L’ex di Goldman Sachs Robin Brooks: perché la Germania deve lasciare l’euro. C’entrano l’Italia e i BTP

Laura Naka Antonelli

19/08/2026

Perché la Germania deve lasciare l’euro. Brooks, senior fellow presso la Brookings Institutions, ex Goldman Sachs, chiama in causa la BCE, l’Italia e i BTP. La frase su UniCredit.

L’ex di Goldman Sachs Robin Brooks: perché la Germania deve lasciare l’euro. C’entrano l’Italia e i BTP

Perché la Germania deve lasciare l’euro”, ovvero “Why Gerrmany Needs to Leave the Euro”.

Si intitola così la serie di saggi e articoli di analisi economica scritti da Robin Brooks, attualmente senior fellow della divisione Economic Studies del Brookings Institution, in passato capo economista presso l’Institute of International Finance e, ancora prima, responsabile strategist del forex di Goldman Sachs e pubblicati sulla piattaforma Substack.

Qualcuno, ammette l’economista, potrebbe considerare soltanto il titolo del podcast da lui registrato una sorta di eresia, visto che non è un mistero che siano soprattutto i partiti di estrema destra, a invocare l’uscita dei loro rispettivi Paesi dall’euro.

E infatti Robin Brooks chiarisce subito di essere un “europeo orgoglioso di esserlo”. Ma Brooks è anche un cittadino tedesco. E i suoi sentimenti nei confronti della moneta unica sono diventati contrastati, intrisi di emozioni e di preoccupazioni, tanto da portarlo a dire che “l’euro non è più utile all’Europa”.

L’euro non è più utile all’Europa? La tesi di Robin Brooks, frustrato dall’ascesa in Germania dell’estrema destra di AfD

Possibile che un ex Goldman Sachs dica una cosa del genere? Possibile, visto che Brooks dice di essere un sostenitore degli “Stati Uniti d’Europa”?

Cosa c’è alla base dell’idea secondo cui la Germania di Robin Brooks dovrebbe lasciare l’euro?

L’economista fa sedere al banco degli imputati la BCE, artefice di una politica monetaria che a suo avviso sta distorcendo i mercati, in un’Eurozona in cui l’euro, dice, è diventato “uno strumento politico” utilizzato da alcuni governi per giustificare le loro lacune, che si sostanziano in primis in livelli di debito pubblico troppo alti.

E così, “so che può sembrare eretico parlare di come dovremmo abbandonare l’euro e tornare alle valute nazionali per farlo, ma credo che sia il solo modo” per rendere l’Europa più forte, insiste Brooks.

Brooks motiva la propria frustrazione soprattutto con quanto sta accadendo in Germania, dove a prendersi la scena nell’arena politica è sempre di più il partito di estrema destra AfD che, a suo avviso, potrebbe essere esattamente quello che sfiderà nel 2029, in occasione delle prossime elezioni tedesche, i partiti che appoggiano oggi il governo di Friedrich Merz. Un partito che si regge, fa notare, sugli stessi principi che hanno portato Donald Trump a vincere le elezioni USA nel 2024, tutti condensati nello slogan MAGA (Make America Great Again).

Il timore di Brooks è che l’AfD finisca per avere la meglio su altri partiti “su questioni come l’immigrazione e l’euro”. D’altronde i partiti di destra e populisti stanno avendo successo in molti Paesi creditori, “che di fatto stanno sostenendo l’euro”. Paesi come la Germania, che secondo l’economista stanno pagando troppi soldi, al posto di tante altre economie europee, che non possono farlo, in quanto sommerse dai debiti.

Gli Stati Uniti del Dopoguerra e la Germania di oggi, spiega Brooks, hanno di fatto un elemento in comune: “si tratta di Paesi che sono stati generosi, ma che non solo non hanno visto tornare indietro quella generosità, ma non sono stati neanche ascoltati”.

Il problema della capacità fiscale di Italia e Spagna. Lo dimostrano gli aiuti all’Ucraina

Berlino, in particolare, non è stata ascoltata soprattutto da alcune istituzioni che, in Europa, hanno dimostrato di avere tutto l’interesse a conservare lo status quo.

L’esempio più illustre? Sicuramente, la BCE, contro cui il Senior Fellow della Brooking Institution si è scagliato più volte.

Di cosa è colpevole la Banca centrale europea?

Nel ricordare di avere già “scritto a novembre una serie di articoli sulla necessità che la Germania di lasci l’euro”, Brooks ha presentato alcuni grafici. Tra questi, uno specifico che dimostra quanto Berlino contribuisca in misura maggiore al sostegno dell’Ucraina, rispetto ad altri Paesi europei, in proporzione al PIL. A farlo sono però anche altri Paesi, come la Svezia, “che ha versato 10 miliardi di euro circa al Paese (Ucraina), e che dispone di un PIL che è una frazione dei PIL dell’Italia e della Spagna”.

La domanda, dunque, è d’obbligo: “Perché l’Italia e la Spagna non stanno fornendo maggiori aiuti? Perchè (anche) la Norvegia versa molti più aiuti di quanto facciano la Spagna e l’Italia?”.

La risposta è incisa nei conti pubblici di queste economie:

“Non credo che (non abbiano versato più soldi) perché sono Paesi cattivi, né credo che siano controllati dalla Russia. Penso che la ragione (per cui non hanno versato più aiuti) sia, (semplicemente) che non possono. Non hanno la capacità fiscale per farlo”.

Debito pubblico e rendimenti: l’illusione creata dalla BCE

Peccato che, agli occhi dell’Europa stessa, questo problema non appaia neanche pervenuto, complice
l’euro, che è diventato fondamentalmente uno strumento utilizzato da alcuni Paesi per far finta di non avere una crisi fiscale o del debito”.

Brooks presenta una situazione di negazione totale della realtà che è avallata e blindata dalla BCE, la prima responsabile della distorsione in atto sui mercati, in quanto “ha agito per tenere i rendimenti (dei Titoli di Stato dei Paesi indebitati (come BTP e Bonos), bassi in modo artificiale”, allo scopo di “rendere lo status quo più sostenibile”.

Così facendo, ha fatto sì che tali Paesi “potessero continuare a trascinarsi in qualche modo avanti, fingendo che non ci fosse alcun problema”.

Attenzione però: gli interventi della BCE non hanno conferito alle economie più indebitate “più capacità fiscale”.

E “quindi mi chiedo cosa dovrebbero fare l’Italia e la Spagna se volessero eguagliare, faccio un esempio, gli aiuti (all’Ucraina) forniti dalla Francia, dal Regno Unito o perfino dalla Germania”. La risposta è che “dovrebbero emettere più debito, a fronte di una capacità (fiscale) che non c’è”.

Il dito è puntato contro la BCE, che “ha creato l’illusione che ci sta portando a credere che non ci sia troppo debito, che in alcuni Paesi non ci sia un problema del debito”. Ma la Germania dal canto suo è complice di questa narrativa, visto che ha “assecondato misure che contribuiscono a contenere artificialmente i rendimenti (dei vari BTP e Bonos), in quanto preoccupata” per quanto potrebbe accadere se così non fosse (una crisi dei debiti sovrani e, nel peggiore dei casi, la fine dell’euro).

Il risultato “è che la disfunzione provocata dalla BCE sta producendo conseguenze decisamente negative per l’Europa nel suo insieme, perché ci sta facendo diventare una sorta di continente zombie ”, che “ci vede trascinarci avanti, mentre ci diciamo che non ci sono problemi, quando invece ci sono”.

Fino a quando “non arriva poi un grande shock come l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e non ci sono soldi affinché l’Europa possa intervenire e prendere in mano le redini”. Il finale che si ripresenta è così il solito, ovvero, alla fine ci ripresentiamo “costantemente con il cappello in mano dagli Stati Uniti per ogni tipo di cosa”, con la Germania “che finisce per pagare il conto”.

Ed è con questo, in parte, che l’economista spiega “l’ascesa dell’AfD” nel Paese, in quanto il partito finisce per intercettare e per dare voce a tutto il malcontento che serpeggia nel tessuto sociale tedesco. Tutto perché i Paesi alle prese con elevati livelli di debito, come l’Italia, “non vogliono una crisi dei debiti sovrani”.

La BCE sta ricattando la Germania? L’appello di Brooks a Berlino: minacci la rottura dell’euro

Il messaggio della BCE a Paesi come la Germania, secondo Brooks, si sostanzia praticamente in un ricatto: “se volete che l’euro continui, non possiamo far fronte a una crisi dei debiti sovrani come quella del 2011, 2012, che è stata di fatto insostenibile e che si è tradotta quasi nella fine dell’euro”. Un ricatto che però mette con le spalle al muro Berlino, costringela ad accettare uno status quo che, secondo Brooks, va a suo discapito.

Di conseguenza, l’economista lancia il seguente appello a Berlino:

“Il primo passo per la Germania è far valere con maggiore fermezza i propri interessi all’interno della BCE. E, a mio avviso, questo deve comportare anche la minaccia di una rottura dell’euro. Ovviamente, ciò aprirebbe un dibattito, e credo che il risultato migliore a cui possiamo arrivare sia mantenere l’euro, ma vietare alla BCE di porre artificialmente un tetto ai rendimenti dei Titoli di Stato. Questo ci riporterebbe a una situazione di cui abbiamo bisogno e che vogliamo: la possibilità che si verifichino crisi del debito sovrano all’interno dell’Unione monetaria. Ciò spingerebbe i governi ad adottare politiche fiscali migliori”.

Tutto, va comunque ricordato, a fronte del bazooka fiscale lanciato dalla Germania di Merz che, secondo molti sarebbe il vero motivo che ha fatto aumentare i rendimenti dei Bund, appena schizzati a nuovi record degli ultimi 15 anni

Italia chiamata in causa anche per OPS “perversa” di UniCredit su Commerzbank

Brooks tiene a precisare di non volere certo la fine dell’euro. Ma l’economista ripete che la Germania ha bisogno di una scossa, ragion per cui deve iniziare a trattare seriamente all’interno della BCE: per il suo bene e per il bene dei contribuenti che, così ribadisce, hanno finito per sostenere indirettamente il sistema di contenimento dei rendimenti dei Paesi altamente indebitati, come l’Italia.

Italia che ha beneficiato così tanto degli aiuti della BCE, ha rincarato la dose Robin Brooks, anche attraverso l’OPS lanciata da UniCredit su Commerzbank: un’offerta che Brooks ha bollato “perversa, e che UniCredit ha potuto lanciare beneficiando per l’appunto della compressione dei rendimenti italiani, dunque di un sussidio della BCE a favore dei BTP e dunque delle stesse banche italiane:

“Considero l’offerta di UniCredit su Commerzbank, a mio avviso, completamente perversa. È un sintomo di come i rendimenti nell’Eurozona siano diventati distorti e, in ultima analisi, il risultato è imputabile alla BCE e alla disponibilità della Germania ad assecondare questa situazione”.

Di fatto, se la BCE non avesse posto un tetto massimo ai rendimenti dei BTP e “se i rendimenti italiani (a 30 anni) fossero pari al 10% o al 12%, invece del 5% ”, ha fatto notare ancora, “il settore finanziario italiano sarebbe molto più piccolo, e non credo che potrebbe lanciare un’offerta per una banca del Nord Europa”.

A fare le spese della politica della BCE anche i Bund tedeschi

A fare le spese della politica monetaria della Banca centrale europea gli stessi Bund che oggi, contrariamente a quanto avvenne durante gli anni della crisi dei debiti sovrani, non vengono considerati più beni rifugio come un tempo: Quei “flussi in entrata che, nel 2010, 2011, 2012, si spostarono dalla periferia agli asset rifugio in Paesi (bond), come la Germania, così come in Olanda e in Finlandia, dove il debito è basso”, non ci sono più, proprio perché, secondo Brooks, nel fissare un tetto massimo ai rendimenti, la BCE avrebbe cancellato anche la distinzione tra asset sicuri e asset rischiosi.

Ma la verità, secondo l’economista, è che i rendimenti dei Paesi più indebitati dovrebbero essere molto, ma molto più alti rispetto al valore attuale.

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Robin Brooks presenta rendimenti BTP, Bonos e bond Grecia senza aiuti BCE Robin Brooks presenta rendimenti BTP, Bonos e bond Grecia senza aiuti BCE Secondo l'economista Robin Brooks i rendimenti dei BTP e dei Bonos sarebbero più alti rispetto ai livelli attuali di almeno 100 punti base senza gli aiuti della BCE. I rendimenti dei bond Greci sarebbero più elevati di almeno 200 punti base. (Fonte: Robin Brooks su Substack)

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