Ogni settimana ha la sua emergenza. E la sua cortina fumogena. Questa volta è toccato alla cosiddetta 18app, ovvero il bonus cultura da 500 euro che il governo Renzi aveva istituito per i 18enni, affinché acquistassero beni di interesse culturale come libri o biglietti per concerti e mostre.
Il governo prima aveva reso nota la sua intenzione di abolirlo tout court, poi - travolto dalle polemiche - ha abbassato il tiro e parlato della necessità di riformare e ricalibrare il contributo, poiché - di fatto - non inteso a livello redistributivo e concesso senza alcuna distinzione rispetto al censo della famiglia del percettore. Della serie, buttiamola in giustizia sociale un tanto al chilo. E speriamo che qualcuno ci caschi.
Ma poco conta, in realtà. L’importante è che se ne parli. Perché l’alternativa è che argomento di discussione diventi questo:
Bankitalia, a ottobre i tassi sui nuovi mutui schizzano al 3,23% https://t.co/DQEX2Do5fl
— Repubblica (@repubblica) December 12, 2022
la politica di rialzo della Bce non ha tardato a farsi sentire. Pesantemente. E il tutto alla vigilia non solo di una recessione unanimemente attesa, bensì anche di un’altrettanto garantita gelata creditizia. La ragione? Semplice, come mostrano questi due grafici
Andamento del controvalore di outstanding dei prestiti TLTRO della Bce
Fonte: Pictet/Bce
Breakdown per voci e peso percentuale del bilancio Bce
Fonte: Bloomberg
e salvo cambiamenti radicali di impostazione monetaria che soltanto una recessione profonda potrebbe rendere necessari, così come confermato dalla stessa Christine Lagarde, l’anno prossimo sarà quello dell’addio alla liquidità in eccesso nell’eurozona. Fra rimborso anticipato dei prestiti TLTRO e inizio del processo di QT, ovvero vendita degli assets acquistati durante il programma di sostegno pandemico, la Bce drenerà. E molto.
In condizioni simili, le banche si muovono in anticipo. E cominciano a stringere i cordoni della Borsa. Ma c’è un problema. Ulteriore. Sempre l’anno prossimo il nostro Paese avrà esigenze nette di finanziamento del debito a media e lunga scadenza pari a circa 500 miliardi di euro, il massimo dal 2010. Formalmente senza l’appoggio della Bce come prestatore di ultima istanza, poiché al netto delle bizzarrie cui ci ha abituato Francoforte, un QT che contemporaneamente contempli programmi di QE appare davvero lunare. A meno di non ricorrere al TPI.
Già, perché lo scudo anti-spread non si configura come opzione di programma espansivo tout court, bensì come un SPV (Special Purpose Vehicle), un cosiddetto veicolo con finalità speciale. Non è cioè assimilabile a un QE, perché gli acquisti dell’Eurotower sono mirati unicamente sul debito del Paese in difficoltà che ha fatto richiesta di aiuto. A fonte però di stringenti garanzie. E collaterale.
In tal senso, attenzione a quanto accadrà rispetto alla ratifica parlamentare del MES: se in perfetto stile incidente controllato, saltasse fuori un alibi di fine anno che la rendesse necessaria e obbligasse parte della maggioranza a ingoiare l’amaro boccone politico, il significato sarebbe chiaro. Il Tesoro non esclude a priori la necessità di accesso al TPI nel 2023. E quest’ultimo impone statutariamente la ratifica del MES per poter essere richiesto.
Inoltre, il prossimo anno Bankitalia non trasferirà sui conti dello Stato i 5,6 miliardi attesi, poiché proprio in virtù dei tassi in rialzo della Bce, quella cifra servirà a pagare gli interessi sulle passività del nostro Paese in seno a Target2.
Andamento delle liabilities italiane in seno a Target2
Fonte: Bloomberg
Insomma, tutto sembra congiurare a sfavore del governo. Il quale, infatti, già oggi si trova di fronte a un potenziale cul-de-sac, talmente pericoloso in potenza da aver spalancato la strada a una clamorosa revisione dello stop al SuperBonus 110%, addirittura prolungando fino a gennaio (dall’attuale e già passato 25 novembre) la scadenza per la presentazione della Cilas per i condomini, in modo da godere anche per tutto il 2023 del regime pieno quando per tutti scenderà invece al 90%.
Questo nonostante sia il ministro dell’Economia che la presidente del Consiglio abbiano chiaramente sottolineato la natura dissipatoria di quella misura per i conti dello Stato, arrivando a quantificare (in difetto) il buco creato addirittura in 38 miliardi di euro. Detto fatto, qualcosa si è mosso in queste ultime, febbrili ore di corsa all’approvazione per scongiurare l’esercizio provvisorio. Perché allo studio del governo ci sarebbero due strumenti per raggiungere l’obiettivo di sbloccare la massa dei crediti rimasti incagliati.
In primis, una nuova cessione a disposizione delle banche per rendere più semplici le compensazioni incrociate. Ma, soprattutto, una strada ampiamente battuta in passato che salverebbe le aziende che hanno concesso sconti in fattura ai propri clienti e che ora si trovano impossibilitate a monetizzarli. Rullo di tamburi: una bella garanzia statale al fine di spalmare su più mesi il credito fiscale concesso.
Il tutto alla luce di questo:
Breakdown per peso percentuale dei vari Paesi dei prestiti a garanzia statale nell’eurozona
Fonte: Bloomberg/EBA
praticamente, la conferma indiretta di uno stato di disperazione tale rispetto ai conti pubblici da tramutare in male minore l’offrire, come di sta facendo, un assist perfetto alla Commissione Ue per tenere in ostaggio l’intera Manovra, imponendo do ut des a livello di politiche nazionali di riforma proprio al fine di evitare procedure. O, magari, un caos natalizio che rende ineluttabile quell’esercizio provvisorio che ci vincolerebbe alla mera spesa corrente. Meglio parlare della 18app, quindi. In attesa della prossima emergenza ad hoc.