Le elezioni più attese nel 2026 in Italia e nel mondo

Emanuele Di Baldo

28 Maggio 2026 - 12:36

Dall’Italia agli Stati Uniti, passando per Germania, Spagna, Brasile e Russia. Ecco tutti gli appuntamenti elettorali più importanti dell’anno.

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Il 2026 si conferma, a stagione elettorale ormai avviata, come uno degli anni politicamente più intensi dell’ultimo decennio. In un mondo attraversato da conflitti armati, tensioni geopolitiche, crisi economiche e profonde trasformazioni sociali, oltre 40 Paesi - che rappresentano complessivamente più di un miliardo e mezzo di cittadini - sono chiamati alle urne. Non si tratta solo di eleggere nuovi governi o rinnovare parlamenti: in molti casi il voto si è già rivelato un vero e proprio referendum sul futuro delle democrazie, sulla collocazione internazionale degli Stati e sulla tenuta delle istituzioni. E i primi mesi dell’anno hanno già consegnato risultati clamorosi, dalla caduta di un’era in Ungheria al ribaltamento del quadro politico in Nepal.

L’Europa si presenta come uno dei principali laboratori politici del 2026. Dalle presidenziali in Portogallo alle parlamentari in Ungheria, fino alle regionali tedesche e al voto in Svezia, il continente affronta una stagione elettorale segnata dall’avanzata delle destre radicali, dal logoramento dei governi di coalizione e dal tema sempre più centrale della sicurezza, interna ed esterna. Il conflitto in Ucraina, le tensioni con la Russia e il rapporto con gli Stati Uniti fanno da sfondo a campagne elettorali sempre più polarizzate.

Fuori dall’Europa, il calendario è altrettanto fitto e decisivo. Gli Stati Uniti affrontano in autunno le elezioni di midterm, un passaggio cruciale che determinerà il controllo del Congresso e il margine d’azione del presidente Donald Trump nella seconda metà del mandato. Il Brasile torna alle urne in un clima di forte polarizzazione, con Lula candidato alla rielezione e un fronte conservatore in cerca di una nuova leadership dopo l’uscita di scena di Jair Bolsonaro. In Medio Oriente, gli appuntamenti elettorali si intrecciano con conflitti aperti e instabilità cronica, al punto che in Libano il voto previsto a maggio è stato rinviato di due anni a causa della nuova guerra con Israele.

Anche l’Africa e l’Asia sono attraversate da appuntamenti delicatissimi: dalle elezioni generali in Uganda ed Etiopia, alle consultazioni in Bangladesh, Nepal e Thailandia, fino al voto storico del Sud Sudan, il primo davvero competitivo dalla nascita dello Stato. In molti di questi Paesi, il voto è osservato speciale per il rispetto dei diritti politici, la sicurezza degli elettori e il rischio di interferenze esterne.

In questo scenario globale complesso, anche l’Italia guarda al 2026 come a un anno di passaggio importante, tra consultazioni locali e il ricorso allo strumento referendario, che a marzo ha già prodotto una sonora bocciatura della riforma della giustizia voluta dal governo.

Gli appuntamenti elettorali in Italia del 2026

Il 2026 rappresenta per l’Italia un anno di transizione politica cruciale, collocato esattamente a metà del ciclo istituzionale che dovrebbe condurre, salvo crisi di governo o scioglimenti anticipati, alle elezioni politiche del 2027. Sebbene non siano previste elezioni parlamentari né regionali ordinarie, il calendario elettorale dell’anno è tutt’altro che vuoto: al contrario, è stato caratterizzato da importanti consultazioni amministrative e soprattutto da un referendum costituzionale di portata nazionale, che ha avuto un impatto diretto sull’assetto della giustizia italiana - la famosa separazione delle carriere - e sugli equilibri tra i poteri dello Stato.

Dal punto di vista delle Regioni, il 2026 segna una pausa dopo l’intensa stagione elettorale del 2025, che ha visto il rinnovo di sette governi regionali e una parziale ridefinizione della mappa politica del Paese. Nel corso del nuovo anno, infatti, nessuna delle 20 Regioni italiane è chiamata al voto per il rinnovo del Consiglio regionale e del Presidente. I mandati in scadenza, salvo eventi straordinari, porteranno la prossima tornata regionale al 2027, con la sola eccezione della Sicilia, che segue un calendario autonomo in quanto regione a statuto speciale. Anche sul fronte delle elezioni politiche nazionali, l’orizzonte resta fissato al 2027, qualora la legislatura giunga alla sua naturale conclusione.

Ben diverso è invece il quadro delle elezioni amministrative, che costituiscono il cuore del calendario elettorale italiano del 2026. Nel corso della primavera, centinaia di Comuni sono chiamati alle urne per eleggere sindaci e consigli comunali. Si tratta in larga parte dei Comuni che avevano votato nel secondo semestre del 2020, quando la pandemia di Covid-19 costrinse a rinviare le consultazioni previste originariamente in primavera. Questo slittamento ha prodotto un effetto a cascata, spostando le successive scadenze elettorali proprio al 2026.

Tra i Comuni coinvolti figurano anche centri di grande rilevanza politica e amministrativa come Venezia e Reggio Calabria, oltre che in numerosi Comuni medio-piccoli distribuiti su tutto il territorio nazionale.

Accanto alle amministrative, il 2026 è stato segnato da uno degli eventi politici più rilevanti dell’intero anno: il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, promosso dalla maggioranza che sostiene il governo guidato da Giorgia Meloni. La consultazione si è tenuta domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, con voto su due giornate consecutive. Trattandosi di un referendum confermativo, non era previsto alcun quorum di partecipazione: la riforma sarebbe entrata in vigore in caso di prevalenza dei sì, indipendentemente dall’affluenza.

L’esito ha però ribaltato le aspettative del governo: ha prevalso il No, con il 53,6% dei voti contro il 46,4% dei Sì, determinando la bocciatura della riforma che prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del CSM in due Consigli distinti e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. L’affluenza è stata del 58,9%, un dato nettamente superiore a quello delle ultime tornate nazionali e record per un referendum costituzionale. Si tratta del secondo referendum costituzionale della storia repubblicana a respingere una riforma approvata dal Parlamento, dopo quello del 2006 sulla devolution, e di una sconfitta politica di peso per l’esecutivo Meloni. In un anno privo di elezioni politiche, il voto di marzo si è così confermato un termometro fondamentale degli equilibri politici italiani, destinato a influenzare in modo significativo la campagna elettorale che porterà al 2027.

Le elezioni più importanti del mondo nel 2026

Se in Italia questo è un anno non decisivo sotto diversi aspetti - ma comunque importante per alcune località - in altre parti del mondo si è votato e si voterà anche per cambiare la storia, come dimostrano alcuni appuntamenti caldissimi tanto in Europa quanto in Africa e America Latina. Persino gli Stati Uniti, come anticipato, avranno un bel da fare nel prossimo autunno. Ecco l’analisi mese per mese, con i risultati già disponibili per le consultazioni della prima parte dell’anno.

Gennaio

Gennaio 2026 ha aperto l’anno elettorale globale con una serie di consultazioni di grande rilievo, soprattutto in Africa, Europa e Sud-est asiatico. Il primo appuntamento si è tenuto l’11 gennaio in Benin, con le elezioni parlamentari per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale monocamerale. Il risultato ha confermato la totale egemonia della maggioranza che sostiene il presidente Patrice Talon: i due partiti governativi, l’Union Progressiste le Renouveau (41,15%) e il Bloc Républicain (36,64%), si sono spartiti tutti i 109 seggi, mentre il principale partito di opposizione, Les Démocrates, fermandosi al 16,14%, è rimasto escluso dal Parlamento non avendo superato la nuova soglia del 20% in tutte le circoscrizioni. Un risultato che, complice un’affluenza attorno al 37%, ha riproposto lo schema del 2019, con un’aula priva di opposizione.

Nello stesso giorno ha preso avvio anche la seconda fase delle elezioni parlamentari in Myanmar, un processo elettorale frammentato e fortemente contestato, organizzato sotto il controllo della giunta militare salita al potere con il colpo di Stato del 2021. Le votazioni si sono svolte in un contesto segnato da guerra civile, repressione dell’opposizione e isolamento internazionale, rendendo il risultato scarsamente rappresentativo ma politicamente rilevante per i rapporti tra Naypyidaw e i Paesi della regione.

Il 15 gennaio è stata la volta dell’Uganda, chiamata a votare per Presidente della Repubblica e Parlamento. L’ottantunenne Yoweri Museveni, al potere dal 1986, è stato riconfermato con il 71,65% dei voti, battendo nuovamente il leader dell’opposizione Bobi Wine, fermatosi al 24,72%. La consultazione, con un’affluenza del 52,1%, si è svolta in un clima di forte tensione, segnato da un blackout di internet su scala nazionale, arresti e violenze: l’opposizione ha denunciato brogli e definito i risultati “una farsa”, mentre l’ONU ha parlato di una campagna segnata da repressione e intimidazioni.

Il 18 gennaio l’Europa ha guardato al Portogallo, con il primo turno delle elezioni presidenziali. Nessuno degli undici candidati ha raggiunto la maggioranza assoluta: in testa il socialista António José Seguro (31,1%), seguito a sorpresa dal leader dell’estrema destra di Chega! André Ventura (23,5%), davanti al candidato della coalizione di governo. Per la prima volta in quarant’anni si è così reso necessario un ballottaggio, fissato per l’8 febbraio.

Infine, il 25 gennaio si è chiuso il ciclo elettorale del mese con la terza fase delle elezioni parlamentari in Myanmar, completando un processo che la comunità internazionale continua a non riconoscere come libero e democratico.

Febbraio

Febbraio ha concentrato alcune delle consultazioni più significative dell’anno, con voti capaci di determinare cambiamenti strutturali negli assetti di potere. Il mese si è aperto il 1° febbraio in Costa Rica, con le elezioni generali per eleggere Presidente della Repubblica, due vicepresidenti e i 57 membri dell’Assemblea Legislativa. Contro le previsioni, che davano per probabile un ballottaggio, ha vinto al primo turno Laura Fernández, del Partito Pueblo Soberano (vicino al presidente uscente Rodrigo Chaves), con circa il 48,5% dei voti, superando la soglia del 40% necessaria per evitare il secondo turno. Politologa quarantenne, Fernández diventerà l’8 maggio la seconda donna alla guida del Paese, battendo Álvaro Ramos del socialdemocratico Partido Liberación Nacional (circa 32%).

L’8 febbraio il Portogallo ha completato il proprio percorso elettorale: al ballottaggio, il socialista António José Seguro ha vinto con il 66,84% dei voti, doppiando André Ventura (33,16%). È un risultato storico per due ragioni: Seguro ha ottenuto il numero più alto di voti mai raccolto da un candidato nella storia portoghese grazie alla convergenza dell’elettorato moderato e conservatore, ma il dato di Ventura conferma la progressione costante dell’estrema destra, che a Bruxelles siede nel gruppo dei Patrioti per l’Europa.

Sempre l’8 febbraio, in Giappone, si è votato per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti in elezioni anticipate. La premier Sanae Takaichi, prima donna alla guida del Paese, aveva sciolto a sorpresa la Camera bassa a metà gennaio per consolidare la propria leadership dopo la rottura della storica alleanza tra Partito Liberal Democratico (Ldp) e Komeito e l’avvio della coalizione con Nippon Ishin. La scommessa ha pagato oltre ogni aspettativa: l’Ldp ha conquistato da solo 316 seggi sui 465, una maggioranza dei due terzi senza precedenti dal dopoguerra, che sommata ai 36 seggi di Ishin porta la coalizione a 352 e garantisce a Takaichi il pieno controllo del processo legislativo. Confermata premier dalla Dieta il 18 febbraio, ne esce enormemente rafforzata, con un mandato chiaro su costo della vita, rilancio dei salari reali e rafforzamento della difesa nazionale.

Lo stesso 8 febbraio si è votato anche in Thailandia, dove le elezioni parlamentari si sono tenute contestualmente a un referendum costituzionale. Contro i sondaggi della vigilia, che davano in ascesa le forze progressiste, gli elettori hanno premiato i partiti conservatori: il Bhumjaithai del premier ad interim Anutin Charnvirakul si è imposto come perno della futura maggioranza, pur con il People’s Party (progressista) primo nel voto di lista proporzionale. Il referendum sull’avvio della stesura di una nuova Costituzione, in sostituzione di quella di matrice militare del 2017, è stato approvato dal 60% dei votanti, aprendo - sotto la regia di un Parlamento a guida conservatrice - un lungo e incerto percorso di riforma.

Il 12 febbraio è stata una data chiave per il Bangladesh, chiamato alle urne per elezioni generali e referendum costituzionale, primo voto realmente competitivo dopo la caduta del regime di Sheikh Hasina e il governo ad interim guidato da Muhammad Yunus. Il Bangladesh Nationalist Party (BNP) di Tarique Rahman ha ottenuto una vittoria schiacciante, conquistando circa i due terzi dei seggi, davanti al partito islamico Jamaat-e-Islami. Contestualmente è stato approvato il referendum sulla cosiddetta July Charter, con un pacchetto di riforme istituzionali. Il voto, con un’affluenza del 59,44%, si è svolto senza la Lega Awami di Hasina (esclusa dalla competizione) e non è stato riconosciuto come pienamente libero e corretto dal Dipartimento di Stato americano.

Il mese si è chiuso con il 22 febbraio in Laos, dove si sono svolte le elezioni parlamentari per l’Assemblea Nazionale. Pur trattandosi di un sistema a partito unico, il voto ha un valore politico interno perché definisce la composizione della classe dirigente che guiderà le politiche economiche e sociali nei prossimi anni.

Marzo

Marzo 2026 è stato un altro dei mesi più densi del calendario elettorale globale, con appuntamenti rilevanti in Asia, America Latina ed Europa. Il 5 marzo il Nepal ha eletto i 275 membri della Camera dei Rappresentanti in un voto anticipato, il primo dopo le proteste della cosiddetta Generazione Z che nel settembre 2025 avevano costretto alle dimissioni il governo di K.P. Sharma Oli. L’esito è stato un terremoto politico: il Rastriya Swatantra Party (RSP), formazione anti-establishment legata al sindaco-rapper di Kathmandu Balen Shah, ha ottenuto una vittoria travolgente, affermandosi come primo partito con oltre 120 collegi uninominali. Lo storico CPN (UML) ha registrato il suo peggior risultato di sempre, con lo stesso Oli sconfitto nel proprio collegio: la mobilitazione sociale si è tradotta, stavolta, in una netta rappresentanza istituzionale.

L’8 marzo è stato il turno della Colombia, che ha rinnovato Senato e Camera dei Rappresentanti. Il Pacto Histórico, la coalizione che ha portato Gustavo Petro alla presidenza, è risultato la prima forza al Senato (circa 22,8% e 25 seggi, cinque in più rispetto al 2022), davanti al Centro Democrático dell’ex presidente Álvaro Uribe (circa 15,6%). Lo stesso giorno le consultazioni interpartitiche hanno designato i candidati presidenziali in vista del primo turno del 31 maggio: Paloma Valencia per il fronte di centrodestra e Roy Barreras per quello di sinistra.

Il 15 marzo si è votato in Vietnam per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale. In un sistema a partito unico, le elezioni servono soprattutto a ridefinire gli equilibri interni al Partito Comunista e a confermare le priorità economiche del Paese.

Sempre il 15 marzo si sono tenute le elezioni presidenziali nella Repubblica del Congo: l’ottantaduenne Denis Sassou Nguesso è stato rieletto al primo turno con il 94,82% dei voti, secondo i dati ufficiali, estendendo a oltre 42 anni complessivi la propria permanenza al potere. Il voto, con un’affluenza dichiarata dell’84,65%, si è svolto con un nuovo blackout di internet e in assenza di una reale competizione: numerosi osservatori hanno parlato di un “score da plebiscito” che consolida il potere in carica senza risolvere i nodi della governance democratica. Nello stesso periodo, il 22 marzo, la Slovenia ha rinnovato il proprio Parlamento: il liberale Gibanje Svoboda del premier Robert Golob è rimasto il primo partito, ma per un solo seggio sul conservatore SDS di Janez Janša, perdendo la maggioranza e consegnando al Paese un quadro più frammentato e di incerta governabilità (affluenza al 70,25%).

Aprile

Aprile 2026 ha rappresentato uno snodo fondamentale dell’intero anno elettorale, con consultazioni ad altissimo impatto geopolitico.

Il 12 aprile si è consumata la sorpresa più clamorosa: in Ungheria, il rinnovo dell’Assemblea Nazionale ha posto fine a oltre quindici anni di potere di Viktor Orbán. Il partito di opposizione Tisza, guidato dall’ex deputato europeo Péter Magyar, ha ottenuto una vittoria schiacciante, conquistando circa 138 seggi su 199 (con il 53,6% dei voti) e una maggioranza dei due terzi, contro i 55 seggi di Fidesz (37,8%). Con un’affluenza record dalla fine del comunismo, il voto è stato letto come una vittoria del fronte europeista e una sconfitta per i movimenti sovranisti del continente.

Sempre il 12 aprile, il Perù ha votato per Presidente della Repubblica, vicepresidenti e Congresso (con strascichi di voto il 13 aprile per la mancanza di materiale elettorale in molti seggi di Lima). In un quadro estremamente frammentato, Keiko Fujimori (Fuerza Popular) ha chiuso in testa il primo turno con circa il 17%, davanti all’esponente di sinistra Roberto Sánchez (circa il 12%), che ha staccato di poche migliaia di voti l’ultradestra di Rafael López Aliaga. Il ballottaggio è fissato per il 7 giugno, in un clima reso teso da gravi irregolarità organizzative e da accuse di brogli prive di riscontri.

Sempre il 12 aprile, il Benin ha eletto il Presidente della Repubblica. Il delfino del presidente uscente Patrice Talon, il ministro delle Finanze Romuald Wadagni, ha vinto al primo turno con il 94,27% dei voti, contro il 5,73% dell’oppositore “moderato” Paul Hounkpè. Con un’affluenza del 63,57% e in assenza del principale partito d’opposizione (di nuovo escluso), il risultato bulgaro è stato giudicato dagli osservatori internazionali frutto di un processo né libero né equo, ma sancisce comunque il raro passo indietro di Talon, che lascia dopo due mandati.

Aprile è stato anche il mese del voto in altri due contesti africani. Il 10 aprile a Gibuti, l’ottantenne Ismaïl Omar Guelleh è stato riconfermato per un sesto mandato con il 97,81% dei voti, dopo una modifica costituzionale del 2025 che ha rimosso il limite d’età; gran parte dell’opposizione ha boicottato la consultazione. Si è votato inoltre a Capo Verde per il Parlamento, in uno dei sistemi democratici più solidi del continente. Restano invece avvolte nell’incertezza le annunciate elezioni in Libia, da tempo considerate decisive per l’unificazione del Paese ma ancora una volta a rischio di slittamento, in un contesto segnato da governi paralleli e tensioni mai sopite.

Maggio

Maggio ha portato con sé un folto calendario, con consultazioni capaci di incidere sugli equilibri di Europa, Mediterraneo e America Latina, e con un rinvio destinato a pesare a lungo.

Il 7 maggio il Regno Unito ha affrontato una tornata articolata: si è votato per i consigli locali in Inghilterra, per il Parlamento scozzese e per il Senedd gallese. L’esito è stato un duro test per il governo laburista di Keir Starmer. In Scozia lo SNP è rimasto il primo partito con 57 seggi, mentre Laburisti e Reform UK si sono attestati a quota 17 ciascuno (con i primi seggi in assoluto per il partito di Nigel Farage a Holyrood). Ma è in Galles che si è registrato il dato storico: per la prima volta dall’istituzione del Senedd, i Laburisti non sono il primo partito. Con il nuovo sistema proporzionale a 96 seggi, Plaid Cymru ha vinto con 43 seggi, davanti a Reform UK (34, divenuta opposizione ufficiale), mentre il Labour è precipitato al terzo posto (9 seggi). Anche nelle amministrative inglesi i laburisti hanno subito perdite consistenti a vantaggio di Reform.

Il 24 maggio si sono tenute le elezioni legislative a Cipro, dove i cittadini hanno rinnovato la Camera dei Rappresentanti. Il centrodestra di DISY è rimasto il primo partito con il 27,1%, davanti alla sinistra di AKEL (23,9%); cresce l’estrema destra di ELAM (10,9%, seggi raddoppiati), mentre fanno il loro ingresso nuove formazioni anti-establishment, tra cui il movimento dell’eurodeputato Fidias Panayiotou. Restano sullo sfondo i grandi dossier europei, dalla politica migratoria alla questione irrisolta della divisione dell’isola tra parte greco-cipriota e turco-cipriota.

A maggio era atteso anche uno degli appuntamenti più delicati dell’area mediorientale, le elezioni parlamentari in Libano, inizialmente fissate per il 10 maggio. Il voto è però stato rinviato di due anni, al 2028: il 9 marzo il Parlamento ha approvato la proroga del proprio mandato a causa dell’escalation della guerra tra Israele e Hezbollah, in un Paese già stremato da crisi economica, collasso dei servizi pubblici e profonda sfiducia nelle istituzioni. Un rinvio osteggiato da gran parte dei partiti cristiani e destinato ad acuire le tensioni sul futuro assetto del potere e sul ruolo di Hezbollah.

Il momento politicamente più rilevante del mese arriva infine il 31 maggio, con il primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia. Con il presidente uscente Gustavo Petro non rieleggibile, il Paese affronta una competizione aperta, segnata da violenza politica, fragilità sul fronte della sicurezza e tensioni sociali, con candidati come Roy Barreras, Paloma Valencia e l’izquierda di Iván Cepeda al centro della contesa. I temi dominanti sono l’attuazione degli accordi di pace, la lotta ai gruppi armati dissidenti, le riforme economiche e la gestione delle disuguaglianze. È altamente probabile un ballottaggio, che potrebbe prolungare l’incertezza politica in una delle democrazie chiave dell’America Latina.

Giugno

Giugno 2026 è un mese decisivo soprattutto per Africa, Caucaso e Asia orientale, con elezioni che mettono alla prova la tenuta di sistemi politici segnati da conflitti, transizioni incompiute e forti pressioni geopolitiche. Le consultazioni più rilevanti si svolgono in Etiopia, Corea del Sud, Armenia e Algeria.

Il 1° giugno l’Etiopia va alle urne per le elezioni generali, rinnovando il Parlamento federale. Il partito del primo ministro Abiy Ahmed parte favorito, ma il voto si svolge in un clima di forte instabilità, con conflitti ancora attivi in regioni come Amhara e Oromia e una fragile pace post-Tigray. Le elezioni sono considerate un banco di prova cruciale per la coesione nazionale: una consultazione percepita come poco inclusiva rischierebbe di aggravare tensioni etniche e crisi umanitarie, con effetti su tutto il Corno d’Africa.

Il 3 giugno è la volta delle elezioni locali in Corea del Sud, con l’elezione di governatori, sindaci e consigli locali. Sebbene non coinvolgano direttamente il governo centrale, queste elezioni sono un indicatore fondamentale del consenso verso l’esecutivo e influenzano la gestione di politiche chiave come sviluppo urbano, trasporti e transizione energetica. In un contesto regionale segnato dalle tensioni con la Corea del Nord, anche il voto locale può assumere una valenza strategica.

Il 7 giugno si tengono le elezioni parlamentari in Armenia, in un contesto geopolitico estremamente delicato. Il primo ministro Nikol Pashinyan cerca la riconferma mentre il Paese affronta il difficile equilibrio tra il progressivo allontanamento dalla Russia e l’avvicinamento all’Occidente, oltre ai negoziati di pace con l’Azerbaigian. L’esito del voto potrebbe ridefinire la politica estera armena e la sua sicurezza regionale.

Nel corso del mese si svolgono anche le elezioni parlamentari in Algeria, formalmente fissate a giugno dopo la fase preparatoria di aprile. Il voto conferma il ruolo dominante dell’apparato statale e dell’esecutivo, ma viene osservato con attenzione per il livello di partecipazione e per la capacità del sistema politico di assorbire il malcontento sociale legato a economia, occupazione e riforme.

Luglio

Luglio 2026 è un mese elettoralmente meno affollato, ma non privo di appuntamenti significativi, soprattutto in Africa occidentale e nel Sud-est asiatico, dove alcune consultazioni locali e presidenziali assumono un peso politico rilevante per la stabilità interna.

A São Tomé e Príncipe si tengono le elezioni presidenziali, un passaggio importante per uno dei più piccoli stati africani, ma anche uno dei più stabili dal punto di vista democratico. In un contesto regionale spesso segnato da colpi di stato e autoritarismo, il voto rappresenta un segnale positivo per la democrazia nell’Africa lusofona.

In Thailandia, il 5 luglio, si svolgono le elezioni del governatore di Bangkok e del Consiglio Metropolitano. Bangkok è il cuore economico e politico del Paese, e il governatore dispone di ampi poteri amministrativi. Il voto è osservato come un test del consenso verso le forze riformiste e dell’influenza persistente dell’apparato militare nella politica thailandese, soprattutto dopo le tensioni costituzionali emerse nei mesi precedenti. Queste elezioni urbane riflettono anche il divario crescente tra aree metropolitane e zone rurali, uno dei nodi strutturali della politica thailandese.

Agosto

Anche agosto 2026 segue in parte il fil rouge del mese precedente. I riflettori sono puntati su Zambia, Haiti ed Estonia.

Il 13 agosto lo Zambia affronta le elezioni generali, eleggendo Presidente, Parlamento e autorità locali. Il voto è cruciale per definire l’orientamento economico del Paese, alle prese con debito, inflazione e riforme strutturali. Le elezioni sono viste anche come un test della qualità democratica e della capacità delle istituzioni di garantire un processo elettorale credibile in una regione spesso segnata da derive autoritarie.

Il 30 agosto si tiene il primo turno delle elezioni generali ad Haiti, uno degli appuntamenti più osservati e più rischiosi del calendario annuale. Il Paese vive una crisi profonda, con insicurezza diffusa, controllo territoriale delle gang armate e istituzioni estremamente fragili. Il voto presidenziale e legislativo è considerato essenziale per avviare una transizione politica, ma le condizioni di sicurezza sollevano seri dubbi sulla partecipazione e sulla regolarità del processo.

Nello stesso giorno, in Estonia, si svolgono le elezioni presidenziali, con un sistema di elezione indiretta che coinvolge Parlamento e rappresentanti locali. In un contesto baltico fortemente segnato dalla guerra in Ucraina e dalle relazioni con la Russia, la scelta del capo dello Stato assume una valenza strategica, soprattutto sul piano della politica estera e della sicurezza.

Settembre

Settembre 2026 si conferma uno dei mesi più densi e strategicamente rilevanti dell’intero calendario elettorale mondiale, soprattutto in Europa, dove si concentrano elezioni nazionali, regionali e legislative capaci di influenzare gli equilibri dell’Unione Europea e la stabilità politica del continente.

Il voto più osservato è senza dubbio quello in Svezia, dove il 13 settembre i cittadini sono chiamati a eleggere i 349 membri del Riksdag, il Parlamento monocamerale. Le elezioni svedesi rappresentano un test cruciale per il governo di centrodestra guidato da Ulf Kristersson e sostenuto esternamente dai Democratici Svedesi, forza di destra radicale. Al centro della campagna elettorale figurano sicurezza, criminalità, immigrazione, costo della vita ed energia. I sondaggi indicano una competizione serrata con il centrosinistra guidato dai socialdemocratici in vantaggio, ma senza una maggioranza garantita.

Sempre a settembre si vota in Marocco per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti, il ramo principale del Parlamento. Sebbene il sistema politico resti fortemente influenzato dal ruolo del re Mohammed VI, le elezioni determinano la composizione del governo e il margine di manovra dell’esecutivo su riforme economiche e sociali. In parallelo, São Tomé e Príncipe rinnova la propria Assemblea Nazionale, completando il ciclo elettorale iniziato con le presidenziali estive, in uno dei sistemi democratici più stabili dell’Africa subsahariana.

In Germania, il mese di settembre vede importanti elezioni regionali in Sassonia-Anhalt (6 settembre) e, il 20 settembre, a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Questi voti sono particolarmente significativi per misurare l’ascesa dell’AfD, soprattutto nei Länder orientali, e rappresentano un banco di prova per il governo federale guidato dal cancelliere Friedrich Merz. Sempre in Europa, si tengono le elezioni del Senato francese, un rinnovo parziale ma politicamente rilevante in vista delle presidenziali del 2027, poiché misura il radicamento territoriale dei partiti.

E poi, sempre nel mese di settembre, si tengono le elezioni legislative in Russia, previste entro il 20 settembre, per il rinnovo della Duma di Stato. Il voto avviene in un contesto fortemente controllato dal Cremlino e privo di reale competizione democratica. Il partito Russia Unita, direttamente legato al presidente Vladimir Putin, è nettamente favorito per mantenere la maggioranza assoluta, nonostante un lieve calo nei consensi rispetto alle precedenti elezioni. L’opposizione “sistemica” – composta da comunisti, nazionalisti e forze filogovernative minori – si dividerà i seggi rimanenti, mentre l’opposizione non allineata resta frammentata e repressa. Queste elezioni sono osservate con attenzione dalla comunità internazionale perché confermano la tenuta del sistema politico russo in tempo di guerra e sanzioni, e perché influenzano la capacità del Cremlino di sostenere il conflitto in Ucraina e di mantenere il controllo interno.

Ottobre

Ottobre 2026 è un altro mese particolarmente osservato a livello globale, grazie a una serie di elezioni di portata continentale e internazionale.

Il 4 ottobre il mondo guarda al Brasile, dove si tengono le elezioni generali per eleggere il Presidente della Repubblica, il Congresso Nazionale, i governatori e le assemblee legislative statali. Il presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva corre per un nuovo mandato in un contesto segnato da crescita economica fragile, forte polarizzazione politica e tensioni sociali. La destra, orfana di Jair Bolsonaro per motivi giudiziari, punta su candidati alternativi come Tarcísio de Freitas o Flávio Bolsonaro. È altamente probabile un secondo turno fissato per il 25 ottobre. L’esito del voto brasiliano avrà ripercussioni su America Latina, clima, relazioni con Stati Uniti e Cina.

Il 4 ottobre si vota anche in Bosnia-Erzegovina, dove gli elettori sono chiamati a eleggere la presidenza tripartita e i parlamenti nazionali e locali. Le elezioni si svolgono in un sistema istituzionale complesso e fragile, segnato da divisioni etniche tra bosgnacchi, serbi e croati, e sono decisive per la stabilità dei Balcani occidentali e per il processo di integrazione europea.

Sempre in ottobre, entro la fine del mese, si tengono le elezioni legislative in Israele, che determinano la composizione della Knesset e la formazione del governo. Il voto rappresenta un referendum politico sulla leadership di Benjamin Netanyahu, sulla gestione della guerra a Gaza, sulla sicurezza nazionale e sulle controverse riforme giudiziarie. I sondaggi indicano uno scenario frammentato, con difficoltà nel formare una maggioranza stabile.

Infine, a Capo Verde, uno dei Paesi africani con i migliori indicatori democratici, si svolgono le elezioni presidenziali, completando un ciclo istituzionale che consolida la stabilità politica dell’arcipelago.

Novembre

Novembre 2026 è dominato dalle elezioni di midterm negli Stati Uniti, in programma il 3 novembre, uno degli appuntamenti più influenti per la politica globale. Gli elettori statunitensi rinnovano tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti, circa un terzo del Senato, numerosi governatori e assemblee legislative statali.

Tradizionalmente sfavorevoli al partito del presidente, queste elezioni rappresentano un test decisivo per Donald Trump, determinando la sua capacità di governare negli ultimi due anni del mandato.

I temi centrali includono inflazione, politica economica, dazi, immigrazione, politica estera e tensioni istituzionali. Un cambio di maggioranza al Congresso potrebbe bloccare o rallentare l’agenda presidenziale, con effetti diretti anche sugli equilibri internazionali.

In Sudafrica si tengono le elezioni municipali, fondamentali per il controllo delle grandi aree urbane e per la gestione di servizi essenziali come acqua, elettricità e trasporti. Il voto è un banco di prova per l’African National Congress, al potere dalla fine dell’apartheid, ma sempre più indebolito da crisi economica e scandali.

Il 28 novembre si vota a Taiwan per le elezioni locali, che coinvolgono sindaci e consigli municipali. Il risultato è particolarmente osservato da Pechino, poiché rappresenta un indicatore del consenso verso i partiti favorevoli o contrari a un avvicinamento alla Cina continentale. Nello stesso giorno, in Australia, lo Stato di Victoria rinnova il proprio Parlamento, in un voto che può incidere sugli equilibri politici nazionali.

Dicembre

Dicembre chiude l’anno elettorale con appuntamenti cruciali soprattutto in Africa e nei Caraibi. Il 5 dicembre si tengono le elezioni presidenziali in Gambia, un passaggio fondamentale per il consolidamento democratico dopo la fine del regime autoritario di Yahya Jammeh. Il voto mette alla prova le istituzioni e la capacità del Paese di garantire elezioni libere e credibili.

Il 6 dicembre è prevista l’eventuale seconda fase delle elezioni generali ad Haiti, in un contesto segnato, come detto, da violenza diffusa, crisi umanitaria e fragilità statale. Le elezioni presidenziali e legislative sono considerate essenziali per ristabilire un’autorità politica legittima, ma restano forti i timori per sicurezza e partecipazione.

Infine, il 22 dicembre si tengono le prime elezioni generali del Sud Sudan dall’indipendenza del 2011, dopo numerosi rinvii. Gli elettori scelgono Presidente, Parlamento e autorità regionali in un voto considerato storico per un Paese devastato da anni di guerra civile. L’esito sarà determinante per il processo di pace, la riconciliazione nazionale e la stabilità del Corno d’Africa.