Pensioni, nuove regole per andarci per chi ha iniziato a lavorare prima del 1996

Simone Micocci

15 Giugno 2026 - 09:15

Novità pensioni per chi ha iniziato a lavorare prima del 1996: il governo valuta la possibilità di consentire il pensionamento a 64 anni e 71 anni di età.

Pensioni, nuove regole per andarci per chi ha iniziato a lavorare prima del 1996

La prossima riforma delle pensioni potrebbe riguardare solamente i lavoratori che rientrano nel sistema di calcolo misto, ossia coloro che hanno iniziato a lavorare, o comunque maturato contributi, prima del gennaio 1996.

Secondo le anticipazioni circolate in queste settimane, unite alle dichiarazioni degli addetti ai lavori, l’obiettivo del governo Meloni sembrerebbe essere quello di ridurre la distanza che oggi esiste tra i lavoratori del sistema misto e quelli che invece rientrano interamente nel contributivo, avendo un’anzianità contributiva successiva al 1° gennaio 1996. Questi ultimi, infatti, hanno a disposizione quattro opzioni per andare in pensione, contro le due previste per i primi.

A tal proposito, sono in corso riflessioni sulla possibilità di consentire anche a chi ha maturato contributi prima del gennaio 1996 di accedere a un ventaglio più ampio di misure, così da intercettare esigenze diverse. Ad esempio, con la pensione anticipata contributiva - che ricordiamo si raggiunge a 64 anni di età e 20 anni di contributi - si andrebbe incontro a coloro che vogliono smettere di lavorare in anticipo ma non hanno raggiunto la contribuzione richiesta dalla pensione anticipata ordinaria, pari a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Con l’opzione contributiva della pensione di vecchiaia, invece, si potrebbe assicurare un assegno anche a coloro che hanno maturato pochi anni di contributi.

Il tutto, ovviamente, applicando un calcolo interamente contributivo della pensione, così da limitare l’esborso a carico dello Stato. Un esborso che comunque ci sarebbe: in entrambi i casi, infatti, si rischierebbe nell’immediato un ampliamento della platea dei pensionati e, di conseguenza, un aumento della spesa previdenziale.

Pensione a 64 anni per tutti, il piano del governo Meloni

Per il governo Meloni la prossima sarà l’ultima legge di Bilancio della legislatura e, di conseguenza, anche l’ultima occasione per intervenire in materia di flessibilità in uscita.

D’altronde, stiamo parlando di una maggioranza che in campagna elettorale aveva promesso di cancellare la riforma Fornero e di portare le pensioni minime a 1.000 euro, mentre a fine legislatura il bilancio potrebbe essere quello di un incremento di 3 mesi dell’età pensionabile: 1 mese nel 2027 e altri 2 mesi nel 2028.

Ecco quindi che si sta ragionando sulla possibilità di consentire una maggiore flessibilità perlomeno a coloro che hanno iniziato a lavorare prima del 1996 e che quindi hanno una quota di pensione calcolata con il sistema retributivo e un’altra con il contributivo. Una platea che, di fatto, rappresenta la maggioranza di coloro che andranno in pensione nel 2027.

Come anticipato, una delle ipotesi in campo riguarda la pensione anticipata contributiva, quella che riconosce la possibilità di smettere di lavorare con 3 anni di anticipo rispetto alla pensione di vecchiaia, a condizione che al momento del collocamento in quiescenza sia stato maturato un assegno almeno pari a 3 volte il valore dell’assegno sociale, oggi pari a 546,24 euro.

La soglia minima da raggiungere è quindi pari a 1.638,72 euro mensili lordi, che si riduce a 1.529,47 euro per le lavoratrici con almeno un figlio, ossia 2,8 volte il valore dell’assegno sociale, e a 1.420,22 euro per chi ne ha almeno due, pari a 2,6 volte l’assegno sociale.

Oggi, per accedere a questa misura, è necessario aver iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995 oppure, in alternativa, ricorrere al computo nella Gestione Separata. Il governo vorrebbe rendere il meccanismo molto più semplice, eliminando quindi le distinzioni legate alla data di inizio della contribuzione: tutti potrebbero accedere alla pensione anticipata contributiva, per la quale nel frattempo verrebbe però confermato l’incremento di 1 mese a partire dal 2027.

In questo caso, tuttavia, l’assegno verrebbe calcolato interamente con il sistema contributivo puro. Accedere prima alla pensione comporterebbe quindi una penalizzazione in uscita, perché l’importo sarebbe molto più basso rispetto a quello che sarebbe stato percepito attendendo il pensionamento a 67 anni con la pensione di vecchiaia. E non solo per effetto di un coefficiente di trasformazione più favorevole, ma anche perché, in quel caso, una parte dell’assegno sarebbe stata calcolata con il sistema retributivo, generalmente più conveniente rispetto al contributivo.

Pensione a 71 anni per tutti, una soluzione per chi ha pochi anni di contributi

Oggi chi ha iniziato a lavorare prima del 1996 deve aver maturato almeno 20 anni di contributi per andare in pensione, oppure 15 anni se rientra in una delle deroghe previste dalla legge Amato.

Con meno anni di contribuzione, invece, la pensione non viene riconosciuta e i pochi contributi maturati rischiano di andare persi. Di fatto, si tratta di somme versate che non danno diritto ad alcuna prestazione, ed è proprio a questo problema che il governo vorrebbe porre rimedio. In che modo? Consentendo anche a queste persone di attendere i 71 anni di età e ricorrere all’opzione contributiva della pensione di vecchiaia, per la quale sono sufficienti 5 anni di contributi.

In questo modo si andrebbero a favorire tutti coloro che hanno lavorato per qualche anno, ma non abbastanza da maturare il diritto alla pensione. Persone che, in alcuni casi, non possono neppure richiedere l’assegno sociale, magari perché il reddito familiare supera la soglia prevista dalla normativa. Anche in questo caso, ovviamente, l’assegno sarebbe calcolato interamente con il sistema contributivo.

Si tratterebbe quindi di una soluzione destinata a una platea molto diversa rispetto a quella interessata dalla pensione anticipata contributiva, ma non per questo meno importante. Va detto, però, che anche qui andrebbe considerato il fattore costi: significherebbe infatti riconoscere una pensione a persone che, fino a oggi, non possono accedervi, con un conseguente incremento della spesa previdenziale. E quando si parla di aumentare la spesa per le pensioni, la prudenza non è mai troppa.

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