Contributi previdenziali per la pensione: cosa sono, quanti ne servono e quando si maturano

Simone Micocci

13/04/2022

13/04/2022 - 12:50

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Contributi previdenziali: perché sono così importanti? Senza non si può andare in pensione, ecco quanti ne servono e quando vengono maturati.

Contributi previdenziali per la pensione: cosa sono, quanti ne servono e quando si maturano

I contributi previdenziali - essenziali per poter andare in pensione in Italia - sono quello strumento che, da definizione Inps, assicura il lavoratore contro eventi che potrebbero renderlo non idoneo alla prestazione lavorativa. La contribuzione previdenziale consiste quindi in una sorta di “premio assicurativo” che viene pagato per assicurare il lavoratore per un determinato evento, come può essere la malattia, la maternità, la disoccupazione o, appunto, la pensione.

I contributi previdenziali sono dunque fondamentali per stabilire se e quando il lavoratore può andare in pensione. In Italia, infatti, non sono previste opzioni di pensionamento per chi non ha contributi versati: serve, dunque, un minimo di contributi per poter andare in pensione, mentre coloro che dispongono di un’anzianità contributiva elevata possono anche anticipare il collocamento in quiescenza.

Sono diverse le domande che i lavoratori possono porsi in merito ai contributi previdenziali: intanto per quali periodi vengono versati e per quali no, come pure su chi effettivamente è incaricato di versarli. Resta poi da capire quanti sono i contributi richiesti per andare in pensione.

Quando vanno versati i contributi per la pensione

I contributi previdenziali si dividono in diverse categorie, delle quali parleremo di seguito. Per il momento concentriamoci sui contributi previdenziali obbligatori, ossia quelle quote della retribuzione - nel caso di rapporti di lavoro subordinato - o del reddito di lavoro - nel caso del lavoro autonomo, in collaborazione o associato - destinate al finanziamento delle prestazioni previdenziali e assistenziali previste dalla normativa.

Già questa definizione ci fa capire quando vanno versati i contributi per la pensione: questi sono obbligatori per tutti quei periodi in cui è in essere un attività lavorativa, sia essa di tipo subordinato che autonomo.

Non si parla invece di contribuzione obbligatoria nei periodi di riduzione o sospensione dell’attività lavorativa: tuttavia, come vedremo di seguito, questi periodo possono comunque essere utili ai fini della pensione.

Quanto si versa di contributi

Per calcolare quanti contributi vanno versati nel corso dell’attività lavorativa si prendono come riferimento la retribuzione percepita, nel caso del lavoro dipendente, e il reddito da lavoro nel caso di attività autonoma.

Nel dettaglio, il nostro ordinamento fissa le cosiddette aliquote contributive, ossia quella percentuale da applicare alla retribuzione annua percepita così da determinare la quota di contributi previdenziali da versare agli appositi enti.
Non esiste un’aliquota contributiva uguale per tutti, in quanto questa può dipendere da una serie di elementi, quali:

  • tipologia di lavoro: ossia se si tratta di dipendente, autonomo o parasubordinato;
  • tipologia di attività svolta dall’azienda: ad esempio se nel settore commerciale, industriale o agricolo;
  • dimensioni della società;
  • configurazione giuridica dell’azienda;
  • qualifica del dipendente;
  • fondo previdenziale in cui risulta iscritto il lavoratore.

Per ciascuna tipologia di lavoratore, dunque, c’è una differente aliquota contributiva. Ad esempio, nel caso dei dipendenti del settore privato, questa è pari al 33% della retribuzione imponibile, di cui il 23,81% è a carico dell’azienda mentre il restante 9,19% grava sul lavoratore. Ma attenzione, nel 2022 la quota a carico del lavoratore si riduce all’8,39% per effetto dell’applicazione del cosiddetto bonus contributivo introdotto dalla Legge di bilancio, in quanto del restante 0,8% se ne fa carico l’Inps.

Chi versa i contributi

Come visto sopra, nel caso dell’attività da lavoro dipendente c’è una compartecipazione tra datore di lavoro e lavoratore per il versamento della contribuzione previdenziale. È infatti l’azienda a farsi carico della quota più ampia, mentre la restante parte è a carico del dipendente.

Nel caso dell’attività da lavoro autonomo, invece, il versamento della contribuzione grava interamente sul lavoratore.

Cosa succede se non si versano i contributi previdenziali

Quando obbligatori i contributi previdenziali vanno versati, pena una sanzione. È la legge a stabilirne termini e modalità di calcolo e se queste regole non vengono rispettate si determina un’inadempienza contributiva che va regolarizzata.

Nel dettaglio, in relazione alla gravità dell’inadempienza si applicano sia sanzioni civili che amministrative, come pure sanzioni penali.

Dove si versano i contributi

I contributi si versano nella gestione previdenziale di riferimento. In particolare il sistema di tutela obbligatoria previsto dal nostro ordinamento è strutturato in due differenti settori di riferimento: il primo destinato ai lavoratori dipendenti, pubblici e privati, autonomi e collaboratori, gestito dall’Inps, e l’altro che invece è indirizzato alle categorie di liberi professionisti gestito dagli enti previdenziali di diritto privato, come stabilito dal decreto legislativo n.509 del 30 giugno 1994.

È all’Inps, quindi, che risulta iscritta la maggior parte dei lavoratori italiani. Presso l’Istituto ci sono però diverse gestioni, come l’Assicurazione generale obbligatoria (AGO) - che comprende il fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD) e le gestioni speciali dei lavoratori autonomi (come quelle per artigiani e commercianti) - e la Gestione separata.

Come aumentare i contributi

Come visto sopra, i contributi si versano obbligatoriamente nei periodi lavorati, mentre questi non sono obbligatori nei periodi in cui scatta la riduzione o la sospensione dell’attività lavorativa.

Tuttavia, è importante sottolineare che in Italia non esistono solamente i contributi previdenziali obbligatori, in quanto bisogna considerare anche:

  • contributi figurativi: riconosciuti, senza onere per il lavoratore, in alcuni periodi non lavorati, come quando si percepisce l’indennità di disoccupazione Naspi oppure nei periodi coperti da indennità di malattia e di maternità;
  • contributi volontari: in questo caso è l’interessato a chiedere l’autorizzazione all’Inps al fine di continuare a versare i contributi nei periodi in cui cessa l’attività lavorativa. Tale strumento è a titolo oneroso;
  • contributi da riscatto: ci sono dei periodi che pur non essendo lavorati si possono riscattare ai fini della pensione. Il più importante è sicuramente il percorso di studi universitario. Anche questo strumento è a titolo oneroso;
  • infine ci sono i contributi da ricongiunzione, con cui l’interessato può riunire sotto un’unica gestione la contribuzione versata in carriera.

Grazie a questi strumenti è possibile dunque aumentare la propria anzianità contributiva, aggiungendo altra contribuzione a quella obbligatoria versata negli anni in cui ha avuto luogo l’attività lavorativa.

Quanti contributi servono per andare in pensione

Ed eccoci arrivati a uno degli aspetti più importanti: quanti contributi effettivamente servono per andare in pensione? Come anticipato, in Italia non esistono opzioni per il pensionamento riservate a coloro che non hanno raggiunto un numero sufficiente di contributi.

Intanto è bene sottolineare che anche il periodo a cui tali contributi riferiscono è importante, in quanto:

  • contributi versati entro il 31 dicembre 1995 rientrano nel regime di calcolo retributivo;

Per coloro che hanno contributi versati in entrambi i regimi, il minimo richiesto per andare in pensione è:

  • 20 anni di contributi per la pensione di vecchiaia a 67 anni di età;
  • 42 anni e 10 mesi di contributi per la pensione anticipata uomini (per cui non è prevista un’età minima);
  • 41 anni e 10 mesi di contributi per la pensione anticipata donne (per cui non è prevista un’età minima)
  • 41 anni di contributi per la pensione anticipata precoci (la cosiddetta Quota 41). Neppure per questa opzione è prevista un’età minima per l’accesso alla pensione.

Per coloro che invece hanno contributi versati solamente dopo il 1° gennaio 1996, rientrando dunque nel sistema di calcolo misto della pensione, alle suddette opzioni se ne aggiungono altre due, quali:

  • pensione di vecchiaia contributiva, per la quale sono sufficienti 5 anni di contributi. In questo caso, però, il diritto alla pensione si matura a 71 anni;
  • pensione anticipata contributiva, per la quale sono richiesti 20 anni di contributi ed è possibile andare in pensione a 64 anni, a patto però di aver maturato un assegno d’importo pari o superiore a 2,8 volte l’assegno sociale.

Esistono poi altre misure di flessibilità, come può essere Opzione donna, per la quale sono richiesti 35 anni di contributi, e l’Ape sociale, con quest’ultima che a seconda dei casi richiede dai 30 ai 36 anni di contributi.

Per sapere quanti sono i contributi versati, e farsi così un’idea di come e quando andare in pensione, è possibile richiedere un estratto conto contributivo.

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