10 previsioni di Wall Street che si sono rivelate un disastro

Claudia Cervi

18 Agosto 2025 - 11:29

Anche gli esperti si sbagliano. Ecco le 10 previsioni dei mercati smentite clamorosamente nella storia di Wall Street.

10 previsioni di Wall Street che si sono rivelate un disastro

A Wall Street l’entusiasmo è alle stelle con gli indici ai massimi storici. Ma dietro l’euforia, un dubbio inizia a farsi strada tra gli investitori. I prezzi non saranno troppo alti? E se bastasse un imprevisto (una crisi geopolitica, una mossa inattesa delle banche centrali o uno shock improvviso) per far saltare tutto?

La verità è che i mercati non amano le certezze. Eppure ogni giorno siamo sommersi da analisi che dipingono scenari verosimili: chi vede rally infiniti, chi prevede recessioni dietro l’angolo. Eppure la storia insegna che le previsioni più affidabili spesso finiscono per essere clamorosamente sbagliate.

E come nel passato, alcune delle previsioni che leggiamo oggi potrebbero diventare i nuovi clamorosi flop da ricordare. Ecco le 10 previsioni di Wall Street che si sono rivelate un disastro.

1) Aspettative ottimistiche nella Wall Street del 1929

Il 5 settembre 1929, poche settimane prima del crollo di Wall Street, l’economista Irving Fisher dichiarava al New York Times: “I prezzi delle azioni hanno raggiunto quello che sembra un plateau permanentemente elevato”.
Non solo si sbagliò, di lì a poco arrivarono il crash del ’29 e la Grande Depressione. È forse la previsione più citata quando si parla di errori storici degli economisti. La lezione? Non esiste un “livello permanente” nei mercati azionari.

2) Gordon Brown e la fine del ciclo boom & bust

Nel 2007, da Cancelliere dello Scacchiere britannico, Gordon Brown dichiarò che il Regno Unito aveva trovato un modo per stabilizzare la propria economia e evitare i cicli tradizionali di espansione e contrazione: in altre parole, riteneva che si potesse crescere in modo continuo senza più subire le tipiche crisi finanziarie o recessioni. La realtà, però, dimostrò il contrario. Pochi mesi dopo la sua dichiarazione scoppiò la crisi finanziaria globale del 2008, dimostrando che nessuna economia è immune dai cicli e dagli shock esterni.

3) Thomas J. Watson e il mercato dei computer (1943)

Nel 1943, il presidente di IBM Thomas J. Watson dichiarò: “Penso che ci sia un mercato mondiale per circa cinque computer”.
Inutile dire che la storia ha preso una direzione opposta: oggi i dispositivi digitali superano di gran lunga il numero di abitanti del pianeta. Una sottovalutazione epocale della rivoluzione tecnologica.

4) Western Union e il telefono inutile

Nel 1876, la Western Union liquidò l’invenzione di Alexander Graham Bell, il telefono, definendola priva di valore commerciale. Oggi sappiamo che quella scelta significò per l’azienda perdere il treno di una delle più grandi rivoluzioni industriali. Anche qui, la morale è chiara: liquidare troppo presto una tecnologia nascente può costare miliardi.

5) Bill Gates e i 640K di memoria

Nel 1981, un ingegnere di Microsoft affermò che “non abbiamo davvero bisogno di più di 640K” di memoria nei computer, parlando dello spazio disponibile per le applicazioni, sistema operativo incluso.

La frase, poi smentita, fu erroneamente attribuita a Bill Gates, ma è rimasta simbolo di quanto sia facile sottovalutare la velocità con cui la tecnologia avanza. Oggi, i nostri smartphone hanno milioni di volte quella capacità di memoria.

6) Hewlett-Packard e il “no” a Steve Jobs

Quando Steve Jobs cercò lavoro da HP, ricevette un secco rifiuto perché non aveva terminato gli studi. Pochi anni dopo avrebbe fondato Apple, l’azienda che ha ridefinito l’informatica di consumo e oggi vale oltre 3.400 miliardi di dollari. La storia mostra quanto i bias possano oscurare il giudizio, anche nelle grandi corporation.

7) Il petrolio a 5 dollari (1999)

Alla fine degli anni ’90, l’Economist pubblicò un articolo intitolato “Drowning in Oil” prevedendo che l’eccesso di offerta avrebbe fatto scendere il prezzo del barile a 5 dollari. Nei dieci anni successivi il petrolio volò fino a 150 dollari, complice la domanda emergente dalla Cina. Gli shock energetici degli ultimi anni ricordano quanto sia complesso stimare il prezzo di una commodity così legata a geopolitica e cicli globali.

8) Bernanke e il “contagio limitato” dei subprime (2007)

Nel maggio 2007, l’allora presidente della Fed, Ben Bernanke, dichiarò che i problemi del mercato subprime sarebbero rimasti circoscritti e non avrebbero avuto ripercussioni sistemiche. “Crediamo che l’effetto dei problemi nel settore subprime sul mercato immobiliare più ampio sarà probabilmente limitato”, dichiarò.

Pochi mesi dopo, il fallimento di Lehman Brothers mostrò l’opposto: i mutui tossici erano al centro di una crisi globale che fece vacillare l’intero sistema finanziario. Probabilmente l’errore di valutazione più costoso della storia recente.

9) Krugman e il tracollo post-Trump

Il giorno dopo l’elezione di Donald Trump nel 2016, il premio Nobel Paul Krugman scrisse sul New York Times che i mercati non si sarebbero mai ripresi. In realtà, Wall Street ha inaugurato uno dei bull market più forti di sempre. È il caso che dimostra come anche i Nobel possano sbagliare quando entrano nel terreno delle previsioni finanziarie.

10) Internet come i fax (1998)

Sempre Krugman, questa volta nel 1998, scrisse che entro il 2005 sarebbe stato chiaro come l’impatto di Internet sull’economia non fosse stato maggiore di quello del fax.
Vent’anni dopo, l’economia globale è letteralmente plasmata dal digitale. Una previsione che oggi fa sorridere, ma che ricorda quanto sia difficile cogliere subito la portata delle innovazioni.

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