Busta paga, da maggio entrano in vigore diverse novità (alcune delle quali, però, verranno applicate successivamente). Ecco cosa cambia con il prossimo decreto al vaglio del governo Meloni.
Come più volte abbiamo avuto modo di chiarire, il decreto 1° maggio al vaglio del governo interverrà sulla busta paga con una serie di misure che andranno a vantaggio dei lavoratori, anche se non in maniera uniforme.
Tra conferme e novità, dall’1 maggio - o su per giù - qualcosa cambierà, ma senza vere e proprie rivoluzioni. Basti pensare, ad esempio, che gli interventi in arrivo incideranno poco o nulla sui lavoratori con redditi più bassi. Non bisogna quindi aspettarsi aumenti di stipendio particolarmente elevati: secondo le nostre stime, ad esempio, la nuova indennità provvisoria per i Ccnl scaduti dovrebbe tradursi in incrementi di poche decine di euro. Si tratta comunque di misure che vanno nella direzione di rafforzare il potere d’acquisto, inserendosi nel solco di quanto già fatto negli ultimi anni - dal taglio dell’Irpef alla riduzione del cuneo fiscale - interventi che hanno prodotto benefici, seppur con intensità diversa, per una platea ampia di lavoratori.
Vediamo quindi cosa aspettarsi dal prossimo provvedimento - che, come da tradizione quando si parla di lavoro, dovrebbe arrivare in prossimità della Festa del 1° maggio - in materia di busta paga.
Novità per i fringe benefit
Tra le misure su cui il decreto 1° maggio dovrebbe intervenire c’è il capitolo dei fringe benefit, ampliando lo spazio a disposizione dei datori di lavoro per riconoscere aumenti di stipendio sotto forma di servizi o rimborsi spese, quindi senza tassazione e senza incidere in modo strutturale sulla retribuzione.
Oggi la disciplina prevede una soglia di esenzione pari a 1.000 euro annui per i lavoratori senza figli a carico, che sale a 2.000 euro per chi ha figli. La novità allo studio è l’innalzamento del tetto fino a 3.000 euro, anche se resta da chiarire se questa soglia varrà per tutti o solo per determinate categorie, come i lavoratori con figli. Serviranno comunque indicazioni più precise nei decreti attuativi, anche per definire nel dettaglio quali spese rientreranno nel nuovo limite.
Nuovo bonus per i Ccnl scaduti
Accanto al capitolo dei fringe benefit, il decreto 1° maggio dovrebbe intervenire anche su uno dei nodi più rilevanti del mercato del lavoro: il ritardo nei rinnovi dei contratti collettivi.
Il governo ha più volte ribadito di non ritenere necessario introdurre un salario minimo legale, facendo leva sull’ampia copertura della contrattazione collettiva. Il problema, però, è che molti Ccnl risultano scaduti da tempo, con il rischio che le retribuzioni restino ferme per anni.
È in questo contesto che si inserisce la nuova misura allo studio: un’indennità provvisoria della retribuzione, destinata ai lavoratori dipendenti del settore privato nei casi in cui il contratto non venga rinnovato nei tempi previsti. Nel dettaglio, trascorsi 6 mesi dalla scadenza del Ccnl, dovrebbe scattare un’integrazione pari al 30% del tasso di inflazione programmato. Se il ritardo si prolunga, dopo 12 mesi l’indennità salirebbe al 60%, aumentando così la pressione sulle parti sociali per arrivare al rinnovo.
Detassazione dei rinnovi contrattuali
Tra le misure previste c’è anche la detassazione degli aumenti legati ai rinnovi dei contratti collettivi, in continuità con quanto già introdotto dalla Legge di Bilancio 2025.
Nel dettaglio, per i rinnovi sottoscritti a partire dal 1° gennaio 2024, gli aumenti contrattuali che entreranno in vigore dal 2027 saranno tassati con un’aliquota agevolata del 5%, a condizione che il lavoratore abbia un reddito annuo non superiore a 33.000 euro nell’anno precedente.
Si tratta di un intervento che punta a rendere più “pesanti” gli aumenti in busta paga, aumentando il netto percepito senza incidere direttamente sul costo lordo per il datore di lavoro, e che si inserisce nella strategia di rafforzamento della contrattazione collettiva.
Sconto sulla produttività
Tra le misure più favorevoli in ottica fiscale c’è quella che riguarda i premi di produttività e le somme legate alla partecipazione agli utili, per cui è previsto un ulteriore taglio della tassazione.
Dal 1° gennaio 2028, infatti, queste componenti della retribuzione saranno tassate con un’aliquota dell’1%, entro il limite di 5.000 euro annui. Una soglia più ampia rispetto al passato e, soprattutto, con un’imposizione simbolica che aumenta in modo significativo il netto in busta paga. Resta inoltre la possibilità per i lavoratori di convertire questi importi in prestazioni di welfare aziendale: in questo caso, entro lo stesso limite dei 5.000 euro, non si paga alcuna imposta.
Bonus per lavoro notturno, festivi e turni
Un’ulteriore novità riguarda la tassazione agevolata delle maggiorazioni previste per i compensi accessori, come i turni, il lavoro notturno, nei festivi e gli straordinari.
Dal 1° gennaio 2027, queste somme - entro il limite di 1.500 euro annui - saranno tassate con un’aliquota ridotta al 15%, ma solo per i lavoratori con reddito fino a 40.000 euro. La misura, inoltre, estende il perimetro rispetto al passato: si applicherebbe infatti a tutti i dipendenti del settore privato, con l’unica eccezione delle attività del turismo e della somministrazione di alimenti e bevande, che finora erano invece tra i principali ambiti di applicazione delle agevolazioni.
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