Naspi 2026, la guida. Come si calcola, requisiti e importi della disoccupazione

Simone Micocci

19/01/2026

Nuovi importi per l’indennità di disoccupazione: ecco come è cambiata l’Inps dall’1 gennaio 2026.

Naspi 2026, la guida. Come si calcola, requisiti e importi della disoccupazione

La Naspi è lo strumento che interviene in caso di disoccupazione, tutelando così chi perde il lavoro e improvvisamente si ritrova senza stipendio.

D’altronde la Naspi è considerata a tutti gli effetti come un’indennità sostitutiva dello stipendio, con la differenza che non è prevista una tredicesima mensilità. Viene però tassata allo stesso modo e la buona notizia è che l’interessato riceve direttamente l’importo al netto delle imposte (non bisognerà quindi preoccuparsi di calcolare quanto versare all’Agenzia delle Entrate).

Anche nel 2026, quindi, la Naspi si pone come uno degli ammortizzatori sociali più importanti previsti dal nostro sistema di welfare, anche perché non va considerata esclusivamente come una misura di tipo assistenziale. Con il passare degli anni, infatti, la politica attiva, con tutta la condizionalità che ne deriva, si è rafforzata, prevedendo nuovi obblighi per chi prende la Naspi e la partecipazione a politiche attive con l’obiettivo di fare in modo che il disoccupato venga ricollocato già prima del termine della disoccupazione.

Va detto che quest’anno non ci sono grandi novità rispetto agli scorsi per quanto riguarda i requisiti dell’indennità di disoccupazione Naspi. L’unica modifica - automatica - è quella che si applica sull’importo della stessa: ogni inizio anno, infatti, il valore di riferimento si aggiorna, incrementando il valore massimo percepibile. Una novità che tuttavia si applica esclusivamente per gli eventi di disoccupazione successivi al 2026, mentre per chi già la prende dagli anni scorsi non ci sono cambiamenti. Al massimo l’importo si riduce ogni mese per effetto del meccanismo già previsto dalla legge, secondo il quale - a partire dal 6° mese - la Naspi è sempre più bassa.

Vista l’importanza di un tale strumento, vediamo oggi come funziona la Naspi e quali sono le regole che disciplinano il riconoscimento del diritto alla stessa, come pure il calcolo dell’importo e della durata. Senza dimenticare poi alcune novità introdotte nei mesi scorsi che hanno come obiettivo quello di contrastare un fenomeno che ancora oggi è molto diffuso, quello dei furbetti della Naspi, ossia chi approfitta di un tale strumento a proprio vantaggio e non per necessità.

Come funziona la Naspi oggi

Per chi ancora non lo sapesse, la Naspi - sigla che sta a indicare la Nuova assicurazione sociale per l’impiego - è una prestazione assistenziale che spetta a chi perde il lavoro per cause non dipendenti dalla loro volontà. È il caso ad esempio della scadenza di un contratto di lavoro a termine, come pure del licenziamento (anche se disciplinare). Non se ne ha diritto, invece, a seguito di dimissioni eccetto il caso in cui sussista la giusta causa, ossia quando è il datore di lavoro colpevole per aver commesso una violazione contrattuale tale da impedire la prosecuzione del rapporto di lavoro.

Ci sono, tuttavia, lavoratori che hanno trovato una soluzione per aggirare queste regole. È il caso di chi anziché dimettersi forza il datore di lavoro a licenziarlo, ad esempio smettendo di presentarsi al lavoro. Come pure c’è chi si dimette ma si fa subito assumere da un’altra azienda, per un periodo limitato, così poi da poter avere la Naspi anche per il periodo precedentemente lavorato.

A questi comportamenti è stato posto un freno a partire dal 2025, mentre guardando al 2026 la novità più significativa è l’aumento dell’importo. Un cambiamento che non è dovuto a una decisione del governo quanto a un meccanismo automatico. La normativa, infatti, prevede per la Naspi - così come avviene anche per altre misure come l’Assegno unico o le pensioni - un adeguamento automatico degli importi sulla base dell’inflazione accertata nell’anno precedente, al fine di mantenere inalterato il potere d’acquisto della prestazione.

Ciò ha quindi comportato un cambio per gli elementi per il calcolo della Naspi come pure il suo importo massimo. Regole che tuttavia valgono solo per coloro che ne avranno accesso per eventi di disoccupazione successivi all’1 gennaio 2026, mentre per chi la percepisce già dal 2025 non sono previsti aumenti.

Requisiti Naspi 2026, ecco a chi spetta

L’indennità di disoccupazione spetta ai lavoratori con contratto di lavoro subordinato che hanno perso involontariamente l’occupazione. Nei suddetti lavoratori sono compresi anche:

  • apprendisti;
  • soci lavoratori di cooperative con rapporto di lavoro subordinato con le medesime cooperative;
  • personale artistico con rapporto di lavoro subordinato;
  • dipendenti a tempo determinato delle pubbliche amministrazioni.

Possono accedervi anche “gli operai agricoli a tempo indeterminato delle cooperative e loro consorzi che trasformano, manipolano e commercializzano prodotti agricoli e zootecnici prevalentemente propri o conferiti dai loro soci di cui alla legge 15 giugno 1984, n. 240”.
Non ne hanno diritto ovviamente i lavoratori autonomi.

A chi non spetta?

Non possono accedere alla prestazione, invece, i:

  • dipendenti a tempo indeterminato delle pubbliche amministrazioni;
  • lavoratori extracomunitari con permesso di soggiorno per lavoro stagionale, per i quali resta confermata la specifica normativa;
  • lavoratori che hanno maturato i requisiti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato;
  • lavoratori titolari di assegno ordinario di invalidità, qualora non optino per la Naspi.

Stato di disoccupazione involontario: ecco cosa significa

È importante specificare che con il termine disoccupati si intende quei soggetti privi d’impiego che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione. Ad esempio, non può chiedere la Naspi chi ha rassegnato le dimissioni.

Tuttavia, ci sono delle eccezioni: con “involontariamente” si comprendono infatti anche coloro che hanno rassegnato le dimissioni per giusta causa, come pure i lavoratori licenziati per motivi disciplinari.

E ancora, rientrano nei casi in cui si parla di perdita involontaria del lavoro:

  • dimissioni intervenute durante il periodo tutelato di maternità, ossia a partire da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di vita del bambino;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, purché sia intervenuta nell’ambito della procedura di conciliazione presso la direzione territoriale del lavoro secondo le modalità di cui all’articolo 7, legge 15 luglio 1966, n. 604 come sostituito dall’articolo 1, comma 40, legge 92/2012;
  • risoluzione consensuale a seguito del rifiuto del lavoratore di trasferirsi presso altra sede della stessa azienda distante più di 50 chilometri dalla residenza del lavoratore e/o mediamente raggiungibile con i mezzi pubblici in 80 minuti o più;
  • licenziamento con accettazione dell’offerta di conciliazione di cui all’articolo 6, decreto legislativo 22/2015.

Inoltre, con il decreto n. 48 del 2023, sono cambiate anche le regole per coloro che inducono l’azienda a licenziarli così da evitare le dimissioni e mantenere il diritto alla Naspi.

Come confermato dal ministero del Lavoro, viene stabilito che nel caso dei licenziamenti avvenuti dopo il quinto giorno consecutivo di assenza ingiustificata dal lavoro, il rapporto si intende comunque risolto per volontà del lavoratore.

In tal caso, quindi, anche se si tratta di licenziamento non si potrà comunque fare domanda di Naspi.

Naspi dopo l’assenza ingiustificata

Una novità entrata in vigore con il disegno di legge Collegato Lavoro, è quella per cui il dipendente non può più sfruttare la possibilità di non presentarsi in azienda per un lungo periodo obbligando così il datore di lavoro a licenziarlo e permettergli di accedere alla Naspi.

Una soluzione messa in pratica da molti di coloro che vorrebbero lasciare il lavoro ma non vogliono dimettersi per non perdere il rischio di accedere alla prestazione.

Pertanto, quando l’assenza ingiustificata si protrae per 15 giorni è considerata come se fosse dimostrazione della volontà del lavoratore di dimettersi. Di conseguenza, niente Naspi.

Dimissioni, nuovo lavoro e licenziamento: spetta la Naspi?

Come visto sopra, per avere diritto alla Naspi è necessaria la perdita involontaria dell’attività lavorativa. Tuttavia, per aggirare questo problema ci sono lavoratori che dopo essersi fatti licenziare trovano da chi farsi assumere - di fatto fittiziamente - per qualche tempo per poi avere diritto, all’interruzione del rapporto di lavoro, anche alla Naspi per il periodo lavorato cessato a seguito di dimissioni.

E non c’è un tempo limite: il rapporto di lavoro può durare anche solo una settimana, comunque alla cessazione si può fare domanda di Naspi e averne diritto per tutti i periodi lavorati negli ultimi quattro anni.

La legge di Bilancio del 2025 ha tuttavia posto un limite, stabilendo che i lavoratori che hanno dato dimissioni volontarie da un lavoro a tempo indeterminato nei 12 mesi precedenti, hanno diritto all’indennità di disoccupazione solo nel caso in cui il nuovo lavoro abbia avuto una durata di almeno 13 settimane.

Di fatto non si tratta di un divieto assoluto, ma solo di un modo per provare a mettere un freno dal momento che è necessario che il rapporto di lavoro, fittizio, duri per almeno 3 mesi.

Attenzione comunque perché in ogni caso si è esposti alle sanzioni previste nei casi di rapporto di lavoro fittizio, tanto per il datore di lavoro quanto per il dipendente.

Quanto bisogna aver lavorato per prendere la Naspi

Altro requisito è quello per cui sono necessarie almeno 13 settimane di contribuzione contro la disoccupazione nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione. A tal proposito, sono valide tutte le settimane contributive, a patto che risulti erogata una retribuzione non inferiore ai minimi settimanali.

Da qualche anno non sono più richiesti i 30 giorni di lavoro effettivo negli ultimi 12 mesi: questo requisito è stato abolito dalla legge di Bilancio 2022.

Durata della Naspi

La durata dell’indennità di disoccupazione è calcolata in base alla storia contributiva del beneficiario.

La Naspi è infatti erogata dall’Inps per un numero di settimane pari alla metà delle settimane contributive presenti negli ultimi 4 anni. Per determinare la durata dell’assegno di disoccupazione, non si calcolano i periodi contributivi che ne hanno già dato diritto.

La Naspi, sulla base di quanto previsto dalla normativa di riferimento e da ultimo con il decreto 150/2015 ha una durata massima di 24 mesi.

Calcolo Naspi 2026: cosa spetta tra contributi e importo

Per il calcolo dell’importo della Naspi è preso a riferimento il reddito del lavoratore negli ultimi 4 anni di lavoro. Per farsi un’idea di quanto spetta bisogna quindi prendere come riferimento le buste paga degli ultimi 4 anni.

Per effetto della rivalutazione, in base a un’inflazione accertata dell’1,4%, i nuovi importi per il 2026 sono pari a:

  • 75% della retribuzione media per i primi 1.456,72 euro;
  • 25% per la parte restante fino a un massimo di 1.584,69 euro.

Inoltre, nel periodo coperto da Naspi il lavoratore ha diritto al versamento della contribuzione figurativa da parte dell’Inps, della quale si tiene conto nel calcolo della pensione. Durante la Naspi inoltre le lavoratrici in gravidanza hanno diritto alla maternità, mentre in caso di malattia spetta la relativa indennità sostitutiva.

È bene sottolineare però che a partire dal sesto mese di fruizione, l’indennità si riduce ogni mese nella misura del 3%. La decurtazione scatta dall’ottavo mese per coloro che nel momento in cui hanno presentato domanda di Naspi avevano compiuto i 55 anni di età.

Limite per essere considerati disoccupati

Da quest’anno è salita a 8.500 euro la no tax area per i lavoratori dipendenti. Ciò significa che in caso di nuova occupazione con contratto di lavoro subordinato di durata non superiore a 6 mesi e un reddito inferiore alla suddetta soglia, si mantiene il diritto alla Naspi.

Tuttavia, l’erogazione è sospesa d’ufficio e riprende solo alla cessazione dell’attività lavorativa.

Come fare domanda per prendere la Naspi

Per la presentazione della domanda Naspi c’è tempo 68 giorni, pena decadenza, dalla data di cessazione del rapporto di lavoro. Per il licenziamento per giusta causa il suddetto termine decorre dal 38° giorno la data di cessazione.

La domanda va presentata telematicamente dal sito Inps. In alternativa si può chiamare il numero verde oppure rivolgersi agli enti di patronato e intermediari dell’Istituto.

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