Salario giusto governo Meloni, cos’è, come e di quanto aumenta lo stipendio

Simone Micocci

29 Aprile 2026 - 10:09

Arriva il salario giusto in Italia. Nuove norme nel decreto lavoro con l’obiettivo di riconoscere un importo adeguato a ciascun lavoratore.

Salario giusto governo Meloni, cos’è, come e di quanto aumenta lo stipendio

Con l’approvazione del decreto lavoro da parte del governo Meloni si consolida il principio di quello che la stessa presidente del Consiglio ha definito “salario giusto”, in contrapposizione, di fatto, all’idea di salario minimo su cui le opposizioni continuano a fare pressione.

In un Paese in cui circa il 99% dei lavoratori è coperto dalla contrattazione collettiva, secondo l’impostazione del Centrodestra non ha senso parlare di un salario minimo fissato per legge, che rischierebbe di livellare al ribasso anche le retribuzioni oggi superiori alla soglia ipotizzata, pari a 9 euro lordi l’ora.

Anche la contrattazione collettiva, tuttavia, presenta delle criticità. Da una parte, i rinnovi arrivano spesso ben oltre la scadenza dei contratti, con il rischio di svalutare le retribuzioni che non vengono adeguate tempestivamente all’andamento del costo della vita. Dall’altra, c’è un secondo problema, ancora più rilevante pur coinvolgendo una platea più ristretta: il fenomeno dei cosiddetti contratti pirata. In alcuni settori, infatti, esistono contratti con minimi salariali sensibilmente più bassi rispetto a quelli generalmente previsti per la stessa categoria. Ciò avviene attraverso accordi con sindacati meno rappresentativi, talvolta costituiti appositamente per la sottoscrizione di quello specifico contratto, nei quali spesso mancano vere tutele a favore dei lavoratori.

È da queste criticità che prendono forma le nuove misure introdotte dal decreto lavoro, approvato in vista della Festa dei lavoratori del 1° maggio, ormai appuntamento ricorrente per questo governo, con l’obiettivo dichiarato di fissare un salario giusto in Italia.

Come? Attraverso una serie di bonus, incentivi e anche sanzioni per le aziende che non riconoscono retribuzioni adeguate.

Cos’è il salario giusto?

Va detto che non c’è una vera e propria norma che parli esplicitamente di “salario giusto” nel nuovo decreto lavoro. Non bisogna quindi aspettarsi un aumento immediato degli stipendi già dalla prossima settimana, poiché quello delineato dal governo Meloni è soprattutto un percorso che, attraverso una serie di misure, punta a garantire a ogni lavoratore una retribuzione adeguata al costo della vita.

Nel dettaglio, per individuare il livello minimo garantito si farà riferimento ai contratti collettivi più rappresentativi della specifica categoria: le retribuzioni previste da tali accordi diventeranno il limite al di sotto del quale nessun altro contratto potrà scendere.

Nessuna novità immediata in busta paga, dunque - fatta eccezione per il bonus che interviene ad aumentare lo stipendio in relazione al costo della vita nei casi di contratti scaduti - anche se l’obiettivo del governo Meloni resta quello di favorire un aumento complessivo degli stipendi in Italia, soprattutto per chi oggi percepisce redditi più bassi.

Così il governo Meloni punta al salario giusto

Con il nuovo decreto lavoro il governo guidato da Giorgia Meloni, quindi, prova a costruire un sistema che, senza introdurre un salario minimo legale, punta a rafforzare la tutela delle retribuzioni attraverso la contrattazione collettiva e una serie di incentivi e controlli.

Nel dettaglio, il primo pilastro è rappresentato proprio dall’adeguamento automatico degli stipendi nei casi di contratti scaduti. Se il rinnovo del Ccnl non arriva entro 12 mesi, infatti, scatta un incremento forfettario pari al 30% dell’Ipca, ossia dell’inflazione armonizzata. Con questo meccanismo, quindi, si evita che i ritardi nella contrattazione si traducano in una perdita di potere d’acquisto per i lavoratori. Non a caso, l’aumento decorre dalla data di scadenza del contratto, anche se sono previste eccezioni per i settori più esposti alla stagionalità, come ad esempio nel caso del turismo.

Accanto a questo intervento, il decreto introduce anche una serie di disincentivi per spingere le parti sociali a chiudere i rinnovi in tempi certi. Tra questi, lo stop al contributo di assistenza contrattuale oltre l’anno dalla scadenza del contratto, andando così a incidere sui costi sostenuti dalle imprese nonché sul funzionamento stesso del sistema contrattuale.

Il cuore della riforma, però, è come anticipato il riferimento al trattamento economico complessivo (Tec), con il quale non si guarda soltanto ai minimi tabellari, ma all’insieme della retribuzione, includendo indennità, superminimi e welfare. Più specificatamente, il decreto stabilisce che il Tec previsto dai contratti collettivi firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, i cosiddetti contratti “leader”, diventa il parametro di riferimento. Pertanto, nessun datore di lavoro può riconoscere trattamenti inferiori.

E per chi non rispetta questa regola? Oltre al rischio di controlli (che vengono potenziati) da parte degli enti come Inps e Ispettorato del lavoro, scatta un effetto immediato sul piano degli incentivi: l’accesso ai bonus previsti dal decreto, dagli sgravi per giovani e donne fino agli incentivi nelle Zes, è subordinato proprio al rispetto del salario giusto. In altre parole, niente agevolazioni pubbliche per chi sottopaga i lavoratori.

A rafforzare il sistema interviene anche un meccanismo di monitoraggio più stringente. Il codice alfanumerico del Ccnl applicato, già presente nelle comunicazioni obbligatorie, viene utilizzato dalle istituzioni per individuare eventuali scostamenti rispetto ai livelli retributivi corretti e per contrastare il dumping contrattuale. È inoltre previsto un monitoraggio nazionale sulle retribuzioni, con un rapporto annuale del ministero del Lavoro.

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