Ora attenzione al «casus belli» del Libano e all’inflazione energetica del green Usa

Mauro Bottarelli

17 Agosto 2021 - 13:00

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Dopo il raid israeliano e l’attacco ad Akkar, l’Iran annuncia export a sostegno di Beirut. E mentre in Iraq torna l’Isis nell’hub di Kirkuk, Biden invita l’Opec ad aumentare l’output. Caos alle porte

Ora attenzione al «casus belli» del Libano e all'inflazione energetica del green Usa

Il 4 agosto scorso, l’aeronautica militare israeliana (IDF) ha condotto il più grande attacco aereo contro il Libano dal 2006 come rappresaglia al lancio di tre razzi dal sud del Paese, precipitati in territorio di Israele. E nonostante il presidente libanese, Michel Aoun, abbia bollato l’atto come una palese violazione della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, Tel Aviv ha rincarato la dose: il governo di Beirut verrà ritenuto direttamente responsabile per ogni missile che dovesse ulteriormente colpire obiettivi israeliani.

Il giorno seguente al raid, il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha dichiarato che questo attacco va inteso come un messaggio. Chiaramente potremmo fare molto di più ma speriamo che non si debba arrivare a tanto. Alla domanda dell’intervistatore se lo stato d’allerta riguardasse anche l’Iran, Gantz ha confermato che Tel Aviv è pronta a colpire la Repubblica islamica su più fronti. Inclusi gli Hezbollah nel sud del Libano. Domenica scorsa, poi, un’esplosione in un sito di stoccaggio di carburanti nella regione settentrionale di Akkar ha ucciso 20 persone e ferite 79. Ma, soprattutto, generato ulteriori blackout e crisi di approvvigionamento in un Libano già alle prese con una situazione al limite dell’emergenza, fra stallo politico, iper-inflazione che divora il potere d’acquisto e appunto continui distacchi energetici nel piano della stagione estiva.

I numeri contenuti nell’ultimo report della World Bank parlano chiaro: il Pil libanese è sceso dai 55 miliardi di dollari del 2018 ai 33 stimati per il 2020, spirale devastante e di lungo corso ma fatta precipitare del tutto dall’esplosione che il 6 agosto del 2020 devastò il porto di Beirut e portò alle dimissioni del governo. Ed eccoci all’oggi. Nel corso di un’intervista televisiva, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha infatti confermato che l’Iran trasporterà gas e carburante in Libano, al fine di alleviare le sofferenze della popolazione dopo l’esplosione di Akkar, un atto definito in grado di costituire un fattore decisivo per tutti colori i quali sentano la preoccupazione crescente rispetto alla formazione di un nuovo governo.

Nel giustificare la sua mossa, l’Iran punta poi il dito contro le molte compagnie che monopolizzano il mercato degli idrocarburi e che stanno stoccando riserve da rivendere sul mercato nero. In tal senso, conferma che Teheran porterà rifornimenti in Libano e nei prossimi due giorni saprò dettagliare anche i tempi. Infine, l’accusa: il caos in Libano è causato dagli americani tramite la loro ambasciata: Quanto sta accadendo è identico a quanto abbiamo assitito in Iraq, perché è sempre dalla stessa camera che si gestisce il caos.

E la citazione dell’Iraq non è stata casuale. Perché ieri, l’agenzia turca Anadolu ha confermato un attacco da parte del redivivo Stato islamico contro l’impianto petrolifero di Bai Hassan (200.000 barili al giorno di output) nella regione di Kirkuk, nel nord del Paese. L’ordigno esplosivo non ha generato danni alle strutture e alla loro operatività ma il messaggio politico - duplice - è arrivato forte e chiaro. Primo, nel pieno del caos afghano, l’Isis torna a far parlare di sé in un’area caldissima e di preponderante impronta statunitense. Secondo, in attesa che proprio l’Iraq segua l’esempio dell’Afghanistan e veda un retrocedere delle truppe Usa sul terreno, i miliziani islamisti chiariscono subito di saper dover colpire: il petrolio, di fatto la fonte vitale del governo che puntano a far cadere.

Una trama che si dipana. In maniera inquietante e seguendo un copione che appare tutt’altro che improvvisato. Israele colpisce il Libano e si dice pronta a colpire l’Iran, il quale a sua volta accusa l’America di destabilizzare Beirut e preannuncia carichi di petrolio e carburante (di fatto, sotto embargo) in segno di solidarietà al popolo libanese ormai allo stremo. E se l’aeroporto di Beirut appare da giorni in modalità di assalto da parte di cittadini ancora in grado di pagarsi la speranza di un esilio all’estero, altra similitudine con l’Afghanistan, il bandolo dell’intera matassa potrebbe ritrovarsi nell’inconsueto e irrituale comunicato emanato dalla Casa Bianca lo scorso 11 agosto, nel quale chiedeva direttamente ed esplicitamente all’Opec di aumentare la produzione di petrolio per abbassare il prezzo del carburante a livello interno, ormai entrato in una spirale inflattiva tutt’altro che transitoria.

La mossa di Joe Biden, di fatto, tradisce la vulnerabilità del più grande consumatore petrolifero al mondo rispetto ai prezzi alla pompa, un qualcosa che il mercato ha immediatamente fattorizzato. Per almeno due ragioni immediate. Primo, come mostra questo grafico,

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Fonte: Bloomberg/Rabobank
l’Arabia Saudita - che di fatto controlla l’Opec - difficilmente potrà venire incontro alla richiesta statunitense, non fosse altro perché fedele all’accordo in atto in seno al cartello dei produttori e perché offesa per l’atteggiamento di Washington giudicato troppo prono verso l’Iran, al fine di raggiungere un accordo a Vienna in tempi rapidi. Secondo, l’appello della Casa Bianca all’Opec ha non poco irritato i produttori statunitensi a canadesi, i quali fanno notare come il Nord America ad oggi vanti una capacity sufficiente a soddisfare le necessità di breve termine senza aumentare la dipendenza dal Medio Oriente.

Il tutto, poi, a fronte del paradosso di un presidente che chiede maggior produzione all’Opec ma, contestualmente, ha appena cancellato il progetto della pipeline Keystone XL e sta valutando il bando delle trivellazioni su suolo federale.

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Fonte: US Congressional Research Service
C’è poi un’altra variabile in atto, decisamente scomoda. Se infatti il profilo green ha operato da discrimine fra le politiche di Trump e quelle di Biden, portando appunto alla cancellazione del mega-progetto petrolifero fra Canada e Usa, questo altro grafico

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Fonte: Rabobank/Bloomberg
mostra quale sia oggi il vero problema dell’amministrazione Usa: l’iperinflazione energetica da fonti sostenibili. La figura 2 parla chiaro: in Stati come la California dove l’implementazione fiscale green è già a regime, il prezzo attuale di 4,35 dollari al gallone per la benzina presupporrebbe un costo del barile di greggio di 183 dollari. Ovvero, 2.5 volte la valutazione attuale.

Insomma, la cura per l’ambiente sta operando un mark-up devastante a livello di erosione del potere d’acquisto. Oltretutto, alla vigilia della scadenza (6 settembre) dei programmi di sostegno a reddito e occupazione negli Usa, sia federali che statali. Detto fatto, ecco spiegato il (non) senso tutto politico dell’appello di Biden all’Opec e della sua scelta di ignorare volontariamente le fonti interne: ottenere un sospiro di sollievo da un’inflazione energetica che comincia davvero a mordere ma senza mettere in discussione il business green, capace di portare molti produttori shale a una riconversione verso il sostenibile e, soprattutto, di generare un fenomeno finanziario ESG che Wall Street non intende perdere così in fretta.

Tout se tient, come dicono i francesi. E tutto si è dipanato nel giro di pochissimi giorni, unendo idealmente in questo pericoloso risiko energetico Washington a Beirut, Tel Aviv a Teheran, Kabul a Kirkuk. Attenzione, qualcosa è all’orizzonte. E sullo sfondo, come al solito, le sagome delle trivelli di impianto petrolifero o il serpentone d’acciaio di una pipeline.

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