Wall Street sussurra all’orecchio della Fed per un «early pivot». Che è più di un errore

Mauro Bottarelli

31/10/2022

Cresce il partito di chi punta a un rallentamento nel rialzo dei tassi, sostituendo l’emergenza prezzi con la recessione. Epilogo? Nuovo target al 3% e inflazione come off-setting al Qe. Ma i salari?

Wall Street sussurra all’orecchio della Fed per un «early pivot». Che è più di un errore

Cosa farà la Fed al meeting del FOMC in programma domani e dopo? Proseguirà imperterrita nel suo ciclo di turbo-rialzi, a fronte di un’inflazione ancora da anni Ottanta oppure comincerà un rallentamento degli stessi? Di più, davvero è possibile che, forse influenzata dal clima di dolcetto o scherzetto di Halloween, lancerà i prodromi del vero e proprio pivot, cioè un assist macro all’economia reale (e agli indici azionari) che presupponga un cambio di priorità fra inflazione e recessione?

Nell’attesa (breve), ecco una scenario. Tanto ipotetico quanto sorretto, con il passare delle ore, da indizi di criticità che si fanno sempre più solidi. Stando agli indicatori di Bloomberg, il quadro attuale a cui si sta per approcciare la Federal Reserve sarebbe quello tratteggiato da questi due grafici,

Andamento correlato dell'indice CPI globale e indice di diffusione Andamento correlato dell’indice CPI globale e indice di diffusione Fonte: Bloomberg
Andamento correlato di rendimento del Treasury a 10 anni e indicatore di stress finanziario Andamento correlato di rendimento del Treasury a 10 anni e indicatore di stress finanziario Fonte: Bloomberg

i quali mostrano come i proxies indichino sia il dato inflazionistico globale CPI che l’indice che misura il grado di hawkishness delle Banche centrali – ovvero la predisposizione alla modalità da falco rialzista sui tassi – in chiara traiettoria di raggiungimento del loro picco. Anzi, qualcuno - forse interessato perché esposto sui titoli Big Tech - scommette che lo abbiano già raggiunto.

Conseguenza pressoché immediata, la Fed sarebbe appunto pronta a dar vita al cosiddetto pivot della sua politica monetaria. Cioè rallentare i rialzi a livello di controvalore per garantire un sostegno all’economia reale che affronta i primi, pesanti contraccolpi pre-recessivi. E lo stesso, stante le proiezioni da film horror dei dati di crescita dell’eurozona, potrebbe essere costretta a fare la BCE, dopo due ritocchi di fila da 75 punti base e a fronte di un’inflazione che ha registrato un calo solo in Spagna, viaggiando ampiamente in doppia cifra a livello generale. E in tal senso, la pausa da decisioni monetarie fino al board del 14-15 dicembre sembra offrire a Christine Lagarde un arco temporale di sviluppo macro sufficiente a giustificare una svolta da colomba.

Qual è il rischio - quantomeno potenziale - insito in uno scenario simile, però? Ce lo mostra questo terzo e ultimo grafico:

Andamento storico del trend dei prezzi nelle economie Usa e Ue dall'8% di inflazione Andamento storico del trend dei prezzi nelle economie Usa e Ue dall’8% di inflazione Fonte: Deutsche Bank

stando all’analisi di oltre 320 rilevazioni uniche compiute da Deutsche Bank nei trend storici delle economie di 50 Paesi fra sviluppati e in via di sviluppo, una volta che l’inflazione ha raggiunto l’8% - dato ampiamento superato a fronte di un CPI medio globale in doppia cifra, per precisione al 10,16% -, le economie di Stati Uniti ed eurozona impiegano parecchi mesi prima di registrare una discesa sensibile, stante una media inter-trimestrale rappresentata dall’area di sfondo azzurra e la media dalla linea blu.

Stando alle proiezioni attese dai dots di Bloomberg per il ciclo attuale, invece, il recupero al ribasso del trend dei prezzi è atteso con tempistiche drasticamente più rapide. Atteso. appunto. O sperato? La solita, vecchia disputa attorno al wishful thinking che diviene prima profezia auto-avverante e poi azzardo auto-generante. Insomma, questa volta la criticità negativa di fronte a noi, sarà diversa. Come d’altronde avvenuto tutte le volte dalla crisi Lehman in poi, salvo dover ricorrere emergenzialmente a toppe peggiori del buco.

Ma è questo che occorre. E non alle economie, bensì agli indici. Imporre la narrativa di un calo repentino e in tempi record dell’inflazione, tramutando la recessione in nuovo spauracchio. Tradotto, Fed e Bce possono cominciare tranquillamente a rallentare i rialzi. Perché, come ci dissero con i rischi inflattivi legati a una liquidità infinita da QE, non esistono effetti collaterali da potenziale early pivot del ciclo rialzista. Proprio sicuri? Poco importa. Ciò che conta è che mercati equity e obbligazionario sono già arrivati a un livello di stress da liquidità e rischio di controparte tale da non reggere altri rialzi.

Occorre quindi porre fine all’ennesimo ricorso a una politica da incidente controllato che ora sta facendosi troppo azzardata. Pena l’esplosione incontrollata della bolla che le Banche centrali hanno maneggiato finora con cura da ostetrica. Insomma, la Fed domani e dopo rischia di operare non da Paul Volcker 2.0 ma da Arthur F. Burns 2.0.

Tradotto con visione più ampia? Prepariamoci a un mondo che dovrà presto rivedere al rialzo in area almeno 3% l’obiettivo delle Banche centrali nella dinamica di stabilità dei prezzi, stante livelli strutturalmente mantenuti più alti per esigenza assoluta di compressione da inflazione artificiale - inflate away - di uno stock di debito pubblico e privato ormai insostenibile.

Ma necessitante, al tempo stesso, di QE perenne per mantenere in piedi il sistema. E i salari godranno di automatica e costante rivalutazione? Sperateci. Il regime è ormai quello di un’erosione strutturale di potere d’acquisto, di fatto calmierata ciclicamente da sostegni al reddito che verranno non solo garantiti dalle crisi sistemiche necessarie a mantenere in movimento la giostra ma anche finanziati in deficit, vendendo al pubblico la panzana della monetizzazione a costo zero.

La stessa che oggi ha portato l’inflazione da liquidità (travestita da crisi energetica in ossequio al blame on Putin) a esondare dalle equity nell’economia reale e il tasso di risparmio provato Usa al 3,1%, solo frazionalmente superiore al minimo storico del 3,0%. Insomma, disintossichiamo un alcolista con il whisky.

Andamento del tasso di risparmio privato Usa come percentuale del reddito Andamento del tasso di risparmio privato Usa come percentuale del reddito Fonte: Bloomberg/Zerohedge

Ma l’economia Usa è forte come non mai, a detta di Joe Biden. D’altronde, stampare moneta è bello. E senza effetti collaterali. Per Wall Street, in effetti, è vero.