Chi è Magyar, programma e cosa cambia con la sua vittoria in Ungheria

Emanuele Di Baldo

13 Aprile 2026 - 10:57

L’uomo che ha messo fino all’era Orbán, durata 16 anni, si chiama Péter Magyar ed ha appena vinto delle elezioni storiche in Ungheria, con un consenso schiacciante

Chi è Magyar, programma e cosa cambia con la sua vittoria in Ungheria

Uno dei fortini più duraturi e apparentemente inscalfibili dell’estrema destra europea è caduto. Dopo ben 16 anni di dominio, Viktor Orbán ha perso le elezioni in Ungheria in favore di Péter Magyar, ex braccio destro proprio di Orbán in più di 20 anni di militanza nel partito Fidesz, quello che da oggi non governa più il Paese.

Politico, europarlamentare e avvocato, Magyar è riuscito a mettere su in un paio d’anni un’impresa storica sotto ogni punto di vista: uscire dalla sfera di Orbán, riesumare un partito centrista finito nel dimenticatoio, rendersi credibile prima come opposizione e poi come capo popolo, fino ad arrivare a vincere delle elezioni dall’affluenza record con un risultato schiacciante. Talmente schiacciante che il futuro nuovo primo ministro potrà addirittura modificare la Costituzione.

Un colpo importante per la destra in generale, dato che l’Ungheria per anni è stata presa come modello da tanti altri Paesi europei incanalati nel medesimo trend. E se l’UE esulta per una ritrovata moderazione ungherese - l’era Orbán non ha lasciato ottimi ricordi a Bruxelles - le reazioni dal mondo sono state molto differenti. Anche Giorgia Meloni ha salutato ufficialmente Orbán, rinnovandogli vicinanza, complimentandosi allo stesso col nuovo primo ministro.

Ma chi è davvero Péter Magyar e perché potrebbe segnare l’inizio di una nuova era per l’Ungheria? Dalla politica interna alle posizioni più europeiste, ecco cosa può davvero cambiare da oggi con l’addio al “regno” di Viktor Orbán.

Biografia e carriera di Péter Magyar, l’uomo che ha ribaltato la politica ungherese

Péter Magyar non è un outsider nel senso classico del termine: la sua storia politica nasce infatti dentro il sistema che oggi ha contribuito a “demolire”. Per oltre due decenni è stato un uomo di fiducia dell’orbánismo, orbitando attorno a Fidesz e consolidando una rete di relazioni istituzionali e politiche che si sarebbe poi rivelata decisiva. Avvocato di formazione, europarlamentare e figura tecnica rispettata, Magyar ha conosciuto dall’interno i meccanismi del potere ungherese, maturando però negli ultimi anni una rottura sempre più netta con il modello della cosiddetta “democrazia illiberale”.

La svolta arriva a marzo di due anni fa, quando rompe definitivamente con Orbán e decide di costruire una nuova proposta politica attorno al partito Tisza, fino a quel momento marginale. In poco più di un anno riesce a trasformarlo in un contenitore credibile per l’opposizione, intercettando il malcontento crescente soprattutto tra i giovani e nelle città medie. La sua campagna è stata caratterizzata da una narrazione fortemente anti-sistema, ma senza derive radicali: riformismo pragmatico e recupero dello stato di diritto sono diventati i suoi cavalli di battaglia.

I numeri raccontano meglio di qualsiasi analisi la portata del terremoto politico:

Magyar ha ottenuto il 53,6% dei consensi, contro il 37,7% di Orbán, conquistando 138 seggi su 199 e quindi una supermaggioranza dei due terzi.

Un risultato che non si vedeva da decenni e che ribalta completamente gli equilibri istituzionali del Paese. Fondamentale è stata anche l’affluenza: quasi l’80%, un dato record superiore persino alle prime elezioni libere post-1989. Un plebiscito che certifica una vittoria non solo politica ma anche sociale. Si tratta davvero dell’inizio di una nuova era?

Il programma con cui Péter Magyar ha vinto le elezioni

Il successo di Magyar nasce essenzialmente da un programma costruito con estrema precisione su alcune fratture profonde della società ungherese. Il primo pilastro è stato senza dubbio il ripristino dello stato di diritto, con una promessa chiara: smantellare il sistema di controllo politico su magistratura, media e istituzioni pubbliche costruito negli anni da Orbán. Non a caso, tra le prime proposte figura una nuova Costituzione da sottoporre a referendum popolare, simbolo di una rifondazione democratica.

Altro punto centrale è la lotta alla corruzione, tema esploso durante la campagna elettorale anche grazie a una serie di inchieste e testimonianze che hanno alimentato il dibattito pubblico. Magyar ha costruito gran parte del consenso proprio su questo terreno, promettendo trasparenza amministrativa e revisione dei meccanismi di assegnazione dei fondi pubblici.

Sul piano economico e internazionale, il leader di Tisza segnerà, invece, una netta discontinuità: riavvicinamento all’Unione Europea e alla NATO, con l’obiettivo dichiarato di sbloccare i fondi europei congelati negli ultimi anni. “Gli ungheresi hanno scelto l’Europa”, ha dichiarato la notte della vittoria, sintetizzando di fatto la sua linea politica che punta a reintegrare Budapest nel cuore delle istituzioni occidentali.

Non meno rilevante è stato il tema energetico e geopolitico. In un contesto segnato da tensioni con la Russia e accuse di interferenze straniere, Magyar ha promesso una politica estera più allineata agli standard europei, pur mantenendo una certa autonomia strategica. Infine, va detto, un ruolo centrale l’hanno avuto i giovani ungheresi, il cuore della mobilitazione elettorale che ha raggiunto livelli senza precedenti negli ultimi anni, segnando un bel pezzo del termometro della vittoria.

Cosa farà davvero Péter Magyar come primo ministro ungherese nel futuro più prossimo

Con una supermaggioranza parlamentare così ampia, Péter Magyar si trova ora in una posizione di forza rara nella politica europea contemporanea. Le prime mosse saranno decisive e, secondo le indicazioni emerse già nelle ore successive al voto, si concentreranno su tre direttrici principali.

La prima riguarda la riforma istituzionale: Magyar ha già annunciato l’intenzione di intervenire su Costituzione, sistema giudiziario e organi di controllo, con l’obiettivo di ridurre l’influenza costruita negli anni da Fidesz. Non si esclude anche la richiesta di dimissioni di figure chiave dell’apparato statale.

Sul piano internazionale, il nuovo premier ha delineato una roadmap chiara: primo viaggio a Varsavia, poi a Bruxelles per negoziare lo sblocco dei fondi europei. Una scelta simbolica e strategica insieme, che segnala la volontà di riallineare l’Ungheria con l’UE. I rapporti con l’Ucraina e con Volodymyr Zelensky potrebbero inoltre entrare in una fase nuova, più cooperativa rispetto al passato. E la Russia, non a caso, non vede di buon occhio il nuovo trend in divenire.

Infine, sul fronte interno, Magyar dovrà gestire le aspettative altissime generate dalla sua vittoria. La promessa di “liberare l’Ungheria” dovrà tradursi rapidamente in misure concrete, dalla lotta alla corruzione al rilancio economico. La vera sfida, ora, non è più vincere, ma governare il cambiamento senza disperdere il consenso straordinario e, per certi versi, irripetibile ottenuto alle urne.

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