No, non è la fine della globalizzazione. È la fine di Trump (e degli USA)

R. F.

8 Aprile 2025 - 11:50

La globalizzazione non è finita e non finirà. Grazie a Trump sta solo cambiando forma.

No, non è la fine della globalizzazione. È la fine di Trump (e degli USA)

Donald, che disastro che hai combinato! Ma da questo disastro l’economia internazionale ne uscirà rafforzata. E non siamo assolutamente alla fine della globalizzazione.

Siamo invece all’inizio della fine degli Stati Uniti quali prima potenza economica mondiale. E vediamo perché.

Come sapete tutto inizia il 2 aprile. Parlando nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, il presidente ha annunciato nuovi dazi “reciproci” su quasi tutti i partner commerciali dell’America. Ci saranno imposte del 34% sulla Cina, del 27% sull’India, del 24% sul Giappone e del 20% sull’Unione Europea. Molte piccole economie affronteranno tariffe ancora più elevate. Tutti i Paesi colpiti saranno soggetti ad almeno un 10% di dazio.

Includendo i dazi già esistenti, il totale per la Cina raggiungerà ora il 54%. Canada e Messico sono stati risparmiati da ulteriori tariffe e i nuovi dazi non si aggiungeranno alle misure specifiche per settore, come il dazio del 25% sulle automobili o il dazio promesso sui semiconduttori. Tuttavia, il tasso complessivo dei dazi statunitensi supererà quello dell’epoca della Grande Depressione, tornando ai livelli del XIX secolo.

Trump lo ha definito uno dei giorni più importanti della storia americana. E ha quasi ragione. Ma in senso contrario a quello che intendeva lui. Il suo “Giorno della Liberazione” segna il totale abbandono da parte dell’America della supremazia nell’ordine commerciale mondiale e l’abbraccio mortale degli USA al protezionismo.

La domanda, per i Paesi colpiti dalla vandalizzazione delle relazioni internazionali voluta dal presidente Trump, ora è: come si possono limitare i danni?

Quasi tutto ciò che Trump ha detto questa settimana - sulla storia, sull’economia e sulle tecnicalità del commercio - è completamente delirante. La sua interpretazione della storia è capovolta. Da tempo glorifica l’era dei dazi alti e delle imposte sul reddito basse della fine del XIX secolo. In realtà, i migliori studi dimostrano che i dazi ostacolarono l’economia in quel periodo. Ora ha aggiunto l’affermazione bizzarra secondo cui l’eliminazione dei dazi causò la Grande Depressione degli anni ’30 e che i dazi Smoot-Hawley arrivarono troppo tardi per salvare la situazione.

La realtà è che i dazi peggiorarono drasticamente la Depressione già esistente, proprio come danneggeranno oggi tutte le economie. Soprattutto quella americana.

Trump non conosce la storia recente. Mentre lui si affannava a costruire centri commerciali e grattacieli e a portare le sue società alla procedura fallimentare del Chapter 11, sono stati i pazienti cicli di negoziati commerciali negli 80 anni e successivi (fortemente voluti da Reagan) ad abbassare i dazi e contribuire alla prosperità degli USA nel mondo.

Dal punto di vista economico, le affermazioni di Trump sono palesemente insensate. Il presidente sostiene che i dazi siano necessari per chiudere il disavanzo commerciale americano, che lui vede come un trasferimento di ricchezza agli stranieri. Eppure, come qualsiasi suo economista avrebbe potuto spiegargli, questo disavanzo complessivo deriva dal fatto che gli americani scelgono di risparmiare meno di quanto il Paese investa e, cosa cruciale, questa realtà di lunga data non ha impedito all’economia americana di superare in crescita quella degli altri Paesi del G7 per oltre tre decenni.

Insomma, gli americani consumano più di quanto può essere soddisfatto dall’offerta interna e l’eccesso di domanda si sfoga con l’offerta proveniente dall’estero. Di qui il disavanzo della bilancia commerciale. Non c’è quindi alcuna ragione per cui i suoi dazi extra-pesanti dovrebbero eliminare il deficit. Insistere su un raggiungimento del commercio in pareggio con ogni singolo partner commerciale è assurdo. Il pareggio della bilancia commerciale non renderebbe gli Stati Uniti più ricchi. È come suggerire che il Texas sarebbe più ricco se insistesse su un commercio in pareggio con ognuno degli altri 49 stati.

E la comprensione di Trump delle tecnicalità è stata patetica. Ha suggerito che i nuovi dazi fossero basati su una valutazione dei dazi imposti dai singoli Paesi contro gli Stati Uniti, oltre a manipolazioni valutarie e ad altre presunte distorsioni, come l’imposta sul valore aggiunto. Ma sembra che i funzionari abbiano stabilito i dazi usando una formula che prende il disavanzo commerciale bilaterale degli Stati Uniti come percentuale delle merci importate da ciascun paese e lo dimezza, il che è quasi tanto casuale quanto tassare una famiglia in base al peso in kg dei componenti della famiglia.

Questo catalogo di sciocchezze porterà danni inutili all’America.

I consumatori pagheranno di più e avranno meno scelta nei consumi e nei servizi. Aumentare il prezzo dei componenti per i produttori americani, mentre li si priva della competitività della componentistica straniera, li renderà deboli e inefficienti.
Un esempio? Mentre i futures di borsa crollavano, le azioni della Nike - che ha fabbriche in Vietnam - sprofondavano. Trump pensa davvero che gli americani starebbero meglio se si cucissero da soli le scarpe da ginnastica?

La delocalizzazione della produzione innescatasi negli anni ’90 è un fenomeno inarrestabile. Il capitale viene allocato laddove il costo del lavoro per unità di prodotto è più basso. Semplice. E quindi non siamo alla fine della globalizzazione: tutt’altro! Siamo agli inizi di un processo di isolamento degli USA sulla scena economica mondiale e di una accelerazione della globalizzazione mondiale extra-USA. Trump sta consegnando lo scettro entro il 2030 alla Cina, quello di prima super-potenza economica mondiale.

Altro che Make America Great Again, sarebbe meglio dire - come molti hanno osservato - Make China Great Again.

Nel breve però il resto del mondo condividerà il disastro e dovrà decidere come reagire. Una questione è se potrà rispondere con ritorsioni. I governanti dei Paesi esteri dovrebbero essere cauti in questo senso. A meno che, come la Cina, non abbiano le spalle abbastanza gradi per sopportare un troncamento netto dei rapporti bilaterali con gli USA.

Contrariamente a quanto dice Trump, le barriere commerciali danneggiano chi le impone. Poiché è più probabile che inducano Trump a raddoppiare la posta invece che a fare marcia indietro, le ritorsioni rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione e possibilmente in modo catastrofico, come successe negli anni ’30, quando il presidente Hoover approvò il famigerato Smoot-Hawley Tariff Act.

Invece, i governi dovrebbero concentrarsi sull’aumento dei flussi commerciali tra loro, isolando l’America, soprattutto nei servizi, un’attività che alimenta l’economia del XXI secolo. Con una quota della domanda finale di importazioni pari solo al 15%, l’America non domina il commercio globale come fa con la finanza o con la spesa militare.

Anche se interrompesse completamente le importazioni, secondo le proiezioni attuali, 100 dei suoi partner commerciali avrebbero recuperato tutte le esportazioni perse, sostituendole con le esportazioni verso il resto del mondo ed entro appena cinque anni, calcola il think tank Global Trade Alert.

Nessuno è insostituibile. Nemmeno gli Stati Uniti.

Invece, se prendiamo l’UE, i 12 membri del Partenariato Transpacifico Globale e Progressivo (CPTPP), la Corea del Sud e le piccole economie aperte come la Norvegia, rappresentano il 34% della domanda globale di importazioni.

Questo sforzo dovrebbe includere la Cina? Molti in Occidente ritengono che le imprese statali cinesi violino lo spirito delle regole del commercio globale e in passato abbiano usato le esportazioni per assorbire l’eccesso di capacità produttiva al proprio interno.

Queste preoccupazioni peggioreranno se più merci cinesi verranno dirottate lontano dagli Stati Uniti e avranno come sbocco commerciale l’Unione Europea, l’India o il Giappone. Costruire un sistema commerciale con la Cina è auspicabile, ma sarà possibile solo se essa ribilancerà la propria economia verso una maggiore domanda interna, per alleviare le preoccupazioni sul dumping(*) che hanno gli altri Paesi industrializzati.

Inoltre, si potrebbe richiedere alla Cina di trasferire tecnologia e investire nella produzione in Europa in cambio di dazi più bassi. L’UE dovrebbe centralizzare le sue regole sugli investimenti per poter concludere accordi sull’investimento diretto cinese dall’estero. Non è molto difficile. Molto più difficile sarà per l’America porre riparo agli errori della seconda presidenza Trump nel lungo periodo.

(*) Per dumping si intende il ribasso di aliquote e della pressione fiscale da parte di uno stato per agevolare le imprese interne o attrarre imprese estere per trarne guadagni sul fronte delle imposte dirette o rendere artificialmente competitive le imprese domestiche sui mercati internazionali. Ovvio che il fenomeno, oltre certi livelli, è distorsivo della concorrenza internazionale).

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