Le azioni ENI volano. Cosa potrebbe nascondersi dietro il rialzo record sul FTSE MIB?

Tommaso Scarpellini

29 Luglio 2026 - 17:38

Un titolo vola, un altro crolla, nello stesso giorno, sullo stesso listino. Dietro quel rialzo potrebbe nascondersi molto più di quanto sembri.

Le azioni ENI volano. Cosa potrebbe nascondersi dietro il rialzo record sul FTSE MIB?

Il 29 luglio ENI potrebbe essersi guadagnata il titolo di uno dei nomi più redditizi dell’intero FTSE MIB, in una seduta che diversi osservatori avrebbero definito quantomeno paradossale perché, mentre questa utility corre a ritmi che sfiorerebbero il 7% in una sola giornata, altri nomi considerati growth per eccellenza come STMicroelectronics arretrano di oltre il 4%. Una rotazione di questo tipo non capiterebbe spesso, o almeno non con un’intensità così marcata, e le ragioni potrebbero nascondersi non solo nei numeri di bilancio ma anche in variabili meno visibili a un primo sguardo.

Una rotazione settoriale che fa riflettere

Mentre Tokyo e Seul avrebbero esteso i ribassi in un contesto di sell off diffuso, legato ai timori sulle valutazioni delle aziende del comparto intelligenza artificiale, in Italia lo scenario potrebbe muoversi secondo una logica in apparenza scollegata da quella asiatica. In un simile clima, un titolo del comparto energetico avrebbe continuato a crescere a ritmi tutt’altro che trascurabili.

Il motivo potrebbe essere ricondotto alla chiusura del secondo trimestre, con un utile netto adjusted che sarebbe più che raddoppiato, arrivando a circa €2,33 miliardi. Non si tratterebbe di un dato di poco conto, né in borsa né a bilancio, ed è forse per questo che il titolo si sarebbe ritrovato, paradossalmente, tra i più redditizi di Piazza Affari dell’ultimo periodo.

A sostenere la corsa ci sarebbe stato anche il rialzo del prezzo del petrolio, insieme all’annuncio di un incremento del programma di buyback fino a €3,4 miliardi e alla possibilità, ancora da valutare, di un dividendo straordinario a ottobre.

Il dettaglio che dovrebbe far riflettere

Sul fronte del riacquisto azioni proprie i numeri sarebbero piuttosto chiari. Ultimamente sarebbero state acquistate 4.489.421 azioni proprie, pari a circa lo 0,15% del capitale, a un prezzo medio ponderato di €22,2746 per azione, per un controvalore complessivo stimato in circa €100 milioni.

Un’operazione di questa portata tenderebbe naturalmente ad alzare il cosiddetto buyback yield, una delle due componenti dello shareholder yield insieme ai dividendi, che in questo caso non sembrerebbero essere da meno. Secondo alcune stime aggregate, il dato complessivo si collocherebbe intorno al 5% su base trailing twelve months, un livello che chi cerca rendimento potrebbe considerare tutt’altro che trascurabile.

Ma l’impennata del prezzo del petrolio avrebbe probabilmente rimesso in moto anche un’altra componente rimasta ferma per un certo periodo, quella legata a ricavi ed EPS, con effetti diretti sui multipli e, in particolare, sull’earning yield.

Perché una buona notizia potrebbe nascondere un rischio

Il punto delicato sarebbe proprio questo. Quando un titolo capital intensive di questo tipo mostra un earning yield così competitivo, potrebbe significare che la spinta arrivata dal petrolio sui conti sia stata particolarmente rilevante, forse più del previsto. E se la domanda per il titolo restasse elevata, questo potrebbe tradursi in aspettative altrettanto elevate sul prezzo del greggio da parte di chi detiene questi interessi.

Non sarebbe necessariamente una buona notizia per chi investe in senso più ampio. Se le tensioni sul prezzo del petrolio non si placassero, e non si trovasse un accordo in tempi ragionevoli, il rischio potrebbe essere quello di un circolo che si autoalimenta: altre aziende, e con esse i cittadini, potrebbero faticare a gestire l’aumento dei costi energetici. Il che significherebbe che, se da un lato il rialzo potrebbe continuare a favorire questo genere di titoli, dall’altro potrebbe rappresentare un campanello d’allarme sullo stato di salute complessivo dell’economia italiana.

Cosa significherebbe davvero per l’economia italiana

Un petrolio strutturalmente più caro non sarebbe una buona notizia. I costi energetici più elevati potrebbero infatti scaricarsi lungo tutta la filiera.

Per le famiglie, un rincaro prolungato dei prezzi dell’energia potrebbe tradursi in una pressione aggiuntiva sul potere d’acquisto, proprio in una fase in cui l’inflazione resterebbe un tema delicato per chi gestisce il proprio risparmio. E se i consumi dovessero rallentare per effetto di questa pressione, l’impatto potrebbe riflettersi anche sui bilanci di settori apparentemente distanti dal petrolio, dal retail al comparto industriale.

C’è poi un aspetto meno immediato ma altrettanto rilevante. Un rialzo del greggio sostenuto nel tempo potrebbe spingere le banche centrali a mantenere un atteggiamento più prudente sui tassi, per il timore di alimentare nuove spinte inflazionistiche. Questo potrebbe avere ripercussioni dirette anche su chi detiene BTP o altri titoli di Stato, in un contesto dove il costo del debito e le aspettative sui tassi restano già argomenti piuttosto sensibili per i risparmiatori italiani. Insomma, ciò che oggi sembrerebbe premiare un singolo titolo potrebbe, in prospettiva, rappresentare un fattore di rischio più ampio per l’intero sistema economico.

Un rendimento che andrebbe letto con cautela

Chi guarda oggi a un titolo come questo potrebbe essere tentato di lasciarsi guidare dall’entusiasmo del momento, ma la storia dei mercati insegnerebbe che i rendimenti più vistosi nascono spesso proprio nei contesti più incerti. Non si tratterebbe di allarmismo, quanto piuttosto di un invito alla prudenza: capire cosa si nasconde dietro un rialzo potrebbe fare la differenza tra un’opportunità colta con consapevolezza e un rischio sottovalutato. Chi ha già in portafoglio titoli legati all’energia, o sta valutando di entrarci, potrebbe voler guardare oltre il singolo dato trimestrale, cercando di capire quanto di questo rendimento dipenda da fattori strutturali e quanto, invece, da una fase di mercato che potrebbe non durare per sempre.