Innovazione e Industria 4.0: cosa succederà col nuovo governo

Cosa farà Di Maio ministro allo Sviluppo Economico per l’innovazione e la crescita tecnologica dell’Italia? Sfide e punti da cui ripartire.

Innovazione e Industria 4.0: cosa succederà col nuovo governo

Tra le sfide più urgenti che il nuovo governo Conte appena formato è chiamato ad affrontare c’è indubbiamente lo sviluppo tecnologico. Un terreno su cui si giocherà una delle partite chiave nel prossimo futuro dell’Italia, che ancora incespica dietro le sorelle europee, è infatti proprio l’innovazione.

A occuparsene sarà nientepopodimeno che Luigi Di Maio, leader 5 Stelle che ha conquistato il Ministero dello Sviluppo Economico. Certo è che, nel marasma di nuovi ministeri dai nomi improbabili come quello “della Famiglia e della Disabilità” o “della Democrazia diretta”, stupisce un po’ da parte di un governo del cambiamento la non istituzione di un ministero per l’Innovazione dedito a occuparsi dei problemi del futuro.

Chiusa parentesi, sarà quindi il 31enne di Pomigliano d’Arco a guidare le politiche industriali, energetiche e delle telecomunicazioni, prendendo il posto di Carlo Calenda, nominato al MiSE con Renzi nel 2016 e in carica fino a maggio 2018 sotto il governo Gentiloni (qui il bilancio del MiSE da maggio 2016 a maggio 2018).

Di Maio raccoglierà l’eredità di un ministro oppositore delle multinazionali straniere e della delocalizzazione a difesa dei lavoratori italiani e del made in Italy (“Se governato, il processo di digitalizzazione può contrastare gli effetti negativi della globalizzazione”), e che spesso si è visto affibbiare l’etichetta di “operaista”; di un promotore degli investimenti che devono rendere l’innovazione economicamente e socialmente sostenibile e fautore del Piano Nazionale Industria 4.0.

Cosa farà Di Maio ministro allo Sviluppo Economico per l’innovazione?

In un’intervista rilasciata a febbraio durante la campagna elettorale Luigi Di Maio ha raccontato cosa farà per l’innovazione e il digitale in Italia. Il nuovo ministro dello Sviluppo Economico ha detto di voler sostenere l’ecosistema delle startup e delle imprese innovative italiane coinvolgendo tutti i settori in cui la tecnologia ha (o almeno dovrebbe avere) un ruolo chiave, quindi anche scuola, cultura, ambiente, turismo.

Intende poi creare una Banca Pubblica per gli Investimenti per rendere più semplice l’ottenimento del credito dalle banche. Ha presentato un Piano Energia per uscire dalle energie fossili entro il 2050 puntando sulle rinnovabili, sulla smart grid, l’efficientamento della rete elettrica.

Il leader pentastellato ha dichiarato anche di voler investire 1,2 miliardi di euro in 5 anni nella banda ultra larga per incentivare la rete in fibra, nell’Internet of Things e nell’ecommerce.

Si propone di regolamentare la sharing economy per mettere i paletti alla “concorrenza sleale ai danni delle start up e delle Pmi oneste”: le piattaforme di questo tipo verranno collegate all’Agenzia delle Entrate con pagamenti solo elettronici e modalità di registrazione univoche in modo da garantire totale trasparenza.

Italia(ni) e innovazione: a che punto siamo?

Stando al Rapporto 2017 Agi-Censis sulla cultura dell’innovazione in Italia, scopriamo che il 57,9% degli italiani è fiducioso riguardo l’innovazione e le trasformazioni in atto, ma dichiara che queste hanno causato pure piccoli effetti collaterali tra cui il divario sociale. C’è chi è convinto che i processi di automazione sempre più spinti e pervasivi determineranno ingenti perdite di posti di lavoro, e oltre la metà degli intervistati ritiene che bisognerebbe introdurre una legge per tassare i profitti generati in Italia dai giganti del web.

Da dove ripartire? Dal settore hi-tech in cui l’Italia, per valore della produttività, è 4° in Europa; poi dal piano Industria 4.0 che, grazie a tutta una serie di aiuti fiscali a supporto dell’innovazione, permette alle aziende di ammodernare il parco tecnologico del Belpaese.
Ma è necessario anche ripartire dall’educazione alla scienza, alla tecnologia e ai media, dal colmare il gap tra giovani e anziani, tra Nord e Sud e tra aree metropolitane e rurali.

Di Maio e i suoi, che al digitale e alle nuove tecnologie devono (quasi) tutto, sembrano avere le idee chiare sul da farsi. Speriamo che non dimostrino il contrario, mettendo gli italiani - attraverso il potentissimo e pericolosissimo strumento della democrazia diretta - a decidere.

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