Non c’è che dire. Trump sta facendo un lavoro “eccellente” per rendere l’America “great again”, ovviamente con ironia. L’America, o meglio i mercati americani, stanno perdendo di credibilità. Non era mai successo che si alzassero i tassi di interesse sui Treasury e il dollaro si indebolisse.
In altre epoche succedeva il contrario. Chi vendeva equity “parcheggiava” sui Treasury, facendo scendere (e non salire) i rendimenti, ma contemporaneamente il cambio del dollaro contro le principali valute internazionali rimaneva stabile oppure il dollaro addirittura si rafforzava per gli acquisti determinati dall’effetto di “fly to quality“.
Ma stavolta è stato diverso.
Gli investitori stranieri (cinesi in primis) stanno rimpatriando i loro investimenti. Dal “giorno della liberazione” del 2 aprile 2025 i mercati USA sono sulle montagne russe. Ma se il sell-off dell’azionario era prevedibile, quello che è accaduto nei mercati obbligazionari USA ha ricordato la fuga verso la liquidità e verso l’estero dell’era pandemica.
Nonostante il loro status di “beni rifugio” in periodi di crisi, gli investitori hanno venduto i Treasury in portafoglio e hanno venduto dollari contro yen, o contro renmimbi, per l’inasprirsi dei timori sull’impatto dei dazi su inflazione, per i timori sul bilancio pubblico federale e per i timori di recessione sull’economia USA.
Il brusco sell-off ha innescato in automatico la chiusura di una serie di posizioni “lunghe” sui Treasury da parte degli hedge fund ,contribuendo ad un balzo del rendimento decennale al 4,4% dal 4,2% del 2 aprile.
Al contrario, i Bund e i titoli di Stato giapponesi sono stati oggetto di acquisti poiché percepiti come beni rifugio evidenziando un calo dei rendimenti rispettivamente di 14 e 11 pb. Parliamo di una decina di trilioni di dollari che sono usciti dai confini americani. Soldi veri. Che difficilmente potranno rientrare in America nel breve, perché nessuno (nemmeno James Dimon della JPMorgan o Larry Fink di BlackRock) si fida più di Trump e del suo carattere volatile ed imprevedibile. Ora dice una cosa, domani ne dice un’altra e dopodomani ne dicono altre ancora i suoi collaboratori (Lutnick e Navarro in testa).
I mercati finanziari della zona euro stanno invece funzionando bene, cioè non ci sono stati vuoti di liquidità nel mercato dei bond nonostante le turbolenze globali. E la Banca Centrale Europea è pronta a utilizzare i suoi strumenti di politica monetaria per mantenere la stabilità finanziaria, se necessario. Lo ha dichiarato venerdì la presidente della BCE Christine Lagarde.
I mercati - lo ripeto - hanno vissuto una settimana brutale, segnata dall’eruzione di una guerra commerciale totale e da una svendita del mercato obbligazionario USA che ha alimentato i timori di una recessione globale e ha scosso la fiducia negli asset statunitensi. Ma “in Europa e in particolare nell’area dell’euro, abbiamo osservato che le infrastrutture tecnologiche di mercato e la liquidità del mercato obbligazionario stanno funzionando in modo ordinato", ha detto Lagarde in una conferenza stampa a Varsavia nel fine settimana.
Anche il mercato dei cambi è stato molto volatile - e stiamo parlando del mercato finanziario più liquido al mondo, più dell’obbligazionario e del azionario. Il dollaro è sceso ai minimi pluriennali rispetto alla maggior parte delle valute venerdì e i titoli di Stato USA sono stati venduti proprio perché gli investitori cercavano asset più sicuri, preparandosi a una maggiore volatilità futura degli asset statunitensi.
Lagarde ha detto - sempre venerdì - che la BCE non mirava a un tasso di cambio particolare ma rimaneva attenta ai movimenti poiché influenzano l’inflazione e devono essere considerati nei modelli economici previsionali dello staff della BCE. Infatti, il tasso di cambio dell’euro ha raggiunto un massimo storico questa settimana, il che probabilmente abbasserà l’inflazione in area euro, poiché questi movimenti rendono le importazioni di beni e servizi (soprattutto petrolio) più economiche, ma potrebbero anche rallentare la crescita economica europea poiché esportare beni europei nel mercato americano diventa più costoso. Insomma, oltre ai dazi di Trump per gli esportatori europei c’è un altro dazio ulteriore: la svalutazione del dollaro.
Questo è uno dei motivi principali per cui gli investitori finanziari ora pensano che un taglio dei tassi da parte della BCE sia praticamente certo la prossima settimana, seguito da ulteriori allentamenti nel corso dell’anno.
Lagarde ha detto che la BCE è sempre pronta ad agire e ha una solida esperienza nel creare nuovi strumenti benefici per i mercati monetari europei quando necessario. «La Banca Centrale Europea sta monitorando la situazione ed è sempre pronta a utilizzare gli strumenti che ha a disposizione, e in passato ha creato gli strumenti adeguati necessari per garantire la stabilità dei prezzi e, naturalmente, la stabilità finanziaria, perché l’una non va senza l’altra», ha detto Lagarde alla conferenza stampa.
E purtroppo è così. Anche dopo la decisione di Donald Trump di sospendere alcune delle sue «tariffe reciproche» per 90 giorni, si prevede un significativo impatto sulla crescita economica in Europa. Ecco perché si rende sempre più probabile che la Banca Centrale Europea taglierà i tassi di interesse per la settima volta in occasione della riunione di giovedì.
Molti membri del board della BCE si sono astenuti dal segnalare una preferenza, ma la convinzione tra gli investitori e gli economisti è cresciuta che le tariffe statunitensi li spingeranno a un’altra riduzione dal livello attuale del 2,5%.
E poi c’è anche un altro problema in area euro: il cambiamento delle aspettative di imprese e famiglie. Se cambiano le aspettative di crescita, gli operatori economici rinunciano a spendere e a investire, accelerando il rallentamento economico. È questo il problema: in tutto il blocco europeo, aziende e consumatori stanno diventando meno fiduciosi. Se a ciò aggiungiamo il ribasso del petrolio e la svalutazione del dollaro (con il quale si paga il petrolio e le altre commodities), il quadro a 3-6 mesi che ci si presenta è quello della deflazione. Proprio perché una valuta più forte (l’euro) rende le importazioni meno costose, esercitando una pressione al ribasso sui prezzi al consumo.
Tutto ciò sta accadendo con l’inflazione già vicina all’obiettivo della BCE del 2%. Gli economisti intervistati da Bloomberg vedono i tassi di mercato monetario in euro (l’overnight) stabilizzarsi intorno al livello del 2%, anche se alcuni vedono una crescente possibilità che debbano scendere ulteriormente se le condizioni di mercato rimangono così. Ciò significherebbe spingere la politica monetaria in una posizione decisamente accomodante.
I funzionari della BCE più cauti indicano il grande stimolo fiscale che sta preparando il governo tedesco. Ma la domanda cruciale è un’altra: l’impatto pro-crescita del governo tedesco arriverà abbastanza presto da giustificare una “immobilità” da parte della banca centrale europea? Ne dubito. Arriverà prima la deflazione rispetto all’aumento della crescita.
Questo dilemma probabilmente diventerà un punto chiave di discussione quando il Consiglio Direttivo si riunirà mercoledì e giovedì di questa settimana. Nell’Eurozona l’evento più importante della settimana sul fronte delle politiche interne (dazi a parte) sarà proprio la riunione della BCE, con conferenza stampa prevista per giovedì.
In occasione del suo ultimo incontro l’istituto ha tagliato il tasso di deposito dal 2,75 al 2,50%. La mossa è stata accompagnata da un cambiamento atteso della comunicazione ufficiale - la BCE, in particolare, ha iniziato a definire il quadro di politica monetaria non più “restrittivo” bensì “significativamente meno restrittivo”, fatto considerato (al tempo) il segnale di una possibile pausa nel taglio dei tassi.
Ma ciò accadeva prima del 2 aprile 2025. Un “secolo” fa praticamente. La BCE ora non può rimanere passiva spettatrice di un quadro economico internazionale sostanzialmente cambiato dal 2 aprile.
Il successivo annuncio di dazi reciproci sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti e l’incertezza a essi associata hanno infatti inasprito i rischi al ribasso per l’economia non solo europea, ma mondiale. A partire da quel momento - il 2 aprile - il mercato ha rivisto al rialzo la probabilità di un taglio dei tassi d’interesse in occasione della riunione della BCE di aprile e oggi si attendono addirittura in totale tre riduzioni entro fine anno.
Con i tassi finali della BCE che potrebbero raggiungere il livello di 1,75%, se non anche meno. Anche se all’incontro di questa settimana non verranno presentate nuove proiezioni su crescita e inflazione, una domanda chiave nel corso della conferenza stampa riguarderà con tutta probabilità l’impatto dei dazi sull’inflazione.
E domani, 15 aprile, verranno pubblicati dati macroeconomici sull’Eurozona, tra cui la produzione industriale a febbraio e l’indice del sentiment economico ZEW per aprile, mentre la seconda stima dell’indice dei prezzi al consumo per il mese di marzo, diffusa mercoledì, dovrebbe confermare il calo dell’inflazione.
Per coloro che credono nella deflazione europea non rimane altro che continuare a puntare sui bond governativi dell’area euro a lungo termine, soprattutto nella fascia tra i 10 anni e i 30 anni di durata.
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