Datori di lavoro, arrivano nuovi obblighi in materia di busta paga. Una nuova voce compare sul prossimo cedolino.
Nuove regole per i datori di lavoro nell’elaborazione della busta paga: da maggio 2026 entrano in vigore le disposizioni previste dall’articolo 11 del cosiddetto decreto Primo Maggio, che impongono alle aziende una maggiore trasparenza nella predisposizione dei cedolini.
Una novità che i lavoratori potranno toccare con mano già dalla prossima settimana, quando molte aziende procederanno al pagamento degli stipendi di maggio e alla consegna della relativa busta paga.
Va chiarito subito che non ci sono cambiamenti sul fronte della retribuzione: non bisogna quindi aspettarsi né aumenti né tagli dello stipendio visto che le nuove regole intervengono esclusivamente sul piano della trasparenza, garantendo ai lavoratori un’informazione più chiara sul Ccnl applicato al proprio rapporto di lavoro.
Si tratta di un dato tutt’altro che secondario dal momento che il Contratto collettivo nazionale di lavoro oltre a stabilire gli importi della retribuzione disciplina anche molti altri aspetti fondamentali del rapporto di lavoro, come ferie, permessi, tredicesima, quattordicesima, maggiorazioni, malattia e altri diritti riconosciuti al dipendente.
Ecco perché sapere qual è il Ccnl applicato è importante per ogni lavoratore. Un’informazione che diventa ancora più rilevante alla luce delle nuove norme in materia di salario giusto, secondo cui nessun contratto collettivo può prevedere stipendi inferiori rispetto a quelli stabiliti dai contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative dello stesso settore.
Come cambia la busta paga da maggio 2026
Come anticipato, non ci sono stravolgimenti sul piano economico, anche se l’entrata in vigore del concetto di salario giusto punta proprio ad aumentare lo stipendio di quei lavoratori impiegati con contratti collettivi che prevedono minimi retributivi molto bassi, lontani da quelli fissati dai Ccnl più rappresentativi.
È in quest’ottica che si inserisce la nuova norma introdotta dall’articolo 11 del D.l. n. 62 del 30 aprile 2026, il cosiddetto decreto Primo Maggio, o decreto Lavoro che dir si voglia. La disposizione interviene modificando sia la legge n. 4 del 1953, relativa alla consegna del prospetto paga, che il D.lgs. n. 152 del 1997 che disciplina gli obblighi informativi nei confronti dei lavoratori al momento dell’assunzione.
Ma cosa cambia, di fatto? La novità è molto semplice: in busta paga diventa obbligatorio indicare il codice identificativo assegnato dal Cnel al contratto collettivo applicato, anche nel caso in cui fosse già presente la dicitura dello stesso.
Come già spiegato, infatti, in assenza di questa indicazione nel cedolino per molti lavoratori era complicato risalire con certezza al proprio Ccnl di riferimento. Con l’indicazione del codice - che dovrebbe figurare nella sezione iniziale della busta paga, vicino ai dati aziendali e al proprio inquadramento - tutto diventa più semplice. Per i datori di lavoro, peraltro, non si tratta di un adempimento del tutto nuovo, visto che il codice Cnel è già utilizzato per le comunicazioni obbligatorie al ministero del Lavoro, per le denunce contributive mensili all’Inps e per le comunicazioni relative a infortuni e malattie professionali trasmesse all’Inail.
Una volta conosciuto il codice, il lavoratore può collegarsi al sito del Cnel - clicca qui - e inserirlo nell’apposito spazio, così da recuperare il testo del proprio contratto collettivo ed essere informato su tutto ciò che riguarda i propri diritti di lavoratore dipendente.
Cosa rischiano i datori di lavoro
Le aziende devono quindi prestare particolare attenzione a questa novità in quanto non sarà sufficiente indicare genericamente la dicitura del Ccnl applicato, come molti datori di lavoro già fanno, perché a diventare obbligatoria è l’indicazione del codice identificativo assegnato dal Cnel.
In caso contrario, le imprese rischiano sanzioni pecuniarie. Ad esempio, se il codice alfanumerico riferito al contratto collettivo non viene correttamente inserito nel prospetto paga, si applica una sanzione da 150 a 900 euro per ogni lavoratore interessato. Nei casi più gravi, ad esempio quando la violazione riguarda più lavoratori o si protrae nel tempo, l’importo può arrivare fino a 7.200 euro.
Attenzione però, perché non è soltanto la busta paga a essere interessata dalle nuove regole. La norma prevede infatti che lo stesso codice alfanumerico unico venga comunicato anche al momento dell’assunzione. In questo caso, il mancato, incompleto o inesatto assolvimento dell’obbligo informativo comporta una sanzione da 250 a 1.500 euro per ogni lavoratore interessato.
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