Cosa conviene fare con il TFR dall’1 luglio 2026?

Simone Micocci

5 Giugno 2026 - 13:19

Da luglio cambiano le norme per la destinazione del TFR: il silenzio assenso si applica sul fondo pensione negoziale previsto dal contratto collettivo. Ecco perché è importante una scelta consapevole.

Cosa conviene fare con il TFR dall’1 luglio 2026?

Dal 1° luglio entrano in vigore importanti novità per il tuo TFR, in quanto se non prendi una decisione riguardo alla destinazione del trattamento di fine rapporto, questo verrà automaticamente versato in un fondo pensione.

Un cambiamento molto importante, perché sono in ballo migliaia di euro e tra TFR in azienda e TFR in un fondo pensione ci sono diversi aspetti da considerare. A tal proposito, è bene effettuare una scelta consapevole e non lasciare che il meccanismo del silenzio-assenso lo faccia per tuo conto, anche perché in questo caso non si può comunque indicare in quale fondo pensione destinare il TFR, in quanto viene scelto quello collettivo di categoria, detto anche negoziale.

Per questo motivo è opportuno essere informati non solo su cosa cambia da luglio 2026, ma anche su quali sono, di fatto, le conseguenze tra lo scegliere di lasciare il TFR nel fondo pensione automaticamente assegnato, optare per un altro fondo o persino spostarlo direttamente in azienda.

Da un’accurata educazione finanziaria, infatti, passano le migliori scelte possibili per i propri risparmi e per assicurarsi una rendita futura che possa essere il più possibile adeguata a mantenere lo stesso stile di vita che si aveva nel corso del periodo lavorativo.

Cosa cambia per il TFR dall’1° luglio 2026

Nel dettaglio, le novità anticipate riguardano in particolare i lavoratori del settore privato assunti dal 1° luglio 2026, per i quali cambia il meccanismo di scelta sulla destinazione del TFR.

Da questa data, infatti, al momento dell’assunzione il lavoratore avrà 60 giorni di tempo per decidere se lasciare il trattamento di fine rapporto in azienda, oppure se destinarlo a una forma di previdenza complementare.

Nel caso in cui non venga effettuata alcuna scelta entro questo termine, scatterà automaticamente l’adesione al fondo pensione negoziale, ossia quello previsto dagli accordi o dai contratti collettivi applicati in azienda, con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di una pensione integrativa.

Nel caso dei lavoratori già in forza che non hanno mai espresso una preferenza sulla destinazione del TFR, invece, la scadenza per comunicare la propria scelta è fissata al 31 dicembre 2026. Anche in questo caso, quindi, in assenza di una comunicazione esplicita il TFR maturando verrà destinato al fondo pensione negoziale di categoria a partire dal 1° gennaio 2027.

TFR in fondo pensione o in azienda: cosa conviene?

Come prima cosa è bene capire quali differenze ci sono tra il TFR in fondo pensione e il TFR lasciato in azienda, tenendo conto delle differenti regole di gestione, dei rendimenti attesi, della tassazione e anche il grado di rischio, tutti elementi che incidono sulla convenienza dell’una o dell’altra soluzione.

Lasciare il TFR in azienda significa infatti mantenere il trattamento di fine rapporto secondo il meccanismo tradizionale, senza costi di gestione a carico del lavoratore e con la somma maturata che viene rivalutata ogni anno secondo una formula stabilita dalla legge, pari all’1,5% fisso più il 75% dell’inflazione.

Possiamo quindi descriverla come la soluzione più semplice e prudente, con un rendimento prevedibile e con la possibilità di ricevere la liquidazione alla fine del rapporto di lavoro (che non è detto coincida sempre con il pensionamento), salvo le ipotesi in cui si possa richiedere un anticipo.

Diverso è il discorso per il TFR destinato a un fondo pensione, dove invece le somme vengono investite con l’obiettivo di costruire una pensione integrativa. In questo caso non c’è una rivalutazione fissa come per il TFR in azienda, perché il risultato dipende dall’andamento dei mercati e dal comparto scelto, che può essere più prudente o più esposto al rischio. Proprio per questo, nel lungo periodo il fondo pensione può offrire rendimenti più elevati, ma bisogna mettere in conto anche oscillazioni e possibili fasi negative.

Qui però bisogna mettere in conto dei costi di gestione che a seconda della tipologia del fondo pensione scelto possono variare in modo significativo. In genere i fondi negoziali, cioè quelli legati al contratto collettivo di riferimento, risultano più convenienti rispetto ai fondi aperti, ma anche qui è sempre opportuno verificare le condizioni applicate prima di aderire.

C’è poi il tema della tassazione, che spesso è uno degli elementi che rende più interessante la previdenza complementare. Il TFR lasciato in azienda viene infatti tassato separatamente, sulla base di un’aliquota calcolata tenendo conto dei redditi degli anni precedenti, mentre nel fondo pensione la tassazione finale può risultare più favorevole, perché parte dal 15% e può scendere fino al 9% per chi mantiene l’adesione per molti anni. A questo si aggiunge la possibilità di dedurre eventuali contributi versati volontariamente, entro i limiti previsti dalla legge.

Non è però possibile rispondere in maniera univoca su quando c’è maggiore convenienza tra l’una o l’altra opzione. Per un lavoratore giovane, con molti anni davanti prima della pensione, destinare il TFR a un fondo pensione può avere più senso, perché c’è più tempo per assorbire eventuali oscillazioni e beneficiare dei rendimenti di lungo periodo.

Al contrario, per chi è vicino alla pensione, lasciare il TFR in azienda può risultare una scelta più prudente, soprattutto se l’obiettivo è evitare rischi e mantenere una maggiore prevedibilità sulla somma finale.

Fondo pensione negoziale, automatico o privato. Quale conviene?

A questo punto, laddove si opti per la decisione di destinare il TFR a un fondo pensione, resta da capire quale forma scegliere: quella prevista dal contratto collettivo di categoria, quindi il fondo negoziale, oppure un fondo pensione aperto, spesso proposto da banche o società di gestione del risparmio?

La prima distinzione da fare riguarda proprio il fondo pensione negoziale, dove di fatto verrebbe destinato automaticamente il TFR in caso di mancata scelta.

Il fondo negoziale ha alcuni vantaggi importanti. Il primo riguarda i costi, che in genere sono più contenuti rispetto ad altre forme di previdenza complementare, proprio perché si tratta di fondi senza scopo di lucro. Un secondo vantaggio può arrivare dal contributo del datore di lavoro: in molti casi, se il lavoratore versa anche un proprio contributo minimo, l’azienda è obbligata ad aggiungere una quota ulteriore sulla posizione individuale.

È un aspetto da non sottovalutare, perché si tratta di somme aggiuntive che non sarebbero riconosciute lasciando il solo TFR in azienda o scegliendo alcune forme di previdenza diverse da quella contrattuale.

Diverso è il caso dei fondi pensione aperti, che possiamo definire fondi privati. Sono accessibili a chiunque, anche al di fuori di uno specifico contratto collettivo, e vengono istituiti da soggetti come banche, compagnie assicurative, Sgr o Sim. Offrono quindi una maggiore libertà di scelta e possono essere valutati anche da chi non ha un fondo di categoria o da chi vuole costruire una posizione previdenziale diversa.

Tuttavia, proprio perché hanno una natura commerciale, è necessario prestare particolare attenzione ai costi applicati, alle linee di investimento disponibili e alle condizioni previste.

C’è comunque un aspetto importante da considerare, ossia il fatto che la scelta non è necessariamente definitiva. Dopo un certo periodo, o anche prima se vengono meno i requisiti per restare nel fondo di categoria, è infatti possibile trasferire la posizione maturata verso un’altra forma di previdenza complementare.

Prima di farlo, però, conviene sempre verificare i costi del nuovo fondo e soprattutto se, con il trasferimento, si mantiene o si perde il diritto al contributo del datore di lavoro.