Quanto serve per vivere di rendita tutta la vita sotto l’ombrellone in spiaggia

Tommaso Scarpellini

7 Agosto 2026 - 16:43

Una cifra separa chi potrebbe smettere di lavorare da chi non ci riuscirà mai. Pochi la conoscono davvero.

Quanto serve per vivere di rendita tutta la vita sotto l’ombrellone in spiaggia

C’è una cifra precisa che separa chi potrebbe lavorare fino a settant’anni da chi, forse, potrebbe permettersi di guardare il mare senza pensare al lunedì.

Pochissimi risparmiatori conoscono davvero quale capitale servirebbe per trasformare i propri risparmi in una rendita che potrebbe durare una vita intera, e questo vuoto informativo potrebbe costare caro.

Nelle prossime righe potresti scoprire le tre soglie di capitale che, secondo alcune stime, potrebbero cambiare il modo in cui guardi al tuo conto corrente.

Le asset class a confronto, dal conto deposito al 100% azionario tech

Prima di ipotizzare qualsiasi cifra, mi sembra chiaro che quando si parla di «cifra», si parla di capitale investito, che generi una rendita tale per cui, non occorra più lavorare. Quindi, per prima cosa facciamo una disamina delle asset class esistenti:

  • Il conto deposito rappresenterebbe, secondo i dati storici, la soluzione più prudente: un rendimento medio annuo che potrebbe collocarsi intorno al 2,5%, con una volatilità pressoché nulla e un drawdown (la perdita massima rispetto al punto più alto) storicamente trascurabile. È lo strumento di chi, in teoria, preferirebbe dormire sonni tranquilli piuttosto che inseguire rendimenti.
  • Il comparto obbligazionario, e in particolare i BTP, potrebbe offrire un rendimento medio storico stimabile tra il 3% e il 4%, con una volatilità contenuta ma non nulla: il rischio di duration (la sensibilità del prezzo alle variazioni dei tassi) potrebbe generare, in fasi di rialzo dei rendimenti, drawdown temporanei anche significativi sul valore di mercato del titolo, pur mantenendo il capitale a scadenza se lo Stato onorasse il proprio debito.
  • Un portafoglio bilanciato, ipotizzabile in una proporzione vicina al 60% obbligazionario e 40% azionario, potrebbe storicamente rendere in media tra il 4,5% e il 5,5% annuo, ma con una volatilità intermedia e drawdown che nelle fasi di crisi sistemica avrebbero potuto sfiorare il 20/25%.
  • Una soluzione integralmente azionaria e globalmente diversificata potrebbe aver reso storicamente tra il 6% e l’8% annuo, ma con una deviazione standard più elevata e drawdown che, in occasione delle grandi crisi (2000, 2008, 2020), avrebbero potuto superare anche il 40/50%.
  • Infine, una soluzione 100% concentrata sul comparto tecnologico potrebbe aver offerto, storicamente, rendimenti medi anche superiori al 9/10% annuo, ma con un profilo di rischio estremo: basti pensare che dopo la bolla del 2000 alcuni indici tecnologici avrebbero potuto impiegare oltre un decennio per tornare ai massimi precedenti.

Quanto potrebbe servire davvero per vivere, secondo le stime

Quantificare il fabbisogno reale non sarebbe semplice, perché dipenderebbe da città, stile di vita e composizione del nucleo familiare. Secondo alcune stime, il costo della vita medio in Italia per una persona singola si aggirerebbe attorno a 1.300 € al mese, mentre per una vita più agiata, tra svaghi e un margine di risparmio, potrebbero servire almeno 2.500 € netti al mese. Per un nucleo familiare più ampio la soglia potrebbe salire fino ad almeno 4.400 € netti mensili.

Da questi riferimenti sarebbe possibile ipotizzare tre fasce di fabbisogno annuo: una fascia bassa attorno a €18.000, una fascia media attorno a €30.000 (la soglia più spesso citata come «vita dignitosa» per una persona sola) e una fascia alta attorno a €50.000, più vicina a uno stile di vita familiare o particolarmente agiato.

Applicando a queste tre soglie il rendimento medio ipotizzato per ciascuna asset class, secondo una logica di rendita perpetua (capitale necessario uguale al fabbisogno diviso il rendimento atteso), il capitale teoricamente richiesto potrebbe risultare molto diverso.

Per la fascia bassa (€18.000 annui), il capitale ipotetico necessario potrebbe oscillare tra circa €200.000 (100% tech) e €720.000 (conto deposito), passando per circa €514.000 (BTP), €360.000 (bilanciato) e €257.000 (azionario globale).

Per la fascia media (€30.000 annui), la forbice potrebbe muoversi tra circa €333.000 (100% tech) e €1.200.000 (conto deposito), con l’obbligazionario intorno a €857.000, il bilanciato a €600.000 e l’azionario globale a circa €429.000.

Per la fascia alta (€50.000 annui), il capitale ipotizzato potrebbe variare tra circa €556.000 (100% tech) e ben €2.000.000 (conto deposito), con il BTP vicino a €1.429.000, il bilanciato a €1.000.000 e l’azionario globale intorno a €714.000.

Questi numeri, va ribadito, sarebbero puramente teorici: non tengono conto della fiscalità, dell’inflazione futura, del rischio di sequenza dei rendimenti (il pericolo di dover vendere in perdita nei primi anni di prelievo) né della possibilità che i rendimenti storici non si ripetano.

Il paradosso che pochi considerano

Ciò che potrebbe colpire, osservando questi dati, è quanto la scelta dell’asset class possa incidere sul capitale necessario, quasi quanto (se non di più) l’importo del fabbisogno stesso. Uno scarto di pochi punti percentuali di rendimento medio potrebbe tradursi in una differenza di centinaia di migliaia di euro di capitale richiesto, ed è forse questo il vero nodo che l’industria del risparmio raramente spiega con chiarezza.

Se davvero l’obiettivo fosse costruire una rendita capace di durare per sempre, allora la domanda da porsi non sarebbe soltanto «quanto rendimento potrei ottenere», ma anche «quanto rischio, e quale volatilità, sarei disposto a sopportare pur di ottenerlo».

Capire questo equilibrio, prima ancora di scegliere dove investire, potrebbe essere il primo passo per evitare l’errore più comune: inseguire il rendimento più alto dimenticando il prezzo, in termini di rischio, che si potrebbe pagare per raggiungerlo.

Nessuna delle cifre qui riportate dovrebbe essere considerata una promessa: sarebbero solo ipotesi costruite su medie storiche, utili per ragionare, non per decidere in autonomia senza un confronto con un professionista qualificato.