Chi conosce Giancarlo Giorgetti sa che il massimo della bizzarria che riguarda la sua persona è legato al tifo sfegatato per la squadra di calcio inglese del Southampton. Per il resto, tutto pragmatismo e concretezza. Non a caso, storicamente la sua figura è quella del pontiere e del mediatore, stante la stima bipartisan di cui gode il suo lavoro.
In molti si sono quindi chiesti se fosse davvero lui quello intervenuto mercoledì in Aula nel corso del question time. Qualcuno azzardava l’ipotesi della controfigura, i più estremi evocavano Linda Blair, la protagonista de L’esorcista. Solo una possessione diabolica, infatti, poteva giustificare la difesa a oltranza della non ratifica del MES messa in campo dal ministro dell’Economia, talmente politicamente fumosa e arzigogolata nei toni e nei contenuti da far pensare allo scherzo di un ghostwriter.
A detta del titolare del MEF, infatti, emerge con chiarezza la necessità che la decisione di procedere o meno alla ratifica del Trattato sia preceduta da un adeguato e ampio dibattito in Parlamento, anche tenuto conto di quanto emerso dal recente atto di indirizzo approvato dalla Camera. Ma non basta; L’impianto attuale del trattato istitutivo del Mes appare non tenere conto del diverso contesto di riferimento e appare opportuno che, a monte, siano valutate modifiche relative al contenuto del meccanismo, Al netto di forma e argomentazioni, il termine a monte non fa parte del frasario del ministro Giorgetti. Anzi, conoscendolo lo ritiene degno di un comunicato delle Brigate Rosse.
Ma è dopo aver definito il MES un’istituzione impopolare, in crisi e in cerca di una vocazione, che qualcosa pare sfuggito dal controllo e la realtà è parsa delinearsi, al netto del contesto da teatro dell’assurdo: A titolo esemplificativo, il MES da strumento per la protezione dalle crisi del debito sovrano e delle crisi bancarie, deve trasformarsi, a nostro avviso, in un volano per il finanziamento degli investimenti e per il sostegno per affrontare sfide come quella del caro energia e della crisi internazionale connessa alle vicende ucraine, aggiornando le condizionalità attualmente previste ovvero le modalità di utilizzo delle risorse.
Tradotto? I conti pubblici sono messi talmente male che la non ratifica del MES diviene arma di ricatto disperato verso l’Europa. Di fatto, l’Italia punta a prendere tempo nella paradossale speranza che la recessione alle porte sia sufficientemente profonda da rispondere alla conditio posta da Christine Lagarde per mettere in pausa il ciclo rialzista della Bce. Insomma, al fine di salvare la faccia politicamente, il governo spera nel miracolo di un morphing dettato dalle condizioni macro che trasformi per magia il MES in Recovery Fund 2.0. Un azzardo, appunto. Enorme.
A quel punto, ovviamente, ratifica e adesione subirebbero un’accelerazione da record. Ma serve tempo. E la stessa Christine Lagarde, a latere del Consiglio direttivo Bce, ha chiaramente invitato l’Italia ad approvare in fretta la riforma del meccanismo salva-Stati. Insomma, comincia il braccio di ferro. Quello vero.
Tutto questo, ovviamente, ha un costo. E una dose di rischio connaturata alla gravità della situazione del nostro Paese. Il quale non solo vede il dibattito sugli emendamenti alla Manovra interno alla maggioranza in imbarazzante stato di impasse, quando mancano 15 giorni alla deadline che ci divide dall’esercizio provvisorio.
Ben più grave è infatti quanto accaduto sempre mercoledì, poche ore dopo la performance da posseduto di Giancarlo Giorgetti. Sempre fonti del MEF facevano trapelare come non solo fosse stata accantonata l’ipotesi di proroga del SuperBonus 110% fino al 31 dicembre per i condomini ma, soprattutto, come circolasse l’intenzione di un ulteriore giro di vite sul reddito di cittadinanza, la cui permanenza nella forma attuale dovrebbe scendere a sette mesi ulteriori. Lo stesso Giancarlo Giorgetti era stato chiaro: a fronte dei 90 miliardi totali di costi fra SuperBonus e bonus facciate, il nostro Paese avrebbe potuto abbattere il cuneo fiscale di 10 punti. Come dire, ora basta. Ma non per il cuneo. Per i conti.
E le banche? E i rischi di insolvenza delle aziende del settore? In alternativa, ecco arrivare l’aumento a 3 del numero di cessioni crediti a istituti di credito o intermediari certificati, oltre alla garanzia Sace sugli stessi. Qualcosa si è rotto, insomma. Quasi nottetempo. Quasi i conti, di colpo, avessero rivelato qualcosa che neppure i tecnici si attendevano. Non a caso, addio a ogni tipo di rivalutazione delle pensioni.
Di fatto, il governo sta già operando in modalità di esercizio provvisorio. Taglia unicamente, quasi a livello lineare. Roba da Mario Monti. Non a caso, l’UE ha garantito via libera alla manovra, eccezion fatta per POS e contante. E per le pensioni. Ma quanto fatto filtrare dal MEF nella notte fra mercoledì e giovedì, di fatto si sostanzia come un battito di tacchi a tempo di record al riguardo. E Bruxelles pare aver gradito.
Siamo sul filo. Quasi a livello di una posizione lose-lose che impone la scelta fra ciò che viene percepito come il minore dei mali. Se la recessione sarà tale da bloccare i piani paralleli della Bundesbank, la nostra economia reale uscirà devastata. Se invece la tenuta macro consentirà alla Bce di proseguire nella normalizzazione della politica monetaria e di bilancio, oltretutto con l’aggravante del QT per 15 miliardi al mese da marzo e fino a fine giugno, lo spartiacque.
Ecco, infatti, che ogni eventuale strappo sullo spread vedrà il Paese interessato costretto a un’unica via: il TPI. Ovvero lo scudo che garantisce acquisti mirati di debito ma a fronte di gravose condizionalità. Per accedere al quale, però, è necessario da statuto ratificare prima il MES. Insomma, oltre al danno del commissariamento ufficiale, la beffa di una figuraccia politica per il governo sovranista.
Durante il question time, Giancarlo Giorgetti ha lanciato i dadi a nome del governo. Oggi Christine Lagarde ha implicitamente risposto. Chi cederà prima, la Bce o i nostri conti pubblici nella percezione che di essi hanno gli investitori? La risposta fa paura. Perché in un caso come nell’altro, alla fine tutto dipenderà soltanto dalla Banca centrale e dalla sua volontà di schermare il nostro premio di rischio. E il nostro spread a cannone sopra quota 200 punti base subito dopo la Bce, sembra offrire un proxy poco tranquillizzante.