Una parte dei contributi versati dai lavoratori investiti nei mercati? È una possibilità per avere pensioni più alte. Il modello svedese può arrivare in Italia.
In Italia il problema degli importi delle pensioni è tra i più importanti da risolvere: con il passaggio al sistema contributivo descritto dalla legge Dini, gli assegni di domani rischiano infatti di essere sempre più bassi.
In un contesto in cui il mercato del lavoro stenta, con le retribuzioni che faticano a crescere soprattutto a causa di una bassa produttività, se le pensioni tengono direttamente conto di quanto guadagnato in carriera è evidente che il rischio di ritrovarsi con un importo molto basso esiste.
Per questo motivo si ragiona da tempo su quali soluzioni adottare. Per adesso si guarda ai modelli europei più virtuosi riguardo al secondo pilastro, con la convinzione che ogni lavoratore dovrebbe costruirsi da sé un’ulteriore rendita da aggiungere a quella pagata dalla previdenza obbligatoria.
In questa direzione va la decisione del governo Meloni di riformare la previdenza complementare, partendo dall’introduzione di un meccanismo di silenzio-assenso per il Tfr. Chi non prende una decisione verrà automaticamente iscritto al fondo negoziale previsto dalla contrattazione collettiva, a cui anche il datore di lavoro dovrà contribuire con un versamento aggiuntivo.
Ma attenzione, perché il prossimo passaggio potrebbe essere quello di rivedere anche il primo pilastro, quello della previdenza obbligatoria. Un meccanismo che, come abbiamo più volte avuto modo di spiegare, si basa su un sistema a ripartizione, dove i contributi versati servono a pagare le pensioni di oggi. Quanto versato, quindi, non viene realmente accantonato e investito, ma rivalutato secondo le regole previste dalla legge, tenendo conto dell’andamento dell’economia.
Ed è qui che si colloca il meccanismo svedese, con la possibilità che nel primo pilastro possa esserci una quota di capitalizzazione. In questo caso i versamenti verrebbero investiti, con la possibilità di ottenere una rivalutazione più alta di quella riconosciuta oggi dalla legge e, di conseguenza, anche una pensione più alta.
Ne ha parlato in queste ore il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, in un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore.
Pensioni, arriva il sistema svedese anche in Italia?
Claudio Durigon, sottosegretario al ministero del Lavoro, non ha escluso che anche in Italia possa essere adottato un sistema simile a quello svedese, dove una parte dei contributi versati viene investita sul mercato.
Come più volte chiesto dal presidente dell’Inps, Gabriele Fava, potrebbe essere una soluzione per garantire importi più alti rispetto a quelli oggi riconosciuti con il sistema contributivo. Nel dettaglio, si andrebbe ad aprire un fondo dove destinare una piccola parte dei contributi versati dai lavoratori - che, ricordiamo, in genere ammontano al 33% della retribuzione annua lorda per i dipendenti - con la definizione di piani di investimento finalizzati a garantire una rendita più elevata.
Bisogna però assicurarsi che le somme versate non vadano perse in alcun caso. Un aspetto tutt’altro che secondario, visto che quando si parla di investimenti non esiste una certezza assoluta sul rendimento. Per questo servirà una misura che faccia da garanzia e, secondo Durigon, l’Inps potrebbe essere l’intermediario più adatto: sarebbe infatti l’Istituto a gestire gli investimenti, “salvaguardando il primo pilastro come elemento centrale”.
In questo modo il sistema a capitalizzazione potrebbe diventare uno strumento capace, seppure in minima parte, di garantire pensioni più elevate nel lungo periodo. D’altronde, quando l’orizzonte dell’investimento è molto ampio, è più semplice puntare a rendimenti più alti contenendo il livello di rischio.
Come funziona il sistema svedese che può arrivare in Italia
Per capire di cosa si parla bisogna spiegare, seppure in maniera semplice, come funziona il sistema svedese. In Svezia la previdenza pubblica resta obbligatoria e continua ad avere una base molto simile al nostro sistema contributivo: ogni lavoratore versa i propri contributi e, sulla base di quanto accumulato nel corso della carriera, viene poi calcolata la pensione futura.
La differenza principale sta però nel fatto che una piccola parte dei contributi non resta all’interno del solo meccanismo a ripartizione, dove le somme versate oggi servono a pagare le pensioni attuali, ma viene destinata a una componente a capitalizzazione.
Nel dettaglio, in Svezia alla pensione pubblica viene destinato il 18,5% del reddito pensionabile. Di questa quota, il 16% finanzia la cosiddetta pensione contributiva, che funziona con un meccanismo a ripartizione, mentre il restante 2,5% viene destinato alla premium pension, ossia una componente individuale che viene investita sui mercati.
È questo il punto che potrebbe interessare anche l’Italia. Non si tratterebbe di cancellare il primo pilastro, né di sostituire la previdenza obbligatoria con i fondi pensione, ma di affiancare al sistema contributivo tradizionale una piccola quota investita. Una parte dei contributi continuerebbe quindi a finanziare le pensioni correnti, mentre un’altra verrebbe accantonata e gestita con logiche di investimento, così da aumentare il montante individuale del lavoratore.