In America ha fatto scuola il precedente di Facebook, a cui sin dal 2009 è stato impedito l’acceso in Cina a seguito di alcune sommosse popolari avvenute nella città di Urumqi e organizzate dagli uiguri, che secondo il governo cinese erano state facilitate dalle funzionalità offerte dal social network fondato da Mark Zuckerberg.
Anche le campagne elettorali americane si combattono sempre di più sui social media: ma tanto più sono diffusi, tanto più diviene complicato usare gli strumenti di controllo editoriale finalizzati a contrastare i singoli messaggi volti ad aizzare l’odio, che configurano l’istigazione alla violenza ovvero altri comportamenti che comunque violano gli “standard della Community”.
Fece davvero scalpore, nel gennaio del 2021, la decisione di Twitter di chiudere l’account di Donald Trump, ancora Presidente in carica, con un’azione di censura senza precedenti: il “deplatforming” era stato motivato dall’assalto al Campidoglio del 6 gennaio che aveva fatto seguito ad un comizio infiammato dalle parole dello stesso Trump.
Di fronte alle tante ed autorevoli prese di posizione stupite per la gravità di questo atto di censura senza precedenti, espresse anche dal Presidente francese Emmanuel Macron e dall’allora Cancelliera tedesca Angela Merkel, Twitter si giustificò affermando che non c’era stata alcuna discriminazione a sfondo politico, essendo stati applicati a Trump gli stessi criteri usati nei confronti degli utenti colpevoli di infrazioni gravi, come l’istigazione alla violenza. Si sottintendeva infatti che l’assalto al Campidoglio era stato provocato da Trump.
Solo dopo la cessione ad Elon Musk della piattaforma, ridenominata “X”, l’account di Trump è stato riaperto. Una decisione contrapposta alla precedente, sintomatica di una situazione di giustizia privata, assolutamente priva di garanzie, che caratterizza le decisioni delle piattaforme di social media: una mostruosità giuridica che ormai sembra essere stata ampiamente accettata.
La piattaforma irroga la sanzione e chi la subisce deve poi ricorrere, se mai ci riesce, alla giustizia civile per chiederne l’annullamento. Non c’è più un giudice terzo rispetto alle parti, che decide sulla base di una legge uguale per tutti, ma sono gli stessi gestori della piattaforma che definiscono le regole di comportamento e che applicano direttamente le sanzioni conseguenti.
Di recente, al fine di conquistare maggiore popolarità tra il pubblico giovanile, la Campagna elettorale del Presidente Biden aveva deciso di aprire l’account “Biden Hill” su TikTok, la piattaforma di brevi video di proprietà cinese che solo negli Usa conta circa centosettanta di milioni di utenti, per sostenere la sua candidatura.
La reazione suscitata dai video inseriti dalla campagna di Biden è stata enorme, immediata, ma devastante.
Il primo video, lanciato la sera dell’11 febbraio scorso in occasione del Super Bowl, ebbe un enorme successo, essendo stato seguito da ben nove milioni di abbonati. Ma i commenti che erano stati inseriti, a migliaia, stigmatizzavano duramente il comportamento di Biden in ordine alla situazione di Gaza, sostenendo le ragioni dei Palestinesi. La piattaforma, per parte sua, non aveva censurato questi interventi, ritenendoli leciti.
Praticamente, la decisione della campagna di Biden di aprire un account su TikTok si era dimostrata un pericolosissimo boomerang: a mano a mano che si avvicinava la scadenza elettorale, si offriva ai detrattori di Biden una eccezionale occasione per esprimere clamorosamente ed in massa il proprio dissenso.
La reazione politica non si è fatta attendere: invocando la previsione di carattere generale contenuta nella legge che autorizza sanzioni contro i nemici (Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act) la Camera dei Rappresentanti americana ha approvato a larghissima maggioranza (con 352 voti favorevoli e 65 contrari) un provvedimento legislativo di carattere specifico in cui si obbliga la filiale americana di TikTok a recidere i rapporti con la casa madre cinese: in concreto, si impone alla società madre di TikTok, ByteDance, di vendere l’app entro 180 giorni. In caso contrario, verrà bandita dagli app store di Apple e Google negli Stati Uniti.
La normativa approvata, che ora deve passare al vaglio del Senato, conferisce inoltre al presidente americano il potere di definire eventuali ulteriori misure atte a contrastare quella che viene considerata una minaccia alla sicurezza nazionale in quanto si tratta di un soggetto che è sotto il controllo di un Paese considerato avversario degli Stati Uniti.
A distanza di anni, gli Stati Uniti rendono alla Cina pan per focaccia, ma così facendo dimostrano che il controllo dei media e della pubblica opinione è una prerogativa irrinunciabile dappertutto: questo è il Potere.