Volkswagen annuncia 50.000 tagli di posti di lavoro dopo il crollo dei profitti. Dalla crisi del dieselgate alla concorrenza cinese, ecco perché il gigante tedesco è in difficoltà.
Il colosso dell’auto Volkswagen ha annunciato oggi uno dei più grandi piani di riduzione del personale nella storia dell’industria automobilistica europea, con circa 50.000 posti di lavoro saranno eliminati entro il 2030, soprattutto in Germania.
La decisione arriva dopo un anno un 2025 a dir poco difficile. Per lo scorso anno il gruppo ha registrato un crollo del 44% degli utili, scesi a circa 6,9 miliardi di euro, il livello più basso da quasi 10 anni.
Ma l’annuncio odierno è solo l’ultima tappa, la punta dell’iceberg. Il gigante industriale tedesco sta affrontando una crisi più lunga e complessa di quanti in molti possano immaginare, che affonda le radici negli ultimi quindici, vent’anni.
L’annuncio di Volkswagen: taglio 50.000 posti di lavoro entro il 2030
Stando alla dirigenza del gruppo, i licenziamenti rientrano in un piano di ristrutturazione più vasto, destinato a ridurre i costi e rendere l’azienda più competitiva in uno scenario globale sempre più difficile e votato all’innovazione. Volkswagen mira a tagliare i costi fino al 20% entro il 2028.
Secondo il gruppo, i tagli dovrebbero avvenire soprattutto attraverso pensionamenti anticipati e uscite volontarie, affiancate ad un minor turnover, evitando così dei licenziamenti forzati immediati e la chiusura di stabilimenti, almeno nel breve periodo.
Perché Volkswagen è in difficoltà
Pesa, anzitutto, la concorrenza cinese sempre più aggressiva. Il mercato del Dragone rosso, per anni la miniera d’oro delle case automobilistiche europee, è ormai cambiato e continua a farlo rapidamente. Le vendite Volkswagen in Cina sono in difficoltà perché i produttori locali di auto elettriche stanno conquistando quote di mercato con modelli più economici e tecnologicamente avanzati.
Si fa sentire anche il peso dei dazi negli Stati Uniti, che hanno ridotto la competitività delle auto prodotte in Europa - da Volkswagen in primis - e vendute sul mercato americano. Solo i dazi statunitensi avrebbero generato perdite superiori ai 2 miliardi di euro.
La transizione verso l’elettrico, poi, non va come sperato. Volkswagen ha investito decine di miliardi nella mobilità elettrica, ma la domanda non sta crescendo quanto previsto, dinamica che pesa anche
su altri brand tedeschi come Porsche e Audi, portandoli a rallentare i piani legati all’elettrificazione. Produrre nel cuore industriale tedesco è, e rimane, molto costoso rispetto ad Asia e Stati Uniti.
Una crisi che parte da lontano
I problemi di Volkswagen non sono nati ieri. Negli ultimi vent’anni l’azienda ha attraversato diverse fasi turbolente. Come dimenticare lo scandalo Dieselgate, con la scoperta delle emissioni truccate che nel 2015 ha scosso l’intero gruppo. Le conseguenti multe, le cause legali e i costi di ristrutturazione hanno pesato per decine di miliardi.
Negli anni successivi la società ha cercato di cogliere la sfida dei suoi tempi e di reinventarsi per competere nel mercato delle auto elettriche dominato da nuovi attori come Tesla e dai produttori cinesi. E per farlo sono stati necessari degli investimenti enormi in tecnologia e software, con risultati non sempre all’altezza delle aspettative.
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