Chi non si vaccina contro il Covid rischia il licenziamento?

Isabella Policarpio

23/03/2021

23/03/2021 - 16:11

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Il dipendente che non vuole vaccinarsi può essere licenziato? I pareri al riguardo sono contrastanti. Facciamo il punto della situazione in base alle leggi in vigore.

Chi non si vaccina contro il Covid rischia il licenziamento?

Vaccinarsi contro il Covid-19 non è obbligatorio, tuttavia è parere diffuso che chi rifiuta il vaccino rischia il licenziamento senza possibilità di impugnazione.

A dirlo sono illustri giuristi e diversi esponenti degli ordini professionali più coinvolti, in primis i medici. Il problema, però, non si pone soltanto per gli operatori sanitari ma per tutte le tipologie di lavoratori subordinati (impiegati, cassieri, commessi, insegnanti e così via).

Cosa dice la legge al riguardo? Qual è la disciplina applicabile se un lavoratore rifiuta il vaccino? Ecco il punto della situazione.

Licenziamento per chi non si vaccina: è davvero così?

In mancanza di una legge chiara sul tema, si può rispondere a questo interrogativo soltanto con delle presunzioni. Per ricostruire il quadro della situazione occorre partire dal TUSL (il Testo unico per la sicurezza del lavoro) nel quale all’articolo 279 è indicato che, tra gli obblighi del datore, c’è anche:

“la messa a disposizione di vaccini efficaci per quei lavoratori che non sono già immuni all’agente biologico presente nella lavorazione, da somministrare a cura del medico competente.”

La norma, però, non si riferisce in alcun modo alle vaccinazioni contro il coronavirus che, non essendo obbligatorie, per alcuni esperti della materia non possono giustificare né il licenziamento né lo spostamento ad altre mansioni.

Ma diversi giuristi non la pensano così. Secondo l’ex magistrato Raffaele Guariniello e l’accademico Pietro Ichino l’articolo 279 del TUSL basterebbe a giustificare la possibilità di licenziare i dipendenti non vaccinati.

Quando si rischia il licenziamento secondo la legge

C’è da dire, inoltre, che l’interruzione del rapporto di lavoro nei confronti di chi rifiuta o non può vaccinarsi è l’extrema ratio. Qualora il medico competente valutasse che il dipendente non vaccinato è “inidoneo alle mansioni” (perché costituisce un pericolo per se stesso o per i colleghi), il datore di lavoro può attuare queste misure:

  • spostare il dipendente non vaccinato a mansioni equivalenti e non rischiose;
  • spostarlo a mansioni inferiori, conservando la stessa retribuzione (in difetto di mansioni equivalenti).

Soltanto se nessuna di queste strade è percorribile può esserci il licenziamento.

Invece per il giurista Ichino il licenziamento può scattare ogni volta che il rifiuto ingiustificato al vaccino costituisca “un impedimento oggettivo alla prosecuzione del rapporto di lavoro”.

Al contrario, la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ritiene che, senza una legge ad hoc, l’obbligatorietà del vaccino anti Covid per i lavoratori non sia automatica e, conseguentemente, nemmeno la cessazione del rapporto per chi rifiuta la somministrazione.

Perché serve l’intervento del legislatore

L’unica maniera per “ricomporre la lite” tra coloro che ritengono che si possa licenziare e i contrari sarebbe prevedere una legge specifica sulla somministrazione dei sieri contro il Covid.

D’altro canto a prevederlo è la Costituzione al comma 2 dell’articolo 32:

“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

Tuttavia, non si può negare che per il personale sanitario si potrebbe fare di più: come chiedono gli ordini di medici, odontoiatri, farmacisti e infermieri, il governo dovrebbe arginare il preoccupante fenomeno dei no-vax in corsia, dato che il rischio è paralizzare il Sistema sanitario.

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