Silenzio-assenso sul TFR, Maggi (Assofondipensione): “Può essere una svolta”

Simone Micocci

12 Giugno 2026 - 11:30

Da luglio il TFR viene automaticamente destinato al fondo pensione in caso di mancata decisione del lavoratore. Cosa cambia? Ne abbiamo parlato con Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione.

Silenzio-assenso sul TFR, Maggi (Assofondipensione): “Può essere una svolta”

Da luglio cambia il destino del TFR per i lavoratori che non hanno ancora effettuato una scelta esplicita.

Con il nuovo meccanismo del silenzio-assenso, infatti, chi non comunicherà una decisione sulla destinazione del trattamento di fine rapporto vedrà il proprio TFR conferito automaticamente al fondo pensione negoziale di riferimento, anziché lasciato in azienda.

Una novità destinata a incidere in profondità sul rapporto tra lavoratori e previdenza complementare, in un momento in cui il tema della pensione futura diventa sempre più centrale, soprattutto per i giovani e per chi avrà un assegno calcolato interamente o in larga parte con il metodo contributivo.

Ne abbiamo parlato con Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione, l’associazione nazionale dei fondi pensione negoziali. In poche domande, Maggi fa chiarezza sul significato del nuovo silenzio-assenso, sui vantaggi dei fondi pensione negoziali, sul ruolo del contributo datoriale e su cosa dovrebbero fare oggi i lavoratori che non hanno ancora iniziato a costruire una pensione integrativa.

Da luglio parte il meccanismo del silenzio-assenso per il conferimento del TFR ai fondi pensione. È un punto di arrivo o, al contrario, solo l’inizio di una nuova fase per la previdenza complementare in Italia?

Lo considero soprattutto l’inizio di una nuova fase.

Il silenzio-assenso non rappresenta infatti un punto di arrivo, ma uno strumento per superare uno dei principali ostacoli che hanno finora limitato lo sviluppo della previdenza complementare nel nostro Paese: l’inerzia decisionale.

Le prospettive demografiche e l’evoluzione del sistema pensionistico rendono sempre più evidente la necessità di affiancare alla pensione pubblica una pensione complementare. Per questo è fondamentale aumentare il numero degli aderenti, soprattutto tra i giovani e tra coloro che oggi non hanno ancora compiuto alcuna scelta previdenziale.

La previdenza complementare ha ormai raggiunto dimensioni rilevanti: secondo l’ultima Relazione COVIP gli iscritti hanno superato i 10,5 milioni e le risorse accumulate ammontano a circa 262 miliardi di euro. Si tratta di numeri che testimoniano la solidità del sistema e la fiducia crescente dei lavoratori. Tuttavia, siamo ancora lontani dal pieno utilizzo di uno strumento che sarà sempre più necessario per integrare le future pensioni pubbliche. Per questo il silenzio-assenso può rappresentare una svolta importante.

L’obiettivo non deve essere semplicemente aumentare le adesioni, ma aiutare i lavoratori a costruire una pensione futura più adeguata.

Il silenzio-assenso comporterebbe l’iscrizione automatica al fondo pensione negoziale di categoria. È una scelta che lei consiglierebbe in via generale, oppure il lavoratore dovrebbe comunque valutare prima anche le altre soluzioni presenti sul mercato?

La scelta deve sempre essere consapevole ma ritengo che il fondo pensione negoziale rappresenti la soluzione più conveniente per un lavoratore dipendente.

I fondi negoziali raccolgono oggi oltre 4,4 milioni di iscritti per 81 miliardi di euro e rappresentano la forma attraverso cui la contrattazione collettiva restituisce valore ai lavoratori tramite il contributo datoriale che costituisce una risorsa aggiuntiva che va ad incrementare direttamente la posizione previdenziale del lavoratore e che costituisce una delle principali ragioni di convenienza della previdenza complementare.

Su questo punto è opportuno ricordare che l’Avviso Comune sottoscritto il 26 maggio 2026 dalle Parti Sociali ha ribadito che il contributo datoriale segue le regole definite dalla contrattazione collettiva. Pertanto, salvo specifiche previsioni contenute nei singoli CCNL, il contributo datoriale continua ad essere destinato al fondo pensione negoziale individuato dalle parti istitutive.

Questo conferma il legame tra welfare contrattuale e fondi negoziali e rafforza ulteriormente il loro ruolo nel sistema.

A ciò si aggiungono altri due elementi di grande rilievo: i costi mediamente più contenuti rispetto alle altre forme pensionistiche e una governance paritetica, senza finalità di lucro, affidata alle rappresentanze dei lavoratori e delle imprese.
Per queste ragioni il fondo pensione negoziale rappresenta, nella maggior parte dei casi, il punto di riferimento naturale per il lavoratore dipendente.

In Italia il numero degli iscritti alla previdenza complementare continua a crescere con fatica. È solo un problema di scarsa educazione finanziaria e previdenziale, oppure c’è anche una questione di convenienza percepita - o reale - dei fondi pensione?

La convenienza esiste ed è concreta. Il problema principale è che spesso non viene pienamente percepita.

Molti lavoratori continuano a considerare la pensione come un tema lontano nel tempo e tendono a sottovalutare l’impatto che le trasformazioni demografiche e il metodo contributivo avranno sulle future prestazioni pensionistiche.

Al tempo stesso non sempre sono sufficientemente conosciuti i vantaggi della previdenza complementare: il contributo del datore di lavoro, il conferimento del TFR, la fiscalità agevolata, la possibilità di beneficiare di rendimenti nel lungo periodo e i costi particolarmente contenuti dei fondi negoziali.

Occorre quindi rafforzare l’educazione previdenziale, ma anche comunicare meglio che la previdenza complementare non rappresenta un costo aggiuntivo bensì un investimento sul proprio futuro, sostenuto da incentivi fiscali e contrattuali molto rilevanti.

La riforma non si limita al silenzio-assenso sul TFR. Come valuta nel complesso le novità introdotte? Ci sono aspetti particolarmente positivi e, al tempo stesso, elementi critici o migliorabili?

Nel complesso considero positiva la direzione intrapresa dal legislatore ma è sempre auspicabile una ripresa ed una continuità di dialogo per migliorare vari aspetti.

Il silenzio-assenso rappresenta certamente una misura importante perché può favorire l’adesione dei lavoratori che oggi non effettuano alcuna scelta previdenziale.

Accanto a questo elemento va evidenziato il rafforzamento degli incentivi fiscali. La Legge di Bilancio 2026 ha infatti innalzato il limite di deducibilità dei contributi versati alla previdenza complementare da 5.164,57 euro a 5.300 euro annui, aggiornando una soglia rimasta sostanzialmente invariata per molti anni. Si tratta comunque di un segnale che riconosce il valore sociale del risparmio previdenziale di lungo periodo.

Fermo restando quanto prima affermato sul contributo datoriale e sul rispetto del CCNL, ritengo invece che la previsione normativa circa la portabilità del contributo datoriale in caso di trasferimento da un fondo negoziale ad altro non negoziale, rappresenti un aspetto non positivo. Su questo punto infatti non si può dimenticare e mettere in secondo piano la valorizzazione del ruolo della contrattazione collettiva e delle Parti Sociali, che da oltre trent’anni costituiscono uno dei pilastri dello sviluppo della previdenza complementare in Italia.

Naturalmente restano margini di miglioramento. Sarà fondamentale investire maggiormente nell’educazione previdenziale, semplificare le informazioni messe a disposizione degli aderenti e sviluppare strumenti che consentano ai lavoratori di comprendere più facilmente il proprio futuro pensionistico.

Cosa consiglierebbe a un lavoratore che ha già metà carriera alle spalle e solo oggi inizia a guardare con interesse alla previdenza complementare? È ancora in tempo per costruirsi una pensione integrativa significativa?

Assolutamente sì.

È evidente che iniziare presto consente di sfruttare meglio il fattore tempo e la capitalizzazione dei rendimenti. Tuttavia, anche chi si avvicina alla previdenza complementare dopo molti anni di attività lavorativa può ancora costruire una pensione integrativa significativa.

Il primo consiglio è aderire quanto prima al fondo pensione negoziale di riferimento, così da beneficiare immediatamente del contributo del datore di lavoro e dei vantaggi fiscali previsti dalla normativa.

Il secondo è valutare un livello di contribuzione coerente con le proprie possibilità economiche, senza rinviare ulteriormente la decisione.

Infine è importante ricordare che la previdenza complementare va valutata in una prospettiva di lungo periodo: anche venti anni di partecipazione possono consentire di accumulare un montante rilevante grazie alla combinazione di TFR, contributi individuali, contributi datoriali e rendimenti.

Oltre al TFR, esiste una cifra minima consigliabile da versare in un fondo pensione?

Non esiste una cifra uguale per tutti, perché ogni situazione reddituale e familiare è diversa.

Esiste però una soglia che considero particolarmente importante: quella necessaria per ottenere il contributo del datore di lavoro previsto dal contratto collettivo.
Versare almeno tale importo significa beneficiare di una contribuzione aggiuntiva che nasce dalla contrattazione collettiva e che incrementa immediatamente la posizione previdenziale dell’aderente. Rinunciare a questa opportunità significa, di fatto, rinunciare a una componente della retribuzione differita.

A ciò si aggiunge il vantaggio fiscale. La Legge di Bilancio 2026 ha aumentato il limite di deducibilità dei contributi a 5.300 euro annui, rafforzando ulteriormente la convenienza dell’adesione ai fondi pensione. In questo modo una parte del contributo versato viene compensata dal risparmio fiscale ottenuto dal lavoratore.

Per questo motivo il consiglio è di iniziare almeno dalla contribuzione minima necessaria per ottenere il contributo datoriale e, successivamente, aumentare gradualmente i versamenti in funzione delle proprie possibilità economiche.

Per concludere: quale messaggio darebbe a un giovane lavoratore che oggi tende a rinviare il tema della pensione perché lo percepisce come troppo lontano?

Direi una cosa molto semplice: il tempo è il capitale più prezioso che un giovane lavoratore possiede.

Nella previdenza complementare non conta soltanto quanto si versa, ma soprattutto per quanti anni si rimane iscritti. Iniziare presto significa sfruttare pienamente la forza della capitalizzazione composta e costruire nel tempo una pensione integrativa più adeguata con uno sforzo economico spesso contenuto.

A molti giovani la pensione appare un tema distante, ma proprio per questo è importante comprenderne il valore fin dall’inizio della vita lavorativa. Ogni anno di adesione in più produce effetti che diventano particolarmente rilevanti nel lungo periodo.

Il messaggio che mi sento di rivolgere ai giovani è quindi chiaro: non aspettate il momento perfetto per occuparvi della vostra pensione. Ogni anno di rinvio riduce il vantaggio che deriva dal tempo e dalla contribuzione continuativa. Iniziare presto significa fare una scelta responsabile verso sé stessi e sfruttare al meglio tutti gli strumenti che il sistema previdenziale e la contrattazione collettiva mettono oggi a disposizione.

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