Sai che in alcuni casi il datore di lavoro deve versare una somma al fondo pensione a cui risulti essere iscritto? Ecco cosa prevede la normativa e di quanti soldi si tratta.
Iscriversi a un fondo pensione è una scelta che, come più volte abbiamo avuto modo di spiegare, può risultare molto conveniente per il lavoratore.
Il vantaggio principale è senza dubbio quello di costruire nel tempo una seconda rendita, da affiancare alla pensione pubblica quando arriverà il momento di lasciare il lavoro. Non sempre, però, si hanno a disposizione somme sufficienti da versare ogni mese, per questo motivo una prima soluzione può essere quella di destinare al fondo pensione il Tfr, così che il trattamento di fine rapporto non resti accantonato in azienda ma venga utilizzato per finanziare una parte della pensione futura.
È proprio a questo punto che per il lavoratore si apre una scelta importante: aderire a un fondo pensione aperto oppure a un fondo pensione chiuso, detto anche fondo negoziale.
Una decisione da non prendere a cuor leggero, anche perché nel secondo caso può esserci un vantaggio ulteriore spesso sottovalutato: il contributo aggiuntivo del datore di lavoro.
In pratica, quando il lavoratore aderisce al fondo pensione negoziale previsto dal proprio contratto collettivo e versa anche una quota minima a proprio carico, il datore di lavoro è tenuto a versare a sua volta un contributo aggiuntivo direttamente nel fondo. Una sorta di “bonus” per il fondo pensione, calcolato generalmente in percentuale sulla retribuzione e nella misura prevista dal contratto di categoria applicato.
Il tema diventa ancora più attuale alla luce delle novità in arrivo dal 1° luglio 2026, quando per i neoassunti del settore privato entrerà in vigore il nuovo meccanismo di silenzio assenso che comporta l’adesione automatica alla previdenza complementare, salvo diversa scelta del lavoratore entro i termini previsti.
Questo non significa che la decisione debba essere presa con leggerezza: al contrario, proprio perché riguarda il Tfr e il futuro trattamento pensionistico, è importante conoscere bene vantaggi, costi, vincoli e alternative di ogni singola scelta.
Cos’è il fondo pensione negoziale e qual è la differenza con i fondi pensione aperti
Prima di approfondire il contributo datoriale è bene definire i confini entro cui questo agisce. Nel dettaglio, sono fondi pensione negoziali quelli costituiti attraverso accordi collettivi di qualunque livello: nazionali, aziendali o anche territoriali. Si tratta di forme di previdenza complementare senza scopo di lucro, vigilate dalla Covip, la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione.
Il fondo negoziale, detto anche fondo chiuso o contrattuale, nasce quindi dalla contrattazione tra le parti sociali e può essere destinato ai lavoratori di una determinata azienda, di un gruppo di imprese, di un settore o di una categoria. È il caso, ad esempio, di Cometa per i metalmeccanici, ma anche dei fondi territoriali come Laborfonds, Fopadiva e Solidarietà Veneto.
La caratteristica principale è che l’adesione è strettamente riservata ai lavoratori ai quali si applica il contratto collettivo o l’accordo che ha istituito quel fondo. Non tutti, quindi, possono iscriversi liberamente a qualsiasi fondo negoziale: bisogna rientrare nel relativo ambito di applicazione, ed è per questo che si parla di fondi “chiusi”.
Il contributo datoriale dell’azienda, ecco il bonus fondo pensione in busta paga
A oggi, guardando ai soli rendimenti, non sempre la differenza tra fondi pensione aperti e fondi pensione negoziali è così marcata.
Come anticipato, però, i fondi negoziali, però, hanno un vantaggio che può fare davvero la differenza per il lavoratore: il contributo del datore di lavoro. Si tratta, in sostanza, di una somma aggiuntiva che l’azienda versa direttamente nel fondo pensione del dipendente, in aggiunta ai contributi obbligatori che ogni mese vengono versati all’Inps.
A stabilire la misura del contributo datoriale al fondo pensione è il contratto collettivo o l’accordo che disciplina il fondo pensione negoziale di riferimento. C’è però una regola comune: nella maggior parte dei casi il datore di lavoro versa la propria quota solo se anche il lavoratore decide di contribuire con una percentuale minima della retribuzione oltre ad aver già destinato il Tfr.
Nel caso di Cometa, ad esempio, il fondo pensione dei metalmeccanici, il contributo minimo del lavoratore è pari all’1,2% della retribuzione, mentre quello del datore di lavoro può arrivare al 2%. Questo significa che, su una retribuzione annua lorda di 20.000 euro, il dipendente versa 240 euro e l’azienda ne aggiunge 400 extra.
Nel settore edile, con Prevedi, a fronte di un contributo dell’1% versato dal lavoratore, può aggiungersi l’1% a carico dell’azienda e un ulteriore 1% dal sistema delle Casse Edili.
Nel commercio, turismo e servizi, con Fon.Te., il funzionamento è simile: il contributo dell’azienda - pari all’1,55% - viene riconosciuto solo se il lavoratore aderisce al fondo - con lo 0,55% del contributo - e versa la quota minima prevista dal contratto applicato. Anche in questo caso, quindi, la scelta di partecipare attivamente alla previdenza complementare consente di ottenere una somma aggiuntiva a carico del datore di lavoro.
Un discorso analogo vale per il pubblico impiego. Nel fondo Perseo Sirio, di riferimento per molti dipendenti pubblici, le percentuali ordinarie sono generalmente pari all’1% a carico del lavoratore e all’1% del datore di lavoro.
Cosa cambia da luglio 2026
C’è però una novità introdotta dall’ultima legge di Bilancio che rafforza la libertà di scelta del lavoratore.
Dal 1° luglio 2026, infatti, una volta trascorsi due anni dall’adesione alla previdenza complementare, chi decide di trasferire la propria posizione verso un altro fondo pensione potrà continuare a beneficiare anche del contributo datoriale previsto dal proprio contratto.
Si tratta di un cambiamento importante, perché trascorso il primo biennio il contributo dell’azienda non sarà più necessariamente legato al solo fondo negoziale di categoria.
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