Stipendio in ritardo: termini di pagamento e come difendersi

Difendersi dal datore di lavoro che paga lo stipendio in ritardo è possibile: ecco come fare e a chi rivolgersi per far valere il proprio diritto.

Stipendio in ritardo: termini di pagamento e come difendersi

È possibile difendersi dai datori di lavoro che pagano lo stipendio in ritardo.

Tra i diritti che la legge riconosce ai lavoratori dipendenti, infatti, c’è quello di ricevere con regolarità la busta paga, con il versamento dello stipendio che deve essere effettuato entro il termine indicato nel contratto collettivo o individuale.

Di conseguenza la legge riconosce delle particolari tutele ai lavoratori che si trovano in questa situazione e che ogni mese devono attendere più di qualche giorno, oltre il termine previsto, per ricevere lo stipendio. Capire quali sono le tutele è molto importante per il lavoratore, così come per il datore di lavoro è bene approfondire le conseguenze del pagare gli stipendi in ritardo: dovete sapere, infatti, che si rischia di andare davanti la Direzione del Lavoro o - peggio ancora - in Tribunale.

Questo perché il datore di lavoro che non rispetta i termini per il pagamento dello stipendio può essere diffidato dal proprio dipendente; in tal caso ne seguirà appunto un decreto ingiuntivo oppure una conciliazione presso la Direzione del Lavoro. Inoltre in caso di ritardo il dipendente può presentare le dimissioni per giusta causa; questo quindi avrà comunque diritto alla NASpI mentre il titolare dell’azienda dovrà farsi carico del ticket di licenziamento.

A questo punto è importante capire entro quanto tempo il datore di lavoro ha l’obbligo di pagare i propri dipendenti; rispondere a questa domanda, però, non è semplice dal momento che i termini non sono uguali per tutti i contratti.

Non esiste infatti una norma generale per tutti i dipendenti - pubblici e privati - poiché il limite varia a seconda dei contratti collettivi. Ed è qui che inoltre sono indicati i limiti entro i quali il ritardo del pagamento non comporta sanzioni per il datore di lavoro.

Chi supera i suddetti limiti, invece, viene messo automaticamente in mora e di conseguenza oltre a versare lo stipendio al proprio dipendente dovrà aggiungere anche una quota di interessi.

Se vi capita di ricevere lo stipendio con diversi giorni di ritardo e volete sapere entro quando agire e reclamare dal datore di lavoro la vostra paga, di seguito trovate i chiarimenti riguardo ai termini in cui va versato lo stipendio, compreso cosa fare se questi non vengono rispettati.

Cosa prevede la legge

La busta paga è un diritto del lavoratore, purtroppo non sempre onorato.

Infatti, in questi tempi di crisi, può succedere che il datore di lavoro non paghi lo stipendio a fine mese o che lo versi in ritardo rispetto ai tempi prestabiliti. Capita anche che si arrivi a saltare il pagamento di diverse mensilità, così da mettere in crisi il dipendente che non sa come agire.

Visto che è assurdo pensare che il datore di lavoro possa consegnare lo stipendio quando vuole, la domanda sorge spontanea: esiste un termine massimo entro cui si ha l’obbligo di pagare lo stipendio? La risposta è sì, poiché il lavoratore è tutelato dalla legge: il ritardo nei pagamenti è uno dei casi in cui si può fare un sollecito e mettere in mora il datore di lavoro o, addirittura, dare le dimissioni per giusta causa così da richiedere la NASpI.

Prima di chiarire quali sono i termini entro cui va versato lo stipendio, però, bisogna fare una distinzione.

Il ritardo di pochi giorni e di una singola mensilità non rappresenta un motivo valido per dimissioni per giusta causa; il discorso cambia, invece, se il pagamento dello stipendio salta o arriva un mese dopo.

Termine per il pagamento dello stipendio

Qualche volta i ritardi nel pagamento dello stipendio sono dovuti a situazioni come mancanza di liquidità (quando l’azienda è momentaneamente in difficoltà o in crisi), ma qualche volta le ragioni sono ben altre e possono rintracciarsi nella disonestà dei datori di lavoro.

Per ovviare a questo problema la legge prevede alcune forme di tutela del lavoratore e del suo diritto a ricevere lo stipendio. Solitamente il limite massimo entro cui il titolare ha l’obbligo di versare lo stipendio è il giorno 10 del mese successivo. Entro questa data il pagamento deve pervenire materialmente al lavoratore o al collaboratore, e non semplicemente essere disposto.

In poche parole, entro il 10 del mese lo stipendio deve essere disponibile sul conto corrente.

Ci sono CCNL che però prevedono un termine differente; ce ne sono alcuni ad esempio che fissano al 5° giorno del mese successivo a quello lavorato, mentre altri (come accade per i dipendenti pubblici) stabiliscono come termine ultimo per pagare lo stipendio il 27° giorno dello stesso mese lavorato.

Se l’azienda non si conforma alle disposizioni del CCNL o non applica alcun contratto nazionale, vale che il compenso debba essere corrisposto nel momento in cui la prestazione è stata eseguita. Quindi se la cadenza di paga è mensile, bisogna ritenere la prestazione (e quindi la retribuzione) conclusa entro l’ultimo giorno del mese.

Per quanto riguarda, invece, lo stipendio di dicembre e della tredicesima, il titolare dell’azienda ha l’obbligo di corrisponderla entro e non oltre il 12 gennaio dell’anno successivo in modo da evitare problemi dal punto di vista fiscale.

Solo rispettando tale termine, infatti, si può considerare di competenza dell’anno appena concluso il pagamento delle retribuzioni relativo alla mensilità di dicembre.

Sollecito di pagamento

L’Agenzia delle Entrate ha recentemente chiarito che il momento del pagamento è quello in cui “il provente esce dalla sfera di disponibilità dell’erogante per entrare nel compendio patrimoniale del percettore”. Nel caso di ritardi nei pagamenti dello stipendio, il diritto del lavoro o i contratti nazionali prevedono il riconoscimento dei relativi interessi in base alle disposizioni legali in corso.

Se l’azienda è in ritardo con il pagamento della busta paga si può scrivere un sollecito per il versamento dello stipendio senza per forza ricorrere a un avvocato. Il sollecito di pagamento può essere inviato tramite:

  • raccomandata A/R;
  • a mano presso un soggetto dell’amministrazione autorizzato a ricevere la posta;
  • attraverso PEC (ogni azienda e imprenditore deve avere un indirizzo PEC).

Non c’è una forma predeterminata per scrivere un sollecito di pagamento, ma all’interno della lettera bisognerà indicare:

  • la mensilità non corrisposta e di cui si richiede il pagamento;
  • i dati necessari al pagamento (anche se l’azienda li conosce già, rimandare estremi del conto corrente bancario o postale);
  • l’avvertimento che si ricorrerà per vie giudiziali se il difetto di pagamento supera i 10 giorni;
  • data e firma (tranne se si invia tramite PEC).

Non esiste un termine minimo entro cui inviare il sollecito di pagamento: il lavoratore ne avrebbe diritto anche dal giorno successivo alla scadenza dell’obbligo di versamento, ma è sempre opportuno concedere un po’ di flessibilità all’azienda che può aver avuto qualche intoppo amministrativo o essere in carenza di liquidità.

Il termine massimo entro cui inviare la diffida è comunque fissato a 5 anni dalla cessazione del rapporto di lavoro.

Trascorso questo periodo di tempo il dipendente non avrà più diritto a ottenere lo stipendio non versato. Il sollecito avrà l’effetto di mettere il datore/debitore in mora, dove gli interessi saranno stabiliti dai contratti collettivi.

Le altre forme di tutela per il lavoratore

Oltre al sollecito il dipendente ha a disposizione altri strumenti per far valere il proprio diritto allo stipendio. Uno di questi è il tentativo di “conciliazione monocratico”, un procedimento gratuito al quale può accedere ogni lavoratore senza il supporto di un avvocato.

Infatti, per il tentativo di conciliazione monocratico basta rivolgersi alla Direzione del Lavoro presentando un esposto per mancato ricevimento dello stipendio; sarà questa a convocare l’azienda e tentare una conciliazione tra le parti.

Infine c’è il mezzo più drastico, quello del decreto ingiuntivo in tribunale. In questo caso il dipendente deve essere obbligatoriamente assistito da un avvocato e presentare il proprio contratto di lavoro.

Una volta presentata la richiesta di decreto ingiuntivo, il giudice emetterà una ingiunzione sulla base della prova scritta del credito, senza convocare il datore di lavoro. Entro il termine di 60 giorni questa verrà notificata all’azienda, la quale ha 40 giorni di tempo per pagare lo stipendio oppure fare opposizione.

Se entro 40 giorni l’azienda non comunica il da farsi, il tribunale darà disposizioni per il pignoramento.

Dimissioni per giusta causa

Come anticipato in caso di mancato pagamento dello stipendio il dipendente può interrompere il rapporto di lavoro presentando le dimissioni per giusta causa.

Il vantaggio per il lavoratore è quello per cui le dimissioni possono essere immediate, poiché in questo caso non è necessario il preavviso; inoltre con le dimissioni per giusta causa si ha comunque diritto all’indennità di disoccupazione NASpI, non riconosciuta invece ai dipendenti che interrompono senza motivo un rapporto di lavoro.

Tuttavia non sempre il mancato pagamento dello stipendio giustifica le dimissioni del dipendente. La giurisprudenza in questi anni ha concordato che per presentare le dimissioni per giusta causa ci deve essere un reiterato inadempimento da parte del datore di lavoro; nel dettaglio - come rilevato dal Tribunale di Ivrea con la sentenza n. 150/2017 - questo deve essere in arretrato di almeno due buste paga.

Discorso differente quando è lo stesso CCNL a giustificare le dimissioni del dipendente in caso di ritardo per il pagamento dello stipendio.

Secondo il Tribunale di Milano - sentenza n°1713/2017 - quando le dimissioni sono previste dal contratto collettivo nazionale queste possono essere presentate anche nel 1° giorno successivo al termine ultimo per il pagamento della retribuzione.

Obbligo consegna della busta paga

Ma gli obblighi del datore di lavoro non si limitano al pagamento dello stipendio; questo ha il dovere di consegnare al proprio dipendente la busta paga, la quale non deve presentare omissioni o inesattezze.

Qualora la busta paga non sia conforme alla normativa - o in caso di mancata o ritardo nella consegna - la sanzione per il datore di lavoro va dai 150 ai 900 euro.

In caso di recidiva la sanzione può essere aumentata fino a tre volte il suo importo. Infine, la sanzione può aumentare per i seguenti casi:

  • dai 600€ ai 3.600€: quando la violazione persiste da oltre 6 mesi e riguarda più di 5 dipendenti;
  • dai 1.200€ ai 7.200€: quando la violazione persiste da oltre 12 mesi e si riferisce a più di 10 dipendenti.

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