Il dipendente che non amava partecipare agli eventi aziendali è stato licenziato perché considerato «noioso». Il giudice gli ha concesso un risarcimento d’oro.
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Le feste aziendali sono un’occasione di divertimento, svago e follia, ma per molti lavoratori sono anche fonte di stress, ansia e noia. Un lavoratore dipendente di una nota società di consulenza con sede a Parigi si è rifiutato di partecipare alle serata aziendali e agli eventi organizzati dai dirigenti ed è stato licenziato perché considerato “noioso”.
L’azienda in questione è nota per il suo approccio al lavoro “divertente e professionale” - come lo ha definito il quotidiano Telegraph - e organizzava ogni fine settimana delle serate obbligatorie per i dipendenti nelle quali si voleva rafforzare lo spirito di squadra e rendere meno noiosa la professione.
Questi festini sul modello di “Wolf of Wall Street” avevano spesso un epilogo non troppo divertente: persone ubriache, episodi a sfondo sessuale, bullismo e molto altro ancora.
Il lavoratore in questione preferiva quindi evitare queste serate e questi ambienti pur mettendoci tutto l’impegno possibile nel proprio lavoro. Ma l’azienda, considerandolo “noioso”, ha deciso di licenziarlo.
Lavoratore si rifiuta di andare alle feste aziendali: licenziato perché “noioso”
Un uomo di nazionalità francese lavorava come dipendente presso una società di consulenza di Parigi, nota per il suo clima di festa e divertimento. L’azienda, infatti, organizzava periodicamente eventi, feste e cene alle quali i dipendenti erano obbligati a partecipare per rafforzare i legami interni e soprattutto per trascorrere dei momenti di spensieratezza al di fuori dell’ambiente di lavoro.
Tuttavia questi festini finivano quasi sempre per spingere le persone a bere troppo e a compiere azioni probabilmente al di fuori della propria consapevolezza. Il lavoratore in questione, che si è fatto chiamare Mr T per privacy, tendeva a rifiutare qualsiasi evento aziendale perché contrario a queste abitudini e non concorde con questa definizione di “divertimento”.
Nel momento in cui i dirigenti hanno chiesto a Mr T il motivo per cui lui declinava ogni invito, l’uomo ha replicato spiegando che non si riconosceva in quella tipologia di festa e soprattutto non aveva intenzione di svolgere quel tipo di attività ricreativa.
Perciò, nel 2015, dopo l’ennesimo rifiuto, l’uomo è stato licenziato dall’azienda in quanto «non si adattava alla cultura interna», basata sull’«integrazione sociale del gruppo», attraverso eventi sociali in orari extra-lavorativi. Secondo i dirigenti, il lavoratore non si integrava bene nel gruppo di lavoro ed era l’unico assente alle feste aziendali: venne persino definito “noioso” e “incapace di relazionarsi con i colleghi”.
La Cassazione annulla il licenziamento e fissa un risarcimento record
Recentemente, però, Mr T ha avuto al sua rivincita contro l’azienda. Il licenziamento non è stato accettato passivamente dal lavoratore francese, ma anzi è considerato l’occasione d’oro per mettere in luce un sistema davvero alternativo e inusuale. Mr T ha deciso di presentare ricorso al Tribunale del Lavoro per valutare la legittimità del licenziamento.
A distanza di diversi anni, i giudici hanno ribaltato la situazione stabilendo che l’ex membro dello staff esercitava la sua “libertà di espressione” astenendosi dalle feste obbligatorie piene di “promiscuità, bullismo e istigazione a farsi coinvolgere in varie forme di eccesso e cattiva condotta”. Secondo la Corte, il comportamento dell’azienda parigina violava il “diritto fondamentale di Mr. T alla dignità e al rispetto della vita privata”. Dunque il licenziamento è considerato illegittimo e il lavoratore ha diritto a un risarcimento pari a 3.000 euro da parte della società di consulenza.
Tuttavia, Mr T ha presentato un ulteriore richiesta di risarcimento legata agli stipendi persi negli anni a causa del licenziamento, pari a circa 461.000 euro. La Corte ha ribadito che nessun lavoratore è obbligato per legge a partecipare ad eventi sociali fuori dall’orario lavorativo e che rifiutare un invito non corrisponde a una violazione del contratto di lavoro.
Con il licenziamento, l’azienda avrebbe violato i diritti del lavoratore: perciò secondo la Corte francese dovrà restituire a Mr T circa 500.000 euro di stipendi perduti, provvedendo anche al reintegro del lavoratore. Su quest’ultimo punto, però, è stato lo stesso Mr T a rifiutare di rientrare nell’azienda.
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