Spiare smartphone per controllare gli spostamenti: l’ipotesi che fa tremare

Tracciare gli smartphone delle persone per sapere dove sono e dove vanno potrebbe essere una delle misure estreme per contenere il coronavirus e controllare gli spostamenti dei cittadini sul territorio italiano. Ma è davvero un’ipotesi fattibile?

Spiare smartphone per controllare gli spostamenti: l'ipotesi che fa tremare

Controllare gli spostamenti della popolazione spiando i loro smartphone. Una misura forse estrema dal punto di vista della privacy ma che potrebbe essere utile per monitorare le attività dei cittadini nell’emergenza coronavirus. C’è chi ha prospettato questa possibilità come metodo di controllo per sapere chi si è spostato a inizio mese dalle zone rosse del Nord Italia al Sud.

Coronavirus: spiare smartphone per controllare spostamenti?

I numeri dell’emergenza coronavirus in Italia sono sempre più preoccupanti. Ai timori di questi giorni, si sono aggiunti quelli riguardanti il Meridione. In questa parte del Paese, infatti, il dato sui contagi è ancora esiguo ma potrebbe aumentare esponenzialmente nei prossimi giorni. Soprattutto perché le persone che sono scappate dalle zone rosse al nord potrebbero aver innescato una catena di trasmissione incontrollata.

Per questo, tra le misure utili a contenere le infezioni, ci sarebbe anche quella del tracciamento dei telefoni. Monitorare i dispositivi di chi si è spostato da una parte all’altra dell’Italia potrebbe permettere di ripercorrere la strada dei cittadini in fuga, così da raggiungerli e disporre la quarantena. Tuttavia, rimane più di qualche dubbio sulla validità giuridica e costituzionale di un atto come questo. Soprattutto perché andrebbe a ledere la privacy degli individui.

Controlli da smartphone: cosa dice la legge

Dal punto di vista delle normative, parliamo di una misura attuabile in tutta tranquillità? Come spiegato da Luca Bolognini, presidente dell’Istituto italiano per la Privacy, l’ordinamento europeo “lascia dei margini per limitare le libertà personali in casi di situazioni estreme, con l’art. 23 del Regolamento generale sulla protezione dei dati del 2016”. L’emergenza coronavirus, quindi, sarebbe una situazione che rientra tra quelle estreme. Bolognini ha sottolineato però come debba “essere garantito da una legge dello Stato che preveda tutele rigorose della privacy, anche di temporalità”. Per avere validità, il tracciamento richiederebbe inoltre il consenso degli utenti. Come riporta Reuters, la Germania ad esempio ha aggiunto al suo GDPR la possibilità di utilizzare i dati personali in caso di epidemie o catastrofi.

Ancora una volta, quindi, si cercherebbe di imitare il modello cinese, che sembra stia contenendo il numero dei nuovi contagi. Online, infatti, sono da tempo a disposizione alcune applicazioni che calcolano il rischio contagio per ogni persona e dichiarano in automatico la messa in quarantena. Un esempio è Alipay Health Code che assegna a ogni individuo un colore a seconda del suo stato di salute. Il colore verde per chi è ammesso negli spazi pubblici, quello giallo per chi ha problemi di salute e il rosso per chi deve rimanere in quarantena. Attraverso i big data in possesso della Sanità cinese si sta riuscendo a identificare gli infetti. Non solo, visto che anche il più grande operatore telefonico del Paese, China Mobile, ha fornito dati sugli spostamenti dei cittadini.

Il lavoro delle forze dell’ordine che pattugliano il territorio sarebbe sicuramente alleggerito ma saremmo disposti a cedere terreno su questo fronte? In Cina e Corea del Sud ha portato all’irrigidimento del regime di sorveglianza, con le misure che potrebbero diventare presto permanenti.

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