Lavoro, dai contratti ai sussidi, dal DURC alla CIG, ecco come Renzi manda in pensione la riforma Fornero

La riforma varata da dall’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero due anni e mezzo fa non è mai piaciuta a nessuno, diciamocelo. Troppo complessa, troppi errori, troppe dimenticanze (citare gli esodati ormai sarebbe come sparare sulla croce rossa). E a quanto pare non è stata gradita neanche da Matteo Renzi che ha deciso letteralmente di smantellarla. Semplificazioni, contratti, sussidi, l’attuale Governo ha intenzione di rivedere praticamente tutto l’assetto creato 27 mesi fa. Una riforma che non ha fatto praticamente nulla per risollevare un mercato del lavoro in crisi nera, anzi, come dicono i più maligni, forse ha dato il colpo di grazia.

A questo punto viene da chiedersi che senso abbia avuto tutto ciò, quale sia stato il motivo di spendere miliardi (le riforme costano, e pure parecchio) per poi stravolgere tutto poco tempo dopo. Il solito paradosso all’italiana verrebbe da dire, ma in questo caso non è appropriato. Perché? Perché questo paradosso ha avuto un prezzo altissimo sia in termini di denaro speso sia per quanto riguarda le ripercussioni avute sulla vita dei cittadini.

La Costituzione dice che il lavoro è un diritto, anzi di più: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Beh, a quanto pare, negli ultimi due anni il nostro Paese ha vissuto nell’incostituzionalità perché il lavoro non c’è e più che un diritto sembra essere diventato un privilegio.

Tornando ai provvedimenti intrapresi dal Governo Renzi, non sappiamo quanto il loro effetto possa essere salutare per il mercato del lavoro nostrano. La speranza è che questo “choc”, come l’ha definito oggi il ministro dell’Interno Angelino Alfano, serva a qualcosa.

Gran parte delle misure volute dal Premier e dal ministro Poletti non verranno inserite all’interno di un decreto, ma subiranno un passaggio parlamentare durante il quale l’Esecutivo richiederà una delega volta a modificare gli ammortizzatori sociali, introdurre il debito minimo e la tutela delle donne in maternità.

Il Jobs Act dunque si divide in due: da un lato avremo il decreto legge per i contratti e il DURC, dall’altro un disegno di legge delega voluto da Poletti su ammortizzatori, servizi, politiche attive e semplificazioni.

Contratti
Le modifiche riguarderanno in particolare i contratti a termine e quelli di apprendistato. In cosa consisteranno, ce lo ha spiegato il Premier ieri:

Per il contratto a termine viene prevista l’elevazione da 12 a 36 mesi della durata del primo rapporto di lavoro a tempo determinato per il quale non è richiesto il requisito della cosiddetta causalità, fissando il limite massimo del 20% per l’utilizzo dell’istituto. Viene inoltre prevista la possibilità di prorogare anche più volte il contratto a tempo determinato entro il limite dei tre anni, sempre che sussistano ragioni oggettive e si faccia riferimento alla stessa attività lavorativa.

Per il contratto di apprendistato si prevede il ricorso alla forma scritta per il solo contratto e patto di prova (e non, come attualmente previsto, anche per il relativo piano formativo individuale) e l’eliminazione delle attuali previsioni secondo cui l’assunzione di nuovi apprendisti è necessariamente condizionata alla conferma in servizio di precedenti apprendisti al termine del percorso formativo. È inoltre previsto che la retribuzione dell’apprendista, per la parte riferita alle ore di formazione, sia pari al 35% della retribuzione del livello contrattuale di inquadramento. Per il datore di lavoro viene eliminato l’obbligo di integrare la formazione di tipo professionalizzante e di mestiere con l’offerta formativa pubblica, che diventa un elemento discrezionale.

Parlando del DURC invece, esso verrà smaterializzato e si inserirà nel percorso di semplificazione intrapreso dal Governo.

Ammortizzatori sociali
Letteralmente stravolti gli ammortizzatori sociali varati dalla riforma Fornero. I principi base e i criteri del DDL sono elencati nel comunicato diramato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri:

rivedere i criteri di concessione ed utilizzo delle integrazioni salariali escludendo i casi di cessazione aziendale;
semplificare le procedure burocratiche anche con la introduzione di meccanismi automatici di concessione;
prevedere che l’accesso alla cassa integrazione possa avvenire solo a seguito di esaurimento di altre possibilità di riduzione dell’orario di lavoro;
rivedere i limiti di durata, da legare ai singoli lavoratori;
prevedere una maggiore compartecipazione ai costi da parte delle imprese utilizzatrici;
prevedere una riduzione degli oneri contributivi ordinari e la loro rimodulazione tra i diversi settori in funzione dell’effettivo utilizzo;
rimodulare l’ASpI omogeneizzando tra loro la disciplina ordinaria e quella breve;
incrementare la durata massima dell’ASpI per i lavoratori con carriere contributive più significative;
estendere l’applicazione dell’ASpI ai lavoratori con contratti di co.co.co., prevedendo in fase iniziale un periodo biennale di sperimentazione a risorse definite;
introdurre massimali in relazione alla contribuzione figurativa;
valutare la possibilità che, dopo l’ASpI, possa essere riconosciuta un’ulteriore prestazione in favore di soggetti con indicatore ISEE particolarmente ridotto;
eliminare lo stato di disoccupazione come requisito per l’accesso a prestazioni di carattere assistenziale.

Focus sugli ammortizzatori e i nuovi sussidi qui.
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Semplificazioni
Al fine di gestire al meglio i rapporti di lavoro e ridurre gli adempimenti a carico dei cittadini il Governo ha creato una delega contenente misure di semplificazione e razionalizzazione delle procedure burocratiche e amministrative, promuovere le comunicazioni in via telematica e l’abolizione della tenuta di documenti cartacei; e fare in modo che tutto venga svolto attraverso internet in modo da snellire l’iter burocratico, ma anche i costi.

Le altre deleghe
Altri provvedimenti mirano poi:

  • a garantire la fruizione dei servizi essenziali in materia di politica attiva del lavoro su tutto il territorio nazionale (Delega su servizi per il lavoro e politiche attive);
  • a riordinare e ridurre i contratti di lavoro (delega sul riordino delle forme contrattuali);
  • a permettere ai cittadini di conciliare lavoro e famiglia (delega sulla conciliazione dei tempi di lavoro con le esigenze genitoriali). Quest’ultima in particolare mira ad estendere le tutele garantite alle donne in maternità.

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