G7, Tokyo propone di togliere i riferimenti green sul mercato auto. Il motivo fa paura

Mauro Bottarelli

28 Giugno 2022 - 11:31

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L’impegno sul 50% di veicoli a zero emissioni entro il 2030 sparisce dal documento finale. Le dinamiche di debito pubblico, fra svendite estere record e ritorno del Big Japan Short, impongono allarme

G7, Tokyo propone di togliere i riferimenti green sul mercato auto. Il motivo fa paura

Oggi è la giornata della Reuters. L’agenzia di stampa, infatti, quando ancora in Europa si doveva prendere il secondo caffè del mattino, aveva sparato un paio di esclusive con i fiocchi. Prima il delirante piano elaborato dalla Bce per schermare i debiti a rischio senza vendere bond dei paesi core, poi l’indiscrezione in base alla quale in sede di redazione finale del documento ufficiale del G7, il Giappone avrebbe tentato (e ottenuto) il golpe fossile.

Nel draft che Reuters dice di aver visionato, infatti, compariva la richiesta di Tokyo di eliminare ogni riferimento all’obiettivo del 50% di veicoli a zero emissioni da perseguire entro il 2030. E infatti, nel testo conclusivo il G7 si dichiara genericamente favorevole ad accelerare una transizione pulita ed equa verso la neutralità climatica, garantendo nel contempo la sicurezza energetica. Poi, la supercazzola rivelatrice: Il focus della collaborazione è sulle riforme delle politiche energetiche che accelerino la decarbonizzazione delle economie verso lo zero netto, garantendo nel contempo l’accesso universale a un’energia accessibile e sostenibile e offrendo vantaggi socioeconomici e opportunità di sviluppo in linea con l’Agenda 2030, tenendo conto delle condizioni specifiche e delle priorità di sviluppo di ciascun Paese. Tradotto, nessun impegno preciso e nessuna novità rispetto agli impegni internazionali precedenti, siano essi legati all’Accordo di Parigi che al Patto di Glasgow. Insomma, Tokyo ha vinto.

Ovviamente, nessuno è così ipocrita da negare che l’emergenza energetica fatta deflagrare dalla crisi ucraina abbia tacitamente mandato in soffitta l’ondata green che ha permeato gli ultimi due anni di accordi e politiche internazionali. Né così timido da non sottolineare come Germania e Giappone siano i Paesi maggiormente interessati a uno stop di certi cronoprogrammi dettati dall’agenda Greta, stante l’importanza esiziale del comparto automobilistico per le loro economie. Altra cosa, però, è uscire palesemente allo scoperto, chiedendo la rimozione di uno degli obiettivi cardine dal documento finale del G7. Non a caso, il fatto è divenuto di pubblico dominio. Perché se a tutti i Sette grandi fa comodo che il loro settore automotive non venga castrato da decisioni drasticamente suicide come quelle prese dall’Ue poche settimane fa, ovviamente occorre preservare la faccia. E offrire all’opinione pubblica un capro espiatorio per l’impopolare decisione presa in Baviera, ammesso che qualcuno la noti.

Ma c’è dell’altro. Perché al netto di un obbligato greenwashing industriale che, a poco a poco, vede tutti le grandi potenze impegnate in un logoramento dall’interno delle strettoie ambientaliste cui hanno ceduto negli scorsi trimestri, ingolositi dal business finanziario ESG e piani di investimento come quelli benedetti da Biden o dalla Von der Leyen, questi due grafici

Controvalore di acquisti di debito pubblico domestico da parte della Bank of Japan Controvalore di acquisti di debito pubblico domestico da parte della Bank of Japan Fonte: Schroders
Andamento dei flussi di capitale nel mercato obbligazionario sovrano giapponese Andamento dei flussi di capitale nel mercato obbligazionario sovrano giapponese Fonte: Bloomberg

mostrano il vero e sottostante motivo dell’irrequietezza e della fretta nipponica di archiviare potenziali freni al Pil. Mentre era in corso il vertice dei Sette Grandi, la Bank of Japan ha infatti ufficialmente varcato il Rubicone del 50% di detenzione di debito pubblico: per l’esattezza, 50,4%. E la prima immagine mostra il livello di intervento della Banca centrale di Tokyo in quello che era il secondo mercato obbligazionario sovrano al mondo (un moloch da 4,7 trilioni di dollari di controvalore), unicamente per mantenere il cap dello 0,25% sul rendimento del decennale. Praticamente, un vicolo cieco.

Tradotto, totale sconnessione e de facto nazionalizzazione in nome di estremizzato concetto di prestatore di ultima istanza. In questo caso, unica istanza, basti notare i volumi sempre decrescenti di trading reale sul JGB. E la seconda immagine mostra l’altra faccia della medaglia, altrettanto estrema: se infatti gli investitori esteri hanno venduto qualcosa come 4,8 trilioni di yen di bond nipponici nella sola settimana conclusasi il 17 giugno, il massimo dal 2001, gli hedge funds stanno tornando a puntare sul Big Japan Short, ammassando posizioni ribassiste contro le mosse disperate della Bank of Japan. Capito perché vale la pena di passare per inquinatore del mondo, pur di salvaguardare ogni briciolo di produttività del comparto trainante dell’economia? Perché il giochino MMT sta finendo. E stavolta, lungi dallo stare solo ad osservare l’effetto che fa, la big money scommette contro. Un unico dubbio: big short o big squeeze, se Tokyo con le sue acrobazie divenisse apripista per un nuovo Qe globale?

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