I contributi in busta paga sono un aspetto essenziale di ogni rapporto di lavoro. Come funziona il meccanismo e quali sono gli obblighi gravanti sul datore di lavoro?
Quando si legge la busta paga è impossibile non notare la differenza tra lo stipendio lordo e il netto che effettivamente entra nelle proprie tasche, una volta sottratte tutte le trattenute previste. Tra queste figura anche il contributo IVS.
Da solo, infatti, il contributo IVS può togliere centinaia di euro dallo stipendio netto e già per questo è naturale chiedersi: a cosa servono questi soldi? E quindi, più precisamente, cos’è il contributo IVS in busta paga e cosa finanzia?
La risposta è più semplice di quanto si possa pensare. Come noto, infatti, una parte dello stipendio viene destinata ai contributi previdenziali, necessari per finanziare la pensione futura. Ed è proprio qui che va ricercato il significato del contributo IVS, anche se la sua funzione non si limita solamente alla pensione di vecchiaia.
Tutto sta nella sigla IVS, che sta per Invalidità, Vecchiaia e Superstiti e riassume le principali prestazioni previdenziali finanziate attraverso questa contribuzione.
Si tratta quindi di una voce particolarmente importante: sommata alla quota versata dal datore di lavoro, contribuisce al finanziamento del sistema previdenziale e delle prestazioni riconosciute al lavoratore e, in alcuni casi, anche ai suoi familiari, come avviene ad esempio con la pensione ai superstiti.
Vediamo quindi come funziona il contributo IVS in busta paga, chi lo paga, qual è l’aliquota applicata e soprattutto quanti soldi vengono sottratti ogni mese dallo stipendio netto, con alcuni esempi pratici.
Cosa sono i contributi IVS in busta paga
I contributi IVS rappresentano quindi una delle principali voci previdenziali presenti nella busta paga dei lavoratori dipendenti. Come anticipato, la sigla IVS sta per Invalidità, Vecchiaia e Superstiti e identifica la contribuzione destinata a finanziare le prestazioni pensionistiche riconosciute dall’Inps.
Parliamo quindi dei contributi che servono, nel corso della vita lavorativa, a finanziare la futura pensione di vecchiaia o anticipata, ma anche le prestazioni riconosciute in caso di invalidità e quelle spettanti ai familiari superstiti in caso di morte del lavoratore o del pensionato.
Nel rapporto di lavoro subordinato il costo dei contributi IVS è ripartito tra azienda e dipendente. Una quota è direttamente a carico del datore di lavoro, mentre un’altra viene trattenuta dallo stipendio lordo del lavoratore, contribuendo così a ridurre il netto effettivamente percepito.
L’importo non è però uguale per tutti. Il calcolo viene effettuato applicando una determinata aliquota contributiva all’imponibile previdenziale, ossia alla parte della retribuzione sulla quale devono essere versati i contributi.
L’aliquota può variare in base all’inquadramento previdenziale dell’azienda, al settore di attività e alla categoria del lavoratore. Per capire quanto il contributo IVS pesa di fatto sullo stipendio bisogna quindi partire proprio dall’aliquota applicata e dall’imponibile previdenziale.
Contributi IVS, quanto si paga in busta paga
Per la generalità dei lavoratori dipendenti iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti dell’Inps, l’aliquota contributiva IVS complessiva è pari al 33% della retribuzione imponibile.
Di questa:
- il 23,81% è a carico del datore di lavoro;
- il 9,19% è a carico del lavoratore.
Questo significa che, anche se complessivamente viene versata una contribuzione IVS pari al 33% dell’imponibile previdenziale, solamente la quota del 9,19% viene sottratta direttamente dallo stipendio del dipendente contribuendo quindi a ridurre il netto in busta paga.
Ad esempio, prendendo come riferimento un imponibile previdenziale di 2.000 euro al mese, la quota IVS ordinariamente a carico del lavoratore è pari a circa 183,80 euro. A questa si aggiungono circa 476,20 euro versati dal datore di lavoro, per un totale di 660 euro di contribuzione IVS.
Facendo altri esempi, con un imponibile previdenziale di 1.500 euro la trattenuta a carico del lavoratore è pari a circa 137,85 euro, mentre con 2.500 euro sale a 229,75 euro. Con un imponibile di 3.000 euro, invece, vengono trattenuti circa 275,70 euro, che diventano 367,60 euro nel caso di una retribuzione imponibile di 4.000 euro.
Dalla retribuzione mensile lorda, sottratti i contributi, viene poi trattenuta l’Irpef dovuta in base alle aliquote previste dalla normativa.
Va comunque precisato che il 9,19% non rappresenta un’aliquota valida indistintamente per qualsiasi lavoratore dipendente. La misura della contribuzione può infatti cambiare in relazione alla categoria di appartenenza, al fondo previdenziale e alle caratteristiche del rapporto di lavoro. Ad esempio, nel caso dei lavoratori dipendenti del settore pubblico, questa scende all’8,80%.
Per sapere quanto viene effettivamente tolto dallo stipendio è quindi necessario controllare la relativa voce presente in busta paga e l’imponibile previdenziale sul quale l’aliquota è stata applicata.
Come si pagano i contributi IVS e chi li versa
Anche se una parte dei contributi IVS è a carico del dipendente, è sempre il datore di lavoro a occuparsi materialmente del versamento all’Inps.
Il meccanismo, per la generalità dei lavoratori subordinati, può essere riassunto in tre passaggi:
- calcolo dell’importo complessivo dei contributi dovuti;
- trattenimento in busta paga della quota a carico del lavoratore;
- versamento all’Inps, tramite modello F24, sia della quota a proprio carico sia di quella trattenuta al dipendente.
Il datore di lavoro, quindi, una volta individuati l’inquadramento previdenziale, l’aliquota a carico del dipendente e quella a proprio carico, applica le rispettive percentuali all’imponibile previdenziale indicato in busta paga.
La quota IVS a carico del lavoratore viene così sottratta direttamente dallo stipendio lordo, mentre il datore di lavoro aggiunge quella di propria competenza e provvede al versamento complessivo all’Inps.
Va poi considerato che la quota a carico dell’azienda può essere ridotta in presenza di particolari agevolazioni o incentivi all’assunzione. Si tratta però di benefici che riguardano principalmente il costo sostenuto dal datore di lavoro e che non modificano necessariamente la quota IVS trattenuta al dipendente (eccetto il caso del bonus mamme, in scadenza nel 2026).
Quando si versano i contributi
Il datore di lavoro deve versare i contributi previdenziali, compresa la quota IVS trattenuta dalla busta paga del dipendente, entro il giorno 16 del mese successivo a quello di riferimento.
Ad esempio, i contributi relativi al lavoro svolto nel mese di febbraio devono essere versati entro il 16 marzo. Se il giorno 16 cade di sabato, domenica o in un giorno festivo, la scadenza slitta al primo giorno lavorativo successivo.
C’è poi una regola particolare per il mese di agosto. I versamenti tramite modello F24 che scadono tra il 1° e il 20 agosto possono essere effettuati entro il 20 agosto senza alcuna maggiorazione. Di conseguenza, anche i contributi previdenziali che normalmente scadrebbero il 16 agosto possono essere versati entro il 20 dello stesso mese, o nel primo giorno lavorativo successivo qualora anche questa data cada in un giorno festivo.
Al di fuori di queste ipotesi, il datore di lavoro non può spostare liberamente la scadenza dei contributi per proprie esigenze organizzative. Eventuali sospensioni, proroghe o differimenti sono possibili solamente quando previsti da specifiche disposizioni normative o amministrative.
Il rispetto della scadenza è particolarmente importante perché il datore di lavoro è responsabile del versamento anche della quota contributiva a carico del dipendente, nonostante questa venga materialmente trattenuta dalla sua busta paga.