L’AI farà crollare tutto o creerà più ricchezza di prima? La risposta non è scontata

Antonio Zennaro

24 Febbraio 2026 - 09:34

12 milioni di visualizzazioni per un report shock: cosa sta spaventando i mercati?

L’AI farà crollare tutto o creerà più ricchezza di prima? La risposta non è scontata

Un report pubblicato da Citrini Research ha superato i 12 milioni di visualizzazioni su X in pochi giorni. Il titolo è suggestivo: “Global Intelligence Crisis 2028”. L’idea di fondo è semplice e inquietante: l’intelligenza artificiale potrebbe sostituire una parte consistente del lavoro cognitivo, comprimere i consumi, generare un prodotto interno lordo “di carta” e innescare tensioni finanziarie diffuse.

È uno scenario costruito con coerenza. Ma la domanda decisiva non è se sia possibile. È se sia probabile nella forma estrema che viene descritta. E soprattutto: è la prima volta nella storia che una nuova tecnologia fa tremare mercati e opinione pubblica?

Ogni epoca ha avuto il suo momento di paura collettiva. All’inizio del Novecento l’elettrificazione e la meccanizzazione venivano viste come una minaccia per milioni di lavoratori manuali. Nel secondo dopoguerra l’automazione industriale alimentò timori di disoccupazione permanente. Negli anni Novanta Internet sembrava destinato a spazzare via interi settori tradizionali. Nel 2008 si parlò della fine del sistema finanziario globale. Nel 2020, con la pandemia del COVID, molti analisti prospettavano una crisi lunga e strutturale.

Eppure, se si osserva l’andamento del prodotto interno lordo mondiale negli ultimi cento anni, la traiettoria è stata sorprendentemente chiara: crescita di lungo periodo, nonostante shock che nel loro momento sembravano definitivi.

Dopo la devastazione della seconda guerra mondiale, con interi Paesi distrutti, l’economia globale non solo si ricostruì, ma entrò in una fase di espansione senza precedenti tra il 1945 e il 1973. Durante la guerra fredda, con tensioni geopolitiche costanti e crisi internazionali ricorrenti, la produttività continuò ad aumentare grazie ai progressi nei semiconduttori, nell’informatica e nelle telecomunicazioni. Nel 2020 il prodotto interno lordo globale subì una contrazione storica; nel giro di pochi anni aveva recuperato e superato i livelli precedenti.

Questo non significa ignorare le sofferenze, le imprese fallite o i lavoratori colpiti. Significa riconoscere una costante: la capacità di adattamento dei sistemi economici è stata sistematicamente sottovalutata nei momenti di maggiore paura.

Il report di Citrini Research individua rischi reali. Alcuni lavori basati su attività ripetitive e analisi standardizzate sono effettivamente automatizzabili. Parte del software tradizionale potrebbe diventare facilmente sostituibile. Le imprese che vivono di intermediazione inefficiente potrebbero vedere comprimersi i margini. È plausibile che alcuni settori vengano ridimensionati.

Ma la storia economica insegna che la tecnologia non distrugge la ricchezza complessiva: la rialloca. Quando arrivarono le automobili, i produttori di carrozze non sopravvissero. Tuttavia nacquero nuove industrie, dalla raffinazione del petrolio alla produzione di massa, dalla logistica moderna alla pianificazione urbana. Quando Internet si diffuse, molte attività tradizionali persero centralità, ma emersero piattaforme globali e professioni che prima non esistevano.

La dinamica è sempre la stessa. Il valore non scompare: si sposta verso chi sa interpretare il cambiamento.

Nei mercati finanziari la paura tende a sovrastimare la velocità della distruzione e a sottovalutare la fase di adattamento. Ogni trasformazione attraversa un momento in cui l’incertezza domina le decisioni. In questa fase si moltiplicano le reazioni eccessive, le valutazioni compresse senza distinzione, la convinzione che “questa volta sia diverso”.

Eppure, anche nei momenti più bui del Novecento, il sistema economico globale ha trovato nuove traiettorie di crescita. Il prodotto interno lordo mondiale è passato, nel corso di un secolo, da livelli relativamente contenuti a dimensioni che allora sarebbero sembrate impensabili. Guerre mondiali, crisi energetiche, tensioni geopolitiche e pandemie non hanno interrotto la tendenza di fondo.

L’intelligenza artificiale potrebbe rendere obsolete alcune aziende. Potrebbe mettere in difficoltà modelli di business fondati su rendite di posizione. Potrebbe accelerare la selezione tra imprese flessibili e imprese rigide. Ma potrebbe anche aumentare la produttività, ridurre costi, liberare risorse e aprire nuovi mercati.

La differenza non la farà la tecnologia in sé. La farà l’atteggiamento con cui verrà affrontata.

Chi reagisce con panico tende a paralizzarsi. Chi reagisce con lucidità si chiede dove si stia spostando il valore, quali competenze diventino centrali, quali settori possano integrare e non subire il cambiamento.

Negli ultimi cento anni hanno vinto coloro che hanno interpretato le trasformazioni come un processo da governare, non come una catastrofe da subire. Il panico è una reazione emotiva. L’adattamento è una strategia.

L’AI può far tremare i mercati. Ma la storia suggerisce che, alla fine, vincono gli ottimisti: non quelli ingenui, bensì quelli capaci di guardare oltre l’immediato e costruire nel lungo periodo.