell’elettorato moderato e conservatore, ma il dato di Ventura conferma la progressione costante dell’estrema destra, che a Bruxelles siede nel gruppo dei Patrioti per l’Europa.

Sempre l’8 febbraio, in Giappone, si è votato per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti in elezioni anticipate. La premier Sanae Takaichi, prima donna alla guida del Paese, aveva sciolto a sorpresa la Camera bassa a metà gennaio per consolidare la propria leadership dopo la rottura della storica alleanza tra Partito Liberal Democratico (Ldp) e Komeito e l’avvio della coalizione con Nippon Ishin. La scommessa ha pagato oltre ogni aspettativa: l’Ldp ha conquistato da solo 316 seggi sui 465, una maggioranza dei due terzi senza precedenti dal dopoguerra, che sommata ai 36 seggi di Ishin porta la coalizione a 352 e garantisce a Takaichi il pieno controllo del processo legislativo. Confermata premier dalla Dieta il 18 febbraio, ne è uscita enormemente rafforzata, con un mandato chiaro su costo della vita, rilancio dei salari reali e rafforzamento della difesa nazionale.

Lo stesso 8 febbraio si è votato anche in Thailandia, dove le elezioni parlamentari si sono tenute contestualmente a un referendum costituzionale. Contro i sondaggi della vigilia, che davano in ascesa le forze progressiste, gli elettori hanno premiato i partiti conservatori: il Bhumjaithai del premier ad interim Anutin Charnvirakul si è imposto come perno della nuova maggioranza, pur con il People’s Party (progressista) primo nel voto di lista proporzionale e vincitore in tutti i 33 collegi di Bangkok. Il referendum sull’avvio della stesura di una nuova Costituzione, in sostituzione di quella di matrice militare del 2017, è stato approvato dal 60% dei votanti, aprendo - sotto la regia di un Parlamento a guida conservatrice - un lungo e incerto percorso di riforma.

Il 12 febbraio è stata una data chiave per il Bangladesh, chiamato alle urne per elezioni generali e referendum costituzionale, primo voto realmente competitivo dopo la caduta del regime di Sheikh Hasina e il governo ad interim guidato da Muhammad Yunus. Il Bangladesh Nationalist Party (BNP) di Tarique Rahman ha ottenuto una vittoria schiacciante, conquistando circa i due terzi dei seggi, davanti al partito islamico Jamaat-e-Islami. Contestualmente è stato approvato il referendum sulla cosiddetta July Charter, con un pacchetto di riforme istituzionali. Il voto, con un’affluenza del 59,44%, si è svolto senza la Lega Awami di Hasina (esclusa dalla competizione) e non è stato riconosciuto come pienamente libero e corretto dal Dipartimento di Stato americano.

Il mese si è chiuso con il 22 febbraio in Laos, dove si sono svolte le elezioni parlamentari per l’Assemblea Nazionale. Pur trattandosi di un sistema a partito unico, il voto ha un valore politico interno perché definisce la composizione della classe dirigente che guiderà le politiche economiche e sociali nei prossimi anni.

Marzo

Marzo 2026 è stato un altro dei mesi più densi del calendario elettorale globale, con appuntamenti rilevanti in Asia, America Latina ed Europa. Il 5 marzo il Nepal ha eletto i 275 membri della Camera dei Rappresentanti in un voto anticipato, il primo dopo le proteste della cosiddetta Generazione Z che nel settembre 2025 avevano costretto alle dimissioni il governo di K.P. Sharma Oli. L’esito è stato un terremoto politico: il Rastriya Swatantra Party (RSP), formazione anti-establishment legata al sindaco-rapper di Kathmandu Balen Shah, ha ottenuto una vittoria travolgente, affermandosi come primo partito con oltre 120 collegi uninominali. Lo storico CPN (UML) ha registrato il suo peggior risultato di sempre, con lo stesso Oli sconfitto nel proprio collegio: la mobilitazione sociale si è tradotta, stavolta, in una netta rappresentanza istituzionale.

L’8 marzo è stato il turno della Colombia, che ha rinnovato Senato e Camera dei Rappresentanti. Il Pacto Histórico, la coalizione che ha portato Gustavo Petro alla presidenza, è risultato la prima forza al Senato (circa 22,8% e 25 seggi, cinque in più rispetto al 2022), davanti al Centro Democrático dell’ex presidente Álvaro Uribe (circa 15,6%). Lo stesso giorno le consultazioni interpartitiche hanno contribuito a selezionare i candidati in vista del primo turno presidenziale del 31 maggio, tra cui Paloma Valencia per il centrodestra uribista.

Il 15 marzo si è votato in Vietnam per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale. In un sistema a partito unico, le elezioni servono soprattutto a ridefinire gli equilibri interni al Partito Comunista e a confermare le priorità economiche del Paese.

Sempre il 15 marzo si sono tenute le elezioni presidenziali nella Repubblica del Congo: l’ottantaduenne Denis Sassou Nguesso è stato rieletto al primo turno con il 94,82% dei voti, secondo i dati ufficiali, estendendo a oltre 42 anni complessivi la propria permanenza al potere. Il voto, con un’affluenza dichiarata dell’84,65%, si è svolto con un nuovo blackout di internet e in assenza di una reale competizione: numerosi osservatori hanno parlato di un “score da plebiscito” che consolida il potere in carica senza risolvere i nodi della governance democratica. Nello stesso periodo, il 22 marzo, la Slovenia ha rinnovato il proprio Parlamento: il liberale Gibanje Svoboda del premier Robert Golob è rimasto il primo partito, ma per un solo seggio sul conservatore SDS di Janez Janša, perdendo la maggioranza e consegnando al Paese un quadro più frammentato e di incerta governabilità (affluenza al 70,25%).

Aprile

Aprile 2026 ha rappresentato uno snodo fondamentale dell’intero anno elettorale, con consultazioni ad altissimo impatto geopolitico.

Il 12 aprile si è consumata una delle sorprese più clamorose dell’anno: in Ungheria, il rinnovo dell’Assemblea Nazionale ha posto fine a oltre quindici anni di potere di Viktor Orbán. Il partito di opposizione Tisza, guidato dall’ex deputato europeo Péter Magyar, ha ottenuto una vittoria schiacciante, conquistando circa 138 seggi su 199 (con il 53,6% dei voti) e una maggioranza dei due terzi, contro i 55 seggi di Fidesz (37,8%). Con un’affluenza record dalla fine del comunismo, il voto è stato letto come una vittoria del fronte europeista e una sconfitta per i movimenti sovranisti del continente.

Sempre il 12 aprile, il Perù ha votato per Presidente della Repubblica, vicepresidenti e Congresso, che per la prima volta dal 1993 torna ad avere due Camere (con strascichi di voto il 13 aprile per la mancanza di materiale elettorale in molti seggi di Lima). In un quadro estremamente frammentato, con 35 candidati alla presidenza, Keiko Fujimori (Fuerza Popular) ha chiuso in testa il primo turno con il 17,18%, davanti all’esponente di sinistra Roberto Sánchez (12,03%), che ha staccato di poche migliaia di voti l’ultradestra di Rafael López Aliaga. La sfida si è poi decisa al ballottaggio del 7 giugno, in un clima reso teso da gravi irregolarità organizzative e da accuse di brogli prive di riscontri.

Sempre il 12 aprile, il Benin ha eletto il Presidente della Repubblica. Il delfino del presidente uscente Patrice Talon, il ministro delle Finanze Romuald Wadagni, ha vinto al primo turno con il 94,27% dei voti, contro il 5,73% dell’oppositore “moderato” Paul Hounkpè. Con un’affluenza del 63,57% e in assenza del principale partito d’opposizione (di nuovo escluso), il risultato bulgaro è stato giudicato dagli osservatori internazionali frutto di un processo né libero né equo, ma sancisce comunque il raro passo indietro di Talon, che lascia dopo due mandati.

Aprile è stato anche il mese del voto a Gibuti, dove il 10 aprile l’ottantenne Ismaïl Omar Guelleh è stato riconfermato per un sesto mandato con il 97,81% dei voti, dopo una modifica costituzionale del 2025 che ha rimosso il limite d’età; gran parte dell’opposizione ha boicottato la consultazione. Restano invece avvolte nell’incertezza le annunciate elezioni nazionali in Libia, da tempo considerate decisive per l’unificazione del Paese ma ancora una volta slittate, in un contesto segnato da governi paralleli e tensioni mai sopite.

Maggio

Maggio ha portato con sé un folto calendario, con consultazioni capaci di incidere sugli equilibri di Europa, Mediterraneo, Africa e America Latina, e con un rinvio destinato a pesare a lungo.

Il 7 maggio il Regno Unito ha affrontato una tornata articolata: si è votato per i consigli locali in Inghilterra, per il Parlamento scozzese e per il Senedd gallese. L’esito è stato un duro test per il governo laburista di Keir Starmer. In Scozia lo SNP è rimasto il primo partito con 57 seggi, mentre Laburisti e Reform UK si sono attestati a quota 17 ciascuno (con i primi seggi in assoluto per il partito di Nigel Farage a Holyrood). Ma è in Galles che si è registrato il dato storico: per la prima volta dall’istituzione del Senedd, i Laburisti non sono il primo partito. Con il nuovo sistema proporzionale a 96 seggi, Plaid Cymru ha vinto con 43 seggi, davanti a Reform UK (34, divenuta opposizione ufficiale), mentre il Labour è precipitato al terzo posto (9 seggi). Anche nelle amministrative inglesi i laburisti hanno subito perdite consistenti a vantaggio di Reform.

Il 17 maggio si è votato a Capo Verde per il Parlamento, in uno dei sistemi democratici più solidi del continente africano. Il PAICV, all’opposizione dal 2016, ha conquistato la maggioranza assoluta con 37 seggi e il 48,04% dei voti, mentre il MpD del governo uscente si è fermato a 33 seggi (44,75%), secondo i risultati definitivi della Commissione elettorale nazionale.

Il 24 maggio si sono tenute le elezioni legislative a Cipro, dove i cittadini hanno rinnovato la Camera dei Rappresentanti. Il centrodestra di DISY è rimasto il primo partito con il 27,1%, davanti alla sinistra di AKEL (23,9%); è cresciuta l’estrema destra di ELAM (10,9%, seggi raddoppiati), mentre hanno fatto il loro ingresso nuove formazioni anti-establishment, tra cui il movimento dell’eurodeputato Fidias Panayiotou. Restano sullo sfondo i grandi dossier europei, dalla politica migratoria alla questione irrisolta della divisione dell’isola tra parte greco-cipriota e turco-cipriota.

A maggio era atteso anche uno degli appuntamenti più delicati dell’area mediorientale, le elezioni parlamentari in Libano, inizialmente fissate per il 10 maggio. Il voto è però stato rinviato di due anni, al 2028: il 9 marzo il Parlamento ha approvato la proroga del proprio mandato a causa dell’escalation della guerra tra Israele e Hezbollah, in un Paese già stremato da crisi economica, collasso dei servizi pubblici e profonda sfiducia nelle istituzioni. Un rinvio osteggiato da gran parte dei partiti cristiani e destinato ad acuire le tensioni sul futuro assetto del potere e sul ruolo di Hezbollah.

Il momento politicamente più rilevante del mese è arrivato il 31 maggio, con il primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia. Con il presidente uscente Gustavo Petro non rieleggibile, il Paese ha affrontato una competizione aperta, segnata da violenza politica, fragilità sul fronte della sicurezza e tensioni sociali. Contro i pronostici, il primo posto è andato all’avvocato penalista di estrema destra Abelardo de la Espriella, detto “El Tigre”, mai eletto prima a una carica pubblica e vicino a Donald Trump, con il 43,7%, davanti al senatore del Pacto Histórico ed erede politico di Petro Iván Cepeda (40,9%). Paloma Valencia si è fermata al 6,9% e ha annunciato il proprio sostegno a de la Espriella in vista del ballottaggio.

Giugno

Giugno 2026 è stato un mese decisivo soprattutto per Africa, Caucaso, America Latina e Asia orientale, con elezioni che hanno messo alla prova la tenuta di sistemi politici segnati da conflitti, transizioni incompiute e forti pressioni geopolitiche.

Il 1° giugno l’Etiopia è andata alle urne per le elezioni generali, rinnovando il Parlamento federale. Come previsto, il Prosperity Party del primo ministro Abiy Ahmed ha vinto con ampio margine, conquistando 438 dei 501 seggi in palio alla Camera dei Rappresentanti del Popolo, che ne conta in tutto 547: non si è votato infatti in Tigray e in parte dell’Amhara, mentre in Oromia i problemi di sicurezza hanno impedito l’apertura di 143 seggi. Il consiglio elettorale ha indicato un’affluenza del 94%, ma la consultazione è stata criticata perché gran parte degli oppositori non ha potuto partecipare e i critici più noti erano in carcere o in esilio. Il nuovo Parlamento è chiamato a riconfermare Abiy per altri cinque anni.

Il 3 giugno si sono tenute le elezioni locali in Corea del Sud, con l’elezione di governatori, sindaci e consigli locali. Il Partito Democratico del presidente Lee Jae-myung ha vinto la maggior parte delle sfide, ma ha perso quella più simbolica: a Seul è stato confermato il sindaco conservatore Oh Se-hoon del People Power Party, che a sua volta ha perso Busan, seconda città del Paese. L’affluenza ha raggiunto il 61%, il dato più alto dal ritorno delle elezioni locali nel 1995.

Il 7 giugno il Perù ha deciso il ballottaggio presidenziale con uno dei margini più stretti della storia recente dell’America Latina: Keiko Fujimori ha vinto con il 50,13% contro il 49,86% di Roberto Sánchez, con poco meno di 50.000 voti di scarto. Il Jurado Nacional de Elecciones l’ha proclamata presidente eletta il 3 luglio, respingendo la richiesta di annullare parte dei voti avanzata dallo sconfitto. Alla quarta candidatura dopo tre ballottaggi persi, Fujimori è la prima donna eletta alla presidenza del Perù e si è insediata il 28 luglio in un Paese che dal 2016 aveva già cambiato otto presidenti.

Sempre il 7 giugno si sono tenute le elezioni parlamentari anticipate in Armenia, in un contesto geopolitico estremamente delicato. Il partito Contratto Civile del primo ministro Nikol Pashinyan ha vinto con il 49,81% e 64 seggi, battendo l’alleanza Armenia Forte del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan. Il voto, il primo dopo la sconfitta del 2023 e la perdita del Nagorno-Karabakh, era di fatto un referendum sull’avvicinamento all’Unione Europea e sui negoziati di pace con l’Azerbaigian: gli osservatori hanno segnalato interferenze russe e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è subito congratulata con Pashinyan.

Il 21 giugno la Colombia ha chiuso la partita presidenziale con il ballottaggio più partecipato di sempre (63,59% degli aventi diritto). Abelardo de la Espriella ha vinto con il 49,65% contro il 48,70% di Iván Cepeda, una differenza inferiore a un punto percentuale. Cepeda e Petro hanno chiesto il riconteggio di decine di migliaia di seggi, ma lo scrutinio definitivo della Registraduría ha confermato un risultato quasi identico a quello preliminare. Dopo quattro anni del primo presidente di sinistra della sua storia, la Colombia si è così unita alla svolta a destra di buona parte della regione; de la Espriella si è insediato il 7 agosto.

Il 28 giugno, in Thailandia, si sono svolte le elezioni del governatore di Bangkok e del Consiglio Metropolitano. Bangkok è il cuore economico e politico del Paese, e il governatore dispone di ampi poteri amministrativi. Il governatore uscente Chadchart Sittipunt, indipendente, è stato rieletto con 1.537.784 voti, record assoluto che supera il suo stesso risultato del 2022, vincendo in tutti i 50 distretti. Il People’s Party, che a febbraio aveva conquistato tutti i 33 collegi parlamentari della capitale, ha visto il proprio candidato sconfitto nettamente e si è fermato a 22 dei 50 seggi del Consiglio. L’affluenza è stata del 49,7%, circa dieci punti in meno rispetto al 2022.

Luglio

Luglio 2026 è stato un mese elettoralmente meno affollato, ma non privo di appuntamenti significativi, soprattutto in Nord Africa e nell’Africa occidentale.

Il 2 luglio si sono svolte le elezioni parlamentari in Algeria per i 407 seggi dell’Assemblea Popolare Nazionale. Il voto ha confermato il ruolo dominante dell’apparato statale: il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) è rimasto il primo partito con 91 seggi, secondo i risultati definitivi della Corte costituzionale. Il dato più osservato è stato però quello della partecipazione, scesa al 21,24% sul territorio nazionale e al 10,75% all’estero, il minimo nella storia delle legislative algerine, segnale della difficoltà del sistema politico di assorbire il malcontento sociale legato a economia, occupazione e riforme.

Il 19 luglio a São Tomé e Príncipe si sono tenute le elezioni presidenziali, un passaggio importante per uno dei più piccoli Stati africani, ma anche uno dei più stabili dal punto di vista democratico. Il presidente uscente Carlos Vila Nova è stato rieletto al primo turno con il 55,88%, secondo i dati definitivi del Tribunale costituzionale, davanti a Nito d’Abreu (circa 42%), che ha riconosciuto la sconfitta. La missione di osservazione dell’Unione Europea ha descritto una giornata pacifica e ben organizzata, segnata però da un’astensione intorno al 58,8%, minimo storico di partecipazione nel Paese. In un contesto regionale spesso segnato da colpi di Stato e autoritarismo, il voto rappresenta un segnale positivo per la democrazia nell’Africa lusofona.

Agosto

Ad agosto i riflettori erano puntati su Zambia e Haiti, ma solo uno dei due appuntamenti si è effettivamente svolto.

Il 13 agosto lo Zambia ha affrontato le elezioni generali, eleggendo Presidente, Parlamento e autorità locali. Il presidente uscente Hakainde Hichilema è stato rieletto con il 60,49% dei voti, evitando il ballottaggio contro un campo di 13 sfidanti guidato dall’ex ministro provinciale Brian Mundubile. Il voto era cruciale per definire l’orientamento economico del Paese, alle prese con debito, inflazione e riforme strutturali, e per molti elettori è stato un giudizio sul primo mandato di Hichilema, durante il quale l’economia è tornata a crescere. La consultazione è stata però segnata da una sospensione senza precedenti dello scrutinio su scala nazionale, dopo attacchi al personale elettorale e furti di schede, e dall’arresto di 11 persone legate all’opposizione, che ha denunciato brogli senza fornire prove.

Ad Haiti il primo turno delle elezioni generali, fissato per il 30 agosto, è stato invece rinviato al 13 dicembre, con un eventuale ballottaggio il 21 febbraio 2027. Il Paese vive una crisi profonda, con insicurezza diffusa, controllo territoriale delle gang armate e istituzioni estremamente fragili: già a maggio il primo ministro Alix Didier Fils-Aimé aveva ammesso che le condizioni di sicurezza non consentivano di votare ad agosto, e la registrazione degli elettori nel dipartimento dell’Ovest, quello di Port-au-Prince, è partita solo a fine luglio.

Settembre

Settembre 2026 si è confermato uno dei mesi più densi e strategicamente rilevanti dell’intero calendario elettorale mondiale, soprattutto in Europa, dove si sono concentrate elezioni nazionali, regionali e legislative capaci di influenzare gli equilibri dell’Unione Europea e la stabilità politica del continente.

Il 2 settembre, in Estonia, il Parlamento ha eletto al primo scrutinio la nuova presidente della Repubblica: la cancelliera della Giustizia Ülle Madise, unica candidata, ha ottenuto 71 voti, oltre la soglia dei due terzi (68 su 101 deputati), evitando così il ricorso al collegio elettorale allargato ai rappresentanti locali. Seconda donna alla guida del Paese, Madise ha giurato il 12 ottobre, succedendo ad Alar Karis. In un contesto baltico fortemente segnato dalla guerra in Ucraina e dalle relazioni con la Russia, la scelta del capo dello Stato assume una valenza strategica, soprattutto sul piano della politica estera e della sicurezza.

In Germania, il 6 settembre la Sassonia-Anhalt ha consegnato all’AfD il risultato più forte della sua storia regionale: 43,8% dei voti e 39 seggi su 83, più del doppio rispetto al 2021, con un’affluenza vicina al 78%, la più alta dalla riunificazione. La CDU è crollata al 17,2% (15 seggi), SPD, Verdi e Linke hanno ottenuto 8 seggi ciascuno, il BSW di Sahra Wagenknecht 5, mentre l’FDP è rimasta fuori. L’AfD si è fermata a tre seggi dalla maggioranza assoluta e i partiti che escludono accordi con il candidato Ulrich Siegmund contano insieme 39 seggi, gli stessi dell’AfD, lasciando ai cinque deputati del BSW un peso decisivo nella formazione del governo.

Due settimane dopo, il 20 settembre, si è votato a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, con esiti opposti ma un comune denominatore: il crollo della CDU del cancelliere Friedrich Merz. Nel Meclemburgo l’AfD è diventata il primo partito con il 38,2%, davanti alla SPD della presidente Manuela Schwesig (35,5%), mentre la CDU, con il 4,9%, è rimasta fuori da un Parlamento regionale per la prima volta nella sua storia; Merz ha definito il risultato “un disastro”. A Berlino ha vinto invece la sinistra di Die Linke, al 25,7%, il miglior risultato di sempre, davanti alla CDU del sindaco uscente (18,8%) e all’AfD (16,3%). La candidata Elif Eralp punta a diventare la prima sindaca di origini turche della capitale alla guida di una coalizione con Verdi e SPD.

Il voto più osservato è stato senza dubbio quello in Svezia, dove il 13 settembre i cittadini hanno eletto i 349 membri del Riksdag, il Parlamento monocamerale. Le elezioni svedesi rappresentavano un test cruciale per il governo di centrodestra guidato da Ulf Kristersson e sostenuto esternamente dai Democratici Svedesi, forza di destra radicale che puntava a entrare per la prima volta nell’esecutivo. Al centro della campagna elettorale figuravano sicurezza, criminalità, immigrazione, costo della vita ed energia. Il centrosinistra guidato dalla socialdemocratica Magdalena Andersson ha vinto per 176 seggi a 173, mentre i Democratici Svedesi sono scesi al 17,6%. Kristersson si è dimesso il 17 settembre e guida un governo ad interim, ma i quattro partiti di centrosinistra non hanno trovato un accordo sulla composizione dell’esecutivo: il 15 ottobre il Riksdag ha respinto il tentativo di Andersson di formare un governo di minoranza, e la palla è passata a Kristersson.

Il 23 settembre si è votato in Marocco per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti, il ramo principale del Parlamento. Sebbene il sistema politico resti fortemente influenzato dal ruolo del re Mohammed VI, le elezioni determinano la composizione del governo e il margine di manovra dell’esecutivo su riforme economiche e sociali. Il Partito Autenticità e Modernità (PAM) è arrivato primo con 97 seggi su 395, scavalcando il RNI del governo uscente, sceso da 102 a 66 seggi, mentre l’Istiqlal ne ha ottenuti 65 e il PJD islamista è tornato in gioco con 54. L’affluenza si è fermata al 38,02%, il dato più basso dal 2007. Come prevede la Costituzione, il nuovo capo del governo è stato scelto nel partito arrivato in testa: l’incarico di formare la coalizione è andato a Fatima Ezzahra El Mansouri (PAM).

E poi, dal 18 al 20 settembre, si sono tenute le elezioni legislative in Russia per il rinnovo della Duma di Stato, le prime dall’invasione dell’Ucraina nel 2022, con voto distribuito su tre giorni e possibilità di votare online in molte regioni. Il partito Russia Unita, direttamente legato al presidente Vladimir Putin, ha ottenuto secondo la Commissione elettorale centrale il 57,83% dei voti e un numero record di seggi (355 su 450 nei dati preliminari, contro i 324 del 2021), ben oltre la maggioranza costituzionale. Il Partito Comunista si è fermato al 13,81%, i nazionalisti del Partito liberaldemocratico all’8,98% e Nuova Gente al 7,96%, con un’affluenza intorno al 59%. Il voto si è svolto in un contesto fortemente controllato dal Cremlino e privo di reale competizione democratica: il Consiglio dell’UE ha parlato di un contesto politico sempre più autoritario e ha dichiarato di non riconoscere i risultati nei territori ucraini occupati.

Sempre in Europa, il 27 settembre si sono tenute le elezioni del Senato francese, con il rinnovo di 178 seggi su 348 attraverso circa 94.000 grandi elettori: un voto indiretto ma politicamente rilevante in vista delle presidenziali del 2027, poiché misura il radicamento territoriale dei partiti. Lo stesso giorno a São Tomé e Príncipe erano convocate le elezioni legislative, amministrative e regionali, a completamento del ciclo elettorale iniziato con le presidenziali di luglio.

Ottobre

Ottobre 2026 è stato un altro mese particolarmente osservato a livello globale, con elezioni di portata continentale e internazionale che hanno prodotto almeno due svolte inattese.

Il 4 ottobre il mondo ha guardato al Brasile, dove si sono tenute le elezioni generali per eleggere il Presidente della Repubblica, il Congresso Nazionale, i governatori e le assemblee legislative statali. La destra, orfana di Jair Bolsonaro, che sta scontando una condanna a 27 anni per il tentato colpo di Stato del 2022, ha puntato sul figlio Flávio Bolsonaro, che al primo turno ha sorpreso tutti chiudendo in testa con il 47,03% contro il 45,16% del presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva, con un’affluenza del 79%. Al ballottaggio del 25 ottobre, però, Lula ha completato la rimonta: secondo l’autorità elettorale ha ottenuto il 51,74% dei voti contro il 48,26%, con oltre quattro milioni di voti di scarto, e conquistato il quarto mandato. Flávio Bolsonaro non ha riconosciuto il risultato e ha annunciato che chiederà l’annullamento del voto. Lula dovrà governare con un Congresso dominato dalla destra, e l’esito del voto brasiliano avrà ripercussioni su America Latina, clima e relazioni con Stati Uniti e Cina.

Il 4 ottobre si è votato anche in Bosnia-Erzegovina, dove gli elettori hanno scelto la presidenza tripartita e i parlamenti nazionali e locali. Le elezioni si sono svolte in un sistema istituzionale complesso e fragile, segnato da divisioni etniche tra bosgnacchi, serbi e croati, e decisivo per la stabilità dei Balcani occidentali e per il processo di integrazione europea. I tre seggi della presidenza sono andati a Denis Bećirović (SDP) per i bosgnacchi, Željka Cvijanović dell’SNSD di Milorad Dodik per i serbi e Darijana Filipović dell’HDZ BiH per i croati. Con un’affluenza ai minimi storici, i partiti etnici hanno rafforzato la propria presa sul Paese e Dodik ha rivendicato la vittoria pur non essendo candidato.

Il 25 ottobre la Serbia ha votato in elezioni parlamentari anticipate, convocate da Aleksandar Vučić dopo due anni di proteste guidate dal movimento studentesco. Vučić si era dimesso da presidente della Repubblica per guidare la lista del suo Partito Progressista Serbo e candidarsi a premier, ma il voto, il più partecipato di sempre, lo ha sconfitto nettamente: la Lista degli studenti ha ottenuto circa il 52% contro il 39% di “Aleksandar Vučić - Serbia unita”, conquistando intorno ai 140 seggi su 250, sopra la soglia di maggioranza di 126. Vučić ha ammesso la sconfitta prima ancora della diffusione dei risultati, mentre i socialisti di Ivica Dačić sono rimasti fuori dal Parlamento. Si chiude così il predominio dell’SNS iniziato nel 2012.

Infine, il 27 ottobre si tengono le elezioni legislative in Israele, che determinano la composizione dei 120 seggi della Knesset e la formazione del governo. Per la prima volta dal 1988 il voto arriva alla scadenza naturale della legislatura ed è il primo dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e le guerre che ne sono seguite. Il voto rappresenta un referendum politico sulla leadership di Benjamin Netanyahu, sulla gestione della guerra a Gaza, sulla sicurezza nazionale e sulle controverse riforme giudiziarie; il principale sfidante è l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot. I sondaggi indicano uno scenario frammentato: una rilevazione di inizio ottobre assegnava 53 seggi al blocco di Netanyahu, lontano dai 61 necessari per la maggioranza.

Novembre

Novembre 2026 è dominato dalle elezioni di midterm negli Stati Uniti, in programma il 3 novembre, uno degli appuntamenti più influenti per la politica globale. Gli elettori statunitensi rinnovano tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti, circa un terzo del Senato, numerosi governatori e assemblee legislative statali.

Tradizionalmente sfavorevoli al partito del presidente, queste elezioni rappresentano un test decisivo per Donald Trump, determinando la sua capacità di governare negli ultimi due anni del mandato.

I temi centrali includono inflazione, politica economica, dazi, immigrazione, politica estera e tensioni istituzionali. Un cambio di maggioranza al Congresso potrebbe bloccare o rallentare l’agenda presidenziale, con effetti diretti anche sugli equilibri internazionali.

Il 4 novembre in Sudafrica si tengono le elezioni municipali, fondamentali per il controllo delle grandi aree urbane e per la gestione di servizi essenziali come acqua, elettricità e trasporti. Il voto è un banco di prova per l’African National Congress, al potere dalla fine dell’apartheid, ma sempre più indebolito da crisi economica e scandali, e la politica delle coalizioni resterà decisiva soprattutto nelle grandi città metropolitane.

Il 15 novembre si vota a Capo Verde per il primo turno delle elezioni presidenziali, che completano il ciclo istituzionale aperto con le legislative di maggio. Il presidente uscente José Maria Neves, espressione del PAICV, cerca il secondo mandato contro Joana Rosa, ex ministra della Giustizia sostenuta dal MpD.

Il 28 novembre si vota a Taiwan per le elezioni locali, che coinvolgono sindaci e consigli municipali. Il risultato è particolarmente osservato da Pechino, poiché rappresenta un indicatore del consenso verso i partiti favorevoli o contrari a un avvicinamento alla Cina continentale. Nello stesso giorno, in Australia, lo Stato di Victoria rinnova il proprio Parlamento, in un voto che può incidere sugli equilibri politici nazionali.

Dicembre

Dicembre chiude l’anno elettorale con appuntamenti cruciali soprattutto in Africa, nei Caraibi e nei Balcani. Il 5 dicembre si tengono le elezioni presidenziali in Gambia, con un solo turno di voto: il presidente uscente Adama Barrow, al potere dalla fine del regime autoritario di Yahya Jammeh, si candida per un contestato terzo mandato, reso possibile dall’assenza di limiti nella Costituzione del 1997. Il voto mette alla prova le istituzioni e la capacità del Paese di garantire elezioni libere e credibili; le legislative seguiranno il 10 aprile 2027.

Il 13 dicembre è fissato, dopo il rinvio di agosto, il primo turno delle elezioni generali ad Haiti, in un contesto segnato, come detto, da violenza diffusa, crisi umanitaria e fragilità statale. Le elezioni presidenziali e legislative, le prime nel Paese dal 2016, sono considerate essenziali per ristabilire un’autorità politica legittima, ma restano forti i timori per sicurezza e partecipazione.

Entro la fine di dicembre la Serbia dovrà tenere anche le elezioni presidenziali anticipate, rese necessarie dalle dimissioni di Aleksandar Vučić, che non avrebbe comunque potuto candidarsi per un terzo mandato.

Infine, il 22 dicembre sono in calendario le prime elezioni generali del Sud Sudan dall’indipendenza del 2011, dopo quattro rinvii. Gli elettori dovrebbero scegliere Presidente, Parlamento e autorità regionali in un voto considerato storico per un Paese devastato da anni di guerra civile, ma gli osservatori locali hanno avvertito che la mancanza di fondi alla Commissione elettorale nazionale e di volontà politica rende concreto il rischio di un quinto rinvio. L’esito sarà determinante per il processo di pace, la riconciliazione nazionale e la stabilità del Corno d’Africa.

Articolo revisionato da Emanuele Di Baldo il

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