Il coronavirus sta cambiando l’Europa, ma in peggio. I motivi

Il coronavirus sta plasmando un’Europa per la necessità di arginare i contagi di un virus letale. Il cambiamento, però, sembra più pericolose che positivo. Nazionalismo ai massimi livelli, frontiere chiuse, tensioni crescenti: dove va l’Europa?

Il coronavirus sta cambiando l'Europa, ma in peggio. I motivi

Quali tendenze politiche si stanno affermando in Europa ai tempi del coronavirus? Il Vecchio Continente è stato duramente colpito dalla pandemia e gli effetti potrebbero essere più profondi di quanto non si immagini.

L’UE ha già evidenziato tensioni vecchie e nuove, facendo uscire allo scoperto fragilità, paure, volontà poco inclini a una reale politica comunitaria.

L’epidemia, quindi, plasmerà un Vecchio Continente diverso? Le tendenze politiche in atto in Europa parlano di cambiamenti non proprio rassicuranti per il futuro.

Effetto pandemia rischioso per l’Europa: i 5 motivi

L’Unione Europa è finita di nuovo sotto i riflettori più critici. La necessità di uno sforzo comune per salvare le economie dei Paesi membri si sta traducendo piuttosto in un braccio di ferro tra i singoli interessi nazionali.

L’attaccamento all’identità europea sta diminuendo sempre di più e le previsioni sulla tenuta comunitaria si fanno cupe. Ma l’effetto pandemia sull’Europa sta mostrando anche altri segnali allarmanti.

Le tendenze politiche evidenziano un peggioramento degli scenari futuri, per almeno 5 motivi: dalla chiusura delle frontiere al crescente nazionalismo, passando per l’indebolimento delle politiche ambientali fino alle aumentate fratture tra Nord-Sud e Est-Ovest.

Dove arriverà l’Europa dopo l’epidemia? I 5 segnali del declino

1. Confini sempre più chiusi

L’Unione Europea ha chiuso le frontiere e rafforzato i controlli per arginare i contagi da coronavirus. L’area di libera circolazione Schengen è stata, quindi, rivoluzionata e bloccata in costrizioni mai immaginate prima.

L’emergenza sanitaria, infatti, ha aumentato il sospetto nei confronti degli stranieri e a marzo i paesi dell’area Schengen dell’UE hanno chiuso la frontiera esterna ai viaggiatori non essenziali.

L’effetto di misure di tale portata sarà politico. Il dibattito in corso proprio in queste ore sulla riapertura dei confini tra singoli Stati con accordi bilaterali sta dimostrando il livello di tensione.

I Governi sono ancora piuttosto diffidenti nell’ammorbidire le frontiere con tutti i Paesi membri (e l’Italia è molto svantaggiata al riguardo). I visitatori provenienti da parti del mondo in cui la malattia potrebbe ancora dilagare non saranno i benvenuti. Non solo, molti politici vorranno rendere la vita il più difficile possibile agli arrivi dei migranti irregolari (il dibattito italiano al riguardo è eloquente).

L’aver avuto frontiere chiuse per emergenza sanitaria per molto tempo, quindi, sta costruendo un clima di diffidenza difficile da spezzare. Un’Europa meno libera ci attende?

2. Più nazionalismo, meno europeismo

Le singole nazioni stanno guadagnando sempre più peso nei confronti delle istituzioni dell’UE. A danno, ovviamente, della fiducia verso Bruxelles e dello spirito comunitario che dovrebbe rappresentare.

Gli Stati stanno affermando in modo netto la loro autorità, prediligendo il nazionalismo all’europeismo per rispondere alle difficoltà interne. Una tendenza già nota un decennio fa durante le crisi finanziarie e della zona euro.

Ora sta accadendo di nuovo. La Commissione Europea ha lottato per tenere insieme i 27 e coordinare le loro risposte al virus. Tuttavia, la maggior parte dei poteri chiave in materia di salute, politica fiscale e frontiere risiede nelle nazioni e ora le popolazioni guardano ai leader interni per risolvere le difficoltà.

L’Europa, in questo contesto, proprio per la complessa impresa di trovare un accordo - che magari diventa un compromesso al ribasso - è vista come nemica.

Questa tendenza al rafforzamento dell’egoismo nazionale al posto di uno spirito unitario è davvero positivo? O porterà a scenari più minacciosi?

3. Fine delle politiche ambientali

Se è vero che, in parte, la diffusione delle pandemie dipende anche dai drastici cambiamenti climatici causati dall’uomo, non è altrettanto scontato che l’emergenza ambientale sia considerata tale.

Anzi, è probabile che il coronavirus rafforzi l’opposizione alle politiche progettate per moderare la crisi climatica. Prima dell’arrivo del virus, populisti come i Democratici svedesi, l’AfD in Germania, Nigel Farage nel Regno Unito e i gilet jaunes (gilet gialli) in Francia stavano usando l’ostilità alle politiche ecologiche come mezzo per ottenere sostegno.

Molti elettori il cui tenore di vita sta peggiorando drasticamente non saranno così disposti a mutamenti produttivi in nome dell’ambientalismo.

I leader europei insistono sul fatto che i loro piani per contenere le emissioni di carbonio sono sacrosanti. Ma man mano che la recessione morde, le pressioni su di loro per moderare la loro agenda verde, anche da parte dell’industria, si rafforzeranno.

4. Scontro Nord-Sud in Europa

Una spaccatura si sta aprendo in modo netto tra Paesi del Nord e quelli del Sud Europa, allargando una fessura già apparsa nella crisi della zona euro 10 anni fa.

Germania, Paesi Bassi e i loro alleati settentrionali restano riluttanti alle proposte di aiuti UE degli Stati del Sud.

Il coronavirus, d’altronde, ha colpito l’UE in modo asimmetrico. I membri meridionali, in particolare l’Italia e la Spagna, hanno subito più morti rispetto alla maggior parte degli altri, hanno subìto una crisi maggiore, con livelli più elevati di debito e dipendono da settori come il turismo che sono gravemente colpiti.

Essi chiedono solidarietà dal Nord, idealmente sotto forma di una sorta di Eurobond (che non sono stati accolti).

Attualmente, i leader dell’UE hanno concordato di istituire un fondo di ripresa per sostenere le regioni più colpite. Ma anche in questo tema si è generata una divisione sulla natura a fondo perduto, sostenuta dai Paesi del Sud contro quelli del Nord.

Ci aspetta un’Europa sempre meno solidale e litigiosa?

5. Contrasto con l’Est Europa

Ungheria, Polonia e talvolta altri stati dell’Europa centrale sono stati spesso in contrasto con il resto dell’UE.

Hanno remato contro sulla distribuzione di immigrati irregolari: hanno osteggiato gli obiettivi per ridurre le emissioni di carbonio; hanno messo in pericolo lo stato di diritto, con la Polonia e l’Ungheria tendenti a minare l’indipendenza del potere giudiziario e il pluralismo dei media.

La crisi da COVID-19 ha allargato la spaccatura. Gli europei centrali temono che perderanno denaro dal bilancio dell’UE a vantaggio dei Paesi del Sud più colpiti dal virus.

Nel frattempo, l’ungherese Viktor Orbán ha usato la pandemia come giustificazione per introdurre il regolamento con un decreto, aggravando i timori sulla creazione di una dittatura di fatto, in piena Europa.

Un destino amaro sembra essere disegnato per l’UE: le tendenze in corso in quetso tempo incerto e critico dettato dalla pandemia non lasciano presagire un futuro ottimistico. Più divisione, nazionalismo, chiusura, diffidenza: saranno queste le direzioni della nuova Europa post-coronavius?

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