Partite IVA e controlli antievasione: chi pagherà il conto della crisi? I dati shock CGIA

Partite IVA e controlli antievasione, nei mesi del lockdown i 110 miliardi evasi sono scesi a 82,5. I dati shock della CGIA, pubblicati il 30 maggio, fanno riflettere: chi pagherà il conto della crisi economica?

Partite IVA e controlli antievasione: chi pagherà il conto della crisi? I dati shock CGIA

Partite IVA e controlli antievasione, i dati della CGIA di Mestre fotografano la situazione dopo tre mesi di lockdown: il Fisco ha visto diminuire l’evasione fiscale di 27,5 miliardi di euro.

L’ultimo studio della CGIA, pubblicato il 30 maggio 2020, è senza dubbio una provocazione, visto che mette in evidenza un particolare aspetto: durante i mesi di chiusura forzata delle attività commerciali, l’evasione fiscale registrata dal Ministero dell’Economia è scesa da 110 a 82,5 miliardi.

Parliamo sempre di cifre da capogiro, eppure c’è stata la riduzione di circa il 25% del gettito mancante nelle casse dello Stato. Con questa provocazione la CGIA sembrerebbe dunque confermare l’idea diffusa nell’opinione pubblica, per cui gran parte dell’evasione sarebbe da imputare ai lavoratori autonomi.

Il punto su cui l’analisi della CGIA vuole porre attenzione è il seguente: chi pagherà il prezzo della crisi economica?

Partite IVA e controlli antievasione: chi pagherà il conto della crisi? I dati shock CGIA

Il Fisco non si ferma e nemmeno gli studi della CGIA. L’ultimo è stato pubblicato il 30 maggio 2020, e si concentra sugli ultimi dati riguardanti l’evasione fiscale, scesa da 110 a 82,5 miliardi durante i mesi del lockdown.

La riduzione di circa il 25% delle somme evase non ha alcuna base scientifica, sottolineano dalla CGIA, ma offre spunto per una riflessione.

Da un lato, in molti sono convinti che il mancato gettito nei bilanci erariali sia da imputare alle attività caratterizzate da un rapporto commerciale diretto con il cliente finale, come nel caso di molti edili, dipintori, idraulici, elettricisti, orafi, parrucchieri, estetisti, baristi, ristoratori, piccoli commercianti. Questa convinzione ovviamente non gioca a favore della reputazione dei lavoratori autonomi.

Dall’altro lato, chi sarà chiamato a pagare il prezzo della crisi economica? Proprio su questo punto si sofferma Paolo Zabeo, il coordinatore dell’Ufficio Studi di Mestre:

“Additati da sempre come gli affamatori del popolo, non è da escludere che nei prossimi mesi, quando questa depressione economica sfocerà in una probabile crisi sociale, gli autonomi saranno chiamati a pagare il conto. In attesa che arrivino i soldi del Recovery fund, quasi sicuramente inizierà una campagna contro gli evasori fiscali, con l’obbiettivo di colpire, in modo particolare, gli artigiani, i commercianti e le partite Iva.”

Partite IVA e controlli: l’evasione va contrastata a tutti i livelli, ma la pressione fiscale va contenuta

L’evasione fiscale, così come l’elusione, va contrastata a tutti i livelli, che sia un commercinate che non emette lo scontrino, o che abbia spostato la sede legale in un Paese all’estero perché più conveniente.

Il segretario della CGIA Renato Mason ha dichiarato:

“Grandi o piccoli che siano, gli evasori vanno perseguiti ovunque si nascondano. Tuttavia, se il nostro fisco fosse meno esigente, lo sforzo richiesto sarebbe più contenuto e probabilmente ne trarrebbe beneficio anche l’Erario. Con una pressione fiscale più contenuta, molti di quelli che oggi sono evasori marginali diventerebbero dei contribuenti onesti. Ricordo che la nostra giustizia civile è lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai inaccettabili e la Pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa. Nonostante queste inefficienze, la richiesta del nostro fisco si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata.”

Dunque, l’evasione è sbagliata sempre e a ogni livello, ma c’è da dire che se la pressione fiscale non fosse così alta e schiacciante, sarebbe più facile per le partite IVA adempiere a tutti gli impegni col Fisco.

Pressione fiscale partite IVA in UE: l’Italia al secondo posto dopo la Francia

Lo studio della CGIA continua citando i dati della Banca Mondiale. Secondo la Doing Business solo la Francia presenta un carico fiscale sulle imprese (in percentuale sui profitti commerciali) superiore al dato Italia. Se la media dell’Area Euro è pari al 42,8% (16,3 punti in meno che da noi), la Germania registra il 48,8% e la Spagna il 47%.

Per ciascun paese esaminato, questa elaborazione fa riferimento ad una media impresa (società a responsabilità limitata) con circa 60 addetti e alle imposte pagate nell’anno 2018, al secondo anno di vita dell’impresa (ovvero nata nel 2017).

L’incidenza del totale delle imposte sui profitti commerciali registrata dall’Italia nel 2018 (59,1%) è abbastanza in linea con il dato del 2015 (62%). Nei due anni intermedi (biennio 2016 e 2017) si è registrata un’incidenza sensibilmente inferiore (rispettivamente del 48 e del 53,1), riconducibile all’effetto dell’introduzione di alcune misure temporanee che hanno alleggerito il costo del lavoro, in particolar modo dei neoassunti con un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Infine, la CGIA ha sottolineato come l’astronomica cifra dei 110 miliardi di evasione fiscale sia una cifra stabile negli ultimi 10 anni. Eppure, nel corso degli ultimi anni l’Agenzia delle Entrate ha a propria disposizione molti più strumenti per scovare gli evasori: dal risparmiometro alla fattura elettronica, dagli ISA al nuovo limite per il pagamento in contanti, in vigore dal 1° luglio.

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