L’Unione Europea si trova al centro di un gioco di forze che ne mina la sovranità economica, la credibilità strategica e la coesione interna.
Da un lato, la Russia, con la brutale invasione dell’Ucraina, ha violato ogni principio basilare dell’ordine internazionale, minando la sicurezza continentale.
Dall’altro, la Cina tramite tecnologia e economia continua a rafforzare un sistema di potere che si muove in direzione opposta alla trasparenza e alla reciprocità.
Infine, gli Stati Uniti, storicamente alleati, mostrano segni evidenti di una svolta protezionista, unilaterale e potenzialmente ostile.
In questo scenario, l’UE dovrebbe decidere di abbandonare l’autolimitazione che finora ha caratterizzato la sua azione internazionale, e prendere una misura estrema ma perfettamente razionale: la confisca definitiva dei beni russi detenuti nei suoi circuiti finanziari, destinandoli alla ricostruzione dell’Ucraina e alla rinascita dell’economia europea.
Una mossa simile rappresenterebbe la risposta europea a tre fratture sistemiche:
- Alla Russia, che ha già infranto ogni principio di rispetto della sovranità altrui, si risponde con la sottrazione irreversibile di circa 200 miliardi di euro immobilizzati nel sistema finanziario europeo. Non si tratta più di una sanzione: è una compensazione per danni di guerra, fondata su fatti, non su ideologie.
- Alla Cina, che pur non essendo parte belligerante del conflitto ucraino continua a perseguire logiche di dominio, alla quale si manda il messaggio che l’Europa in prospettiva non accetterà più una posizione subalterna nei rapporti multilaterali.
- Agli Stati Uniti, che attraverso dazi e l’isolamento economico minano la stabilità globale e sovvertono i principi fondativi dell’alleanza occidentale, si oppone una mossa valutaria indiretta ma potente: un euro più debole, derivante dalla confisca, potrebbe neutralizzare il vantaggio competitivo dei dazi trumpiani, restituendo equilibrio al commercio transatlantico.
La confisca definitiva dei beni russi rompe un tabù. Per decenni l’UE ha creduto che il rispetto delle regole internazionali, del diritto, dei trattati e della neutralità finanziaria fosse sufficiente a garantirle sicurezza e rispetto.
Oggi questa visione è apertamente disattesa da tutti gli attori principali del sistema globale:
- La Russia bombarda, occupa e destabilizza.
- La Cina è sottile nell’imporre condizioni squilibrate nelle relazioni internazionali.
- Gli Stati Uniti proteggono l’interesse della classe dirigente ma non del Paese con misure fiscali, monetarie e commerciali unilaterali, senza consultare l’Europa.
In questo contesto, continuare a congelare i beni russi senza confiscarli definitivamente equivale a legarsi le mani mentre gli altri usano ogni strumento disponibile, senza remore.
Una misura di questo tipo avrebbe almeno due effetti di portata storica.
1. Finanziamento “gratuito” per Ucraina e rilancio europeo
I fondi confiscati potrebbero alimentare un grande fondo di ricostruzione per l’Ucraina, con impatti positivi sull’economia dell’Eurozona, attraverso appalti pubblici, commesse industriali e cooperazione tecnologica. La ricostruzione non sarebbe solo umanitaria, ma industriale ed europea.
2. Deprezzamento tecnico dell’euro, arma contro il protezionismo USA
L’uscita di capitali da parte di alcuni paesi africani o asiatici provocherebbe una svalutazione dell’euro. Questo effetto collaterale sarebbe vantaggioso per l’export europeo, oggi chiuso in una morsa tra dazi e svalutazione del dollaro. E senza bisogno di scontri diretti o escalation verbali.
Confiscare i beni russi significherebbe, in ultima analisi, smettere di essere una potenza normativa senza strumenti coercitivi. Implicherebbe accettare che nel nuovo disordine globale, chi non difende attivamente i propri interessi viene schiacciato da chi lo fa.
La reazione internazionale? Prevedibile. Mosca griderà al furto. Pechino ammonirà sull’uso politico dell’economia (da che pulpito!). Washington reagirà con nuovi dazi e facendo perdere le elezioni a Trump.
In questo contesto un’Europa capace di usare la leva finanziaria per finalità geopolitiche sarà temuta e rispettata.
La confisca dei beni russi detenuti in Europa non è solo un’opzione finanziaria o legale. È un atto di autodifesa strategica in un mondo in cui le regole vengono continuamente violate da chi ha più potere.
In un mondo che ha già smesso di essere multilaterale, l’Europa può scegliere: subire o rispondere.
Confiscare quei fondi significa rispondere. Con fermezza. Con visione. E, per una volta, con la stessa determinazione che gli altri usano contro di noi.