Solo il 13% delle cessazioni è passato da una procedura d’insolvenza. A pesare sono costi energetici e carenza di personale, mentre la crisi supera i confini dell’industria.
- Nel 2025 hanno cessato l’attività 187.744 imprese tedesche, quasi il 10% in più rispetto al 2024: non accadeva dal 2007.
- Solo il 13% delle chiusure è riconducibile a una procedura di insolvenza: la maggioranza esce dal mercato in modo volontario e silenzioso.
- Il comparto più colpito è quello di ristorazione e alberghi, con circa 15.000 cessazioni (+15% in un anno).
- Quasi un terzo delle chiusure volontarie dipende dall’età del titolare e dall’impossibilità di trovare un successore.
In Germania il 2025 si è chiuso con 187.744 imprese uscite dal mercato. Quasi 190.000 attività cessate, con un aumento di circa il 10% rispetto all’anno precedente. È il numero più alto da quasi vent’anni - l’ultimo dato superiore risale al 2007, con quasi 208.000 chiusure - e segna il secondo incremento consecutivo. I dati arrivano dall’analisi annuale congiunta di Creditreform, l’agenzia tedesca di informazioni commerciali, e del ZEW, il Centro Leibniz per la ricerca economica europea di Mannheim.
Il dato pesa perché arriva dopo anni di stagnazione della prima economia europea e perché descrive un fenomeno diverso dal solito racconto delle crisi industriali: la gran parte di queste imprese non è fallita. Ha semplicemente smesso di esistere.
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Solo il 13% chiude per insolvenza
È il numero che cambia la lettura dell’intero fenomeno: appena il 13% delle chiusure registrate lo scorso anno è passato attraverso una procedura concorsuale. Tutto il resto è uscito dal mercato senza clamore, come sottolinea la ricercatrice dello ZEW Sandra Gottschalk, la maggioranza delle cessazioni avviene in modo pressoché silenzioso.
A spingere fuori le imprese è una combinazione di fattori che si sovrappongono: costi operativi elevati, difficoltà a reperire personale qualificato e, sempre più spesso, l’assenza di qualcuno disposto a rilevare l’attività. Secondo Gottschalk quasi un terzo di tutte le chiusure volontarie è ormai legato a ragioni anagrafiche, una quota nettamente superiore a quella di dieci o quindici anni fa. Sono aziende che chiudono da sane: il titolare va in pensione e non trova un successore.
Ristorazione, alberghi e studi medici. La crisi esce dall’industria
Nel 2025 gli aumenti hanno riguardato quasi tutti i settori. Il più colpito è il Gastgewerbe, ossia ristorazione e ricettività: circa 15.000 chiusure, il 15% in più rispetto al 2024. Nell’analisi si osserva che nemmeno l’aliquota IVA agevolata introdotta a sostegno del comparto - dal 1° gennaio 2026 in Germania la ristorazione applica il 7% sulle somministrazioni di cibo - è riuscita ad attenuare una situazione già compromessa.
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Nella sanità prosegue una tendenza negativa in corso da circa un decennio: quasi 11.000 chiusure, un valore ormai doppio rispetto al 2008. Solo gli studi medici sono stati circa 5.500, con un aumento del 23% in dodici mesi, spesso perché il medico va in pensione e nessuno subentra nell’ambulatorio.
Nell’industria manifatturiera hanno chiuso circa 11.000 imprese, il 10% in più rispetto all’anno precedente.
La «tenaglia della crisi»
Patrik-Ludwig Hantzsch, responsabile della ricerca economica di Creditreform, sintetizza così il quadro: la dinamica di crisi sta ormai attraversando l’economia nella sua interezza e, a differenza degli anni passati, cessano l’attività anche imprese in sé sane.
Commentando l’aumento delle insolvenze, Hantzsch aveva già parlato di una «tenaglia» che stringe l’economia tedesca da due lati: da una parte gli shock geopolitici - il conflitto con l’Iran e i dazi statunitensi -, dall’altra gli alti prezzi dell’energia e il peso della burocrazia interna.
A questo si aggiungono i problemi logistici di questa estate. La secca eccezionale del Reno ha ridotto drasticamente la capacità di carico delle chiatte sull’arteria fluviale che collega i porti del Mare del Nord all’industria del Sud della Germania: all’idrometro di Kaub, riferimento per la navigabilità del Medio Reno, ad agosto sono stati toccati livelli mai registrati prima, con conseguenze immediate su costi di trasporto e catene di fornitura di carbone, prodotti chimici, acciaio e carburanti.
Il governo del cancelliere Friedrich Merz punta a riportare il Paese su tassi di crescita più sostenuti attraverso spesa pubblica e pacchetti di riforme, ma il clima resta appesantito dagli annunci di tagli occupazionali nell’automotive, sotto pressione per la concorrenza cinese.
Perché il dato riguarda anche l’Italia
Il vero campanello d’allarme non riguarda i grandi gruppi, ma il tessuto che sostiene il modello produttivo tedesco. Le piccole e medie imprese e le aziende familiari - il Mittelstand - sono storicamente la spina dorsale dell’export e dell’economia dei Länder, ma scompaiono senza l’eco mediatica che accompagna le ristrutturazioni dei grandi nomi.
È un punto che interessa direttamente le imprese italiane perché la Germania è il primo partner commerciale dell’Italia e buona parte della subfornitura manifatturiera nazionale lavora proprio per quel tessuto di medie imprese. Ogni assottigliamento della base produttiva tedesca si trasmette, con qualche trimestre di ritardo, agli ordinativi lungo la filiera.