Money.it intervista Maurizio Baravelli, economista e Professore presso l’Università La Sapienza di Roma. I commenti sulle operazioni UniCredit-Commerz e su OPAS di Intesa su MPS.
Banche più grandi in UE per dare maggiore linfa all’economia dell’Europa.
Della necessità che le banche europee convolino a nozze per creare megabank che possano competere con colossi USA del calibro di JPMorgan se ne parla ormai da anni.
Tra gli sponsor più illustri del consolidamento bancario la BCE e l’EBA, che guardano con occhio sempre severo ai tentativi dei governi europei di mettere i paletti ai matrimoni tra le banche.
Il tema dell’M&A nel settore è tornato a essere intanto tra i più caldi di Piazza Affari, a seguito delle doppie mosse annunciate su MPS da Banco BPM e da Intesa SanPaolo, rispettivamente attraverso la proposta di una fusione alla pari e con il lancio di una OPAS.
Pedina onnipresente del risiko bancario anche UniCredit, che ha motivato più volte l’OPS sulla tedesca Commerzbank con il desiderio e con il presunto bisogno di dar vita a una vera e propria banca paneuropea.
Recentemente è stato Jamie Dimon, CEO del colosso di Wall Street JPMorgan a indossare le vesti di paladino del risiko bancario in Europa, in una recente intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore, affermando che le fusioni tra gli istituti di credito, anche a livello domestico, sono “nell’interesse dell’Europa, dei cittadini e dell’economia globale”. Ma è davvero così?
L’intervista di Money.it all’economista e Professore presso Università La Sapienza Maurizio Baravelli
Money.it ha intervistato Maurizio Baravelli, economista e Professore presso l’Università La Sapienza di Roma sulla presunta necessità delle concentrazioni bancarie in Italia e in Europa.
Baravelli ha spiegato come il “gigantismo bancario” dovrebbe prima di tutto poggiare su “un efficiente mercato dei capitali” e su un “sistema bancario pluralista” per dare un contributo davvero efficiente all’economia europea.
Domanda: L’Europa ha davvero bisogno di banche più grandi, come auspica Jamie Dimon, numero uno di JPMorgan?
Risposta: È diventato un mainstream che una maggiore concentrazione tra le banche europee sia necessaria per sostenere la crescita in Europa. Dimon ha ricordato che i maggiori istituti bancari dell’area euro, messi insieme, valgono quanto JPMorgan da sola: ciò impedirebbe investimenti in tecnologia e AI, che sono indispensabili per essere più efficienti nel sostenere l’economia. In Europa, creare grandi campioni bancari paneuropei, va detto, non è così semplice: degli attuali primi dieci gruppi bancari bisognerebbe farne almeno cinque, raddoppiandone le dimensioni tramite aggregazioni transnazionali. Ma mettere d’accordo queste grandi banche nazionali fra loro in concorrenza è effettivamente realistico? Sono decenni che se parla. La questione principale è un’altra: è poi vero che, con un robusto sistema di megabank, l’economia europea possa diventare più competitiva? Qui bisogna distinguere, perché i problemi dello sviluppo europeo, bisogna tenerlo sempre presente, sono legati più all’efficienza del mercato dei capitali e all’allocazione del risparmio che alla dimensione delle banche. E, in ogni caso, fondamentali sono i modelli di business degli istituti di credito.
D: Quali sarebbero invece gli effetti della nascita di megabank per i clienti europei? La maggiore concentrazione del business bancario nelle mani di pochi player non andrebbe piuttosto a detrimento della concorrenza, facendo infine pagare un conto più salato ai correntisti?
R: La sua domanda è puntuale: di fatto, quali benefici effettivi hanno le concentrazioni per il mercato, le imprese e i risparmiatori? Si consideri che le aggregazioni bancarie prevedono, per giustificarle, sempre importanti economie, sia dal lato della riduzione dei costi sia dell’aumento dei ricavi. Ma, all’atto pratico, queste sinergie si dimostrano inferiori e sovrastimate: i nuovi soggetti emergenti non sempre creano maggior valore nemmeno per gli azionisti, che è l’obiettivo delle operazioni di M&A. Gli effetti sul mercato non sono sempre enunciati in modo esplicito nei piani industriali e, per dirla in modo chiaro, non vi è nessuna garanzia di riduzione di tassi e commissioni per la clientela. Le sinergie, quando sono effettive, vanno a favore dei profitti e degli azionisti. Infatti, le concentrazioni non riducono automaticamente i prezzi. E anche la qualità dei servizi dipende dalle strategie: può migliorare solo se la maggiore scala si accompagna a nuovi investimenti: digitalizzazione, cybersecurity, AI, servizi avanzati. Se ciò non avviene, non è detto che la concentrazione aumenti la qualità delle prestazioni nei confronti della clientela. Ci possono essere, invece, effetti non favorevoli: minore concorrenza e aumento del rischio sistemico nelle grandi concentrazioni.
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D: Ma se non sono le megabank, qual è il vero motore di crescita per l’economia europea?
R: La priorità è effettivamente quella dell’attuazione dell’Unione del Risparmio e degli investimenti perché l’economia europea per crescere ha bisogno che il risparmio rafforzi il capitale delle imprese e soprattutto finanzi l’innovazione. Le banche mostrano invece di essere avverse al rischio e contengono il credito alle imprese che innovano. Non aiuta certamente una regolamentazione europea restrittiva, che impone limiti alle banche nel finanziare il capitale delle imprese. In questo contesto, si può dire che l’economia europea non soffre per la mancanza di grandi banche: soffre per la mancanza di un mercato dei capitali profondo, liquido, paneuropeo, capace di incentivare e trasformare il risparmio privato negli investimenti non solo delle imprese ma anche nei grandi progetti industriali e infrastrutturali comunitari come indicato dal Rapporto Draghi. Insomma, il vero nodo è che l’Europa ha bisogno soprattutto di intermediari che finanzino l’innovazione. Ma bisogna pur sempre ricordare che la prima debolezza europea è un capitalismo familiare poco orientato a generare grandi imprese industriali e la mancanze di misure pubbliche che facciano crescere strutturalmente il mercato interno.
D. Ciò non avverrebbe con le operazioni di M&A tra le banche di cui si sta parlando in questi giorni?
R: Esattamente. L’aggregazione Unicredit-Commerzbank non modifica la struttura del finanziamento europeo, non migliora l’attività creditizia e il sostegno alle PMI, non risolve la scarsità di equity, e non colma il gap con i grandi colossi Usa e cinesi. È un progetto che rafforza Unicredit, non l’economia europea. Si continua a parlare della necessità di grandi campioni europei, ma nessuno si chiede perché le maggiori banche europee tendono a ridurre il credito quando il sistema produttivo europeo è basato sulle PMI, che dovrebbero essere meglio assistite nelle strategie di crescita. Se le imprese europee non crescono, ciò dipende anche dalle banche, mi pare. E con le mega concentrazioni la situazione non credo che cambierebbe, anzi peggiorerebbe perché si ridurrebbe la concorrenza penalizzando proprio le PMI, che sono il 99% delle imprese europee. Il vero problema è che l’economia europea non cresce ed è poco competitiva non per le dimensioni delle banche ma, lo ripeto, per un prevalente capitalismo familiare poco aperto all’innovazione e al capitale esterno; per cui, non è che con la creazione di megabank la situazione possa strutturalmente cambiare.
D. Eppure i grandi banchieri italiani continuano a promuovere e a lanciare nuove operazioni di risiko
R: In realtà, questi discorsi dei banchieri, e mi riferisco a quelli italiani, sono strumentali perché tendono a creare consenso sui loro obiettivi di crescita dimensionale con le acquisizioni per aumentare il potere di mercato e, in tal modo, creare maggiore valore per gli azionisti sul quale essi sono valutati e ricompensati. Queste strategie espansionistiche possono migliorare la stabilità e avere anche qualche effetto di scala, ma non incidono sulla crescita economica; la concentrazione Unicredit- Commerzbank, per ritornare a un caso attuale, può razionalizzare l’area retail e quella del credito alle PMI ma resta debole nel business dell’investment banking dove entrambi gli istituti sono storicamente e tuttora poco presenti senza poter contrastare Citi o JPMorgan che sono specialisti in quel business. Quanto al mercato della finanza globale, negli ultimi anni c’è stata un’inversione di tendenza del multinational banking, con un ritorno ai mercati domestici. Bisogna, quindi, chiarire cosa significa quando si dice che le banche europee devono difendersi dalla concorrenza dei colossi internazionali. Se questi finanziano l’economia europea è una circostanza favorevole alla crescita, o no? Anche il caso Intesa- MPS mostra che il risiko bancario è guidato da strategie in cui hanno un peso rilevante gli obiettivi di massimizzazione dei profitti. Lo sviluppo dell’economia e la sostenibilità sociale non pare che appartengano in modo determinante alle decisioni strategiche. E qui senza voler entrare nel merito della difesa del risparmio degli italiani, che appare ad evidenza strumentale.
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D: Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha detto che “le dimensioni degli istituti e le aggregazioni non sono un valore in sé, tranne forse per gli azionisti, ma lo possono diventare per il Paese, quando esse migliorano la capacità del sistema bancario di accrescere la proiezione internazionale delle aziende italiane e rafforzano le condizioni per investire in tecnologia, sicurezza e innovazione”. È dunque d’accordo con lui?
R: Sono d’accordo, è quello che sostengo. Le concentrazioni bancarie dovrebbero produrre ricadute positive per il mercato, contribuendo a rafforzare la stabilità finanziaria, migliorando l’efficienza operativa e la capacità competitiva anche sul piano internazionale degli intermediari e promuovendo, pertanto, la crescita economica. Ma questo non è detto che avvenga, le concentrazioni tendono a ridurre la concorrenza e a rafforzare le già significative strutture oligopolistiche. Non si può, quindi, non concordare con il ministro Giorgetti. Lo stesso concetto è stato espresso recentemente anche dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che ha ricordato che le concentrazioni bancarie sono utili se, nel rafforzare gli intermediari, preservano la concorrenza, sostengono l’economia reale e migliorano la qualità dei servizi.
Tuttavia, questo principio non risulta completamente osservato perché gran parte delle concentrazioni risponde soprattutto all’obiettivo di creare valore per gli azionisti senza grandi preoccupazioni per il mercato. Si tratta di operazioni motivate da logiche di potere che riducono la concorrenza invece di accrescerla. Per fare un esempio, non si vede come l’OPAS di Intesa su MPS possa migliorare il mercato, visto che comporta lo smembramento e l’eliminazione di un concorrente diretto, riduce la concorrenza e rafforza la posizione di dominanza del primo gruppo bancario del nostro Paese. La creazione di un “terzo polo”, con riferimento all’aggregazione MPS-Banco BPM presenta aspetti invece positivi per il mercato, dato che evita il rafforzamento di un sostanziale duopolio (Intesa /Unicredit) e non indebolisce la presenza territoriale dell’attività creditizia con benefici per le economie locali.
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D: Ma se non è diventando più grandi, cosa dovrebbero fare le banche italiane per acquisire maggiore importanza nello scacchiere finanziario internazionale?
R: Per accrescere la propria proiezione internazionale, le banche italiane devono anzitutto superare la logica domestica che ha caratterizzato il settore negli ultimi decenni. Come già accennato, devo ricordare che dopo la Grande Crisi Finanziaria del 2007-2008 c’è stato un ridimensionamento delle strategie nel multinational banking: le banche europee – e quelle italiane in modo ancora più marcato – hanno ridotto la loro espansione internazionale, chiuso filiali, venduto asset esteri e riportato il focus sul mercato domestico. Oggi le banche si trovano davanti a un nuovo ciclo di espansione internazionale, ma con caratteristiche completamente diverse rispetto al passato, guidato da tecnologia, integrazione e pressione competitiva globale.
D: Cosa pensa del piano appena annunciato da JPMorgan e presentato sempre da Jamie Dimon, ovvero del Security and Resilience Initiative (SIRI) da $1.500 miliardi, volto a “facilitare, finanziare e investire in settori vitali per la sicurezza economica dell’Occidente”, mettendo a terra $90 miliardi per l’Italia?
R: Gli annunci del piano di 1.500 miliardi di JPMorgan, così come i grandi programmi delle banche cinesi, non coinvolgono i mezzi finanziari di questi intermediari ma riguardano la loro capacità di mobilitare capitali attraverso una serie di operazioni finanziarie di mercato (ad esempio project finance, M&A advisory, emissioni obbligazionarie, altre operazioni di finanza strutturata). In pratica viene attivata un’ingente massa di capitali mettendo insieme un sistema di imprese, fondi, investitori istituzionali, governi e mercati dei capitali. L’impatto sul PIL deriva dalla nuova capacità produttiva collegata all’investimento di questi capitali che vengono mobilitati attingendo prevalentemente al risparmio privato. E questo conferma l’interesse di JP Morgan per lo sviluppo del mercato unico dei capitali europeo. L’effetto può essere rilevante per i grandi progetti in energia, difesa, semiconduttori, infrastrutture critiche di grande interesse per l’economia europea. Non si ha una stima ufficiale dell’impatto sul PIL europeo del piano SRI. JPMorgan stessa parla di “facilitare, finanziare e investire” in settori critici, non di spesa diretta garantita anno per anno. L’effetto sulla crescita potrebbe collocarsi nell’ordine di alcuni decimi di punto percentuale annui sul PIL reale europeo nel medio periodo tenuto conto dei settori che hanno una maggiore impatto diretto su produttività e capacità industriale europea. L’effetto dipenderà anche da come i singoli Paesi sapranno trasformare queste operazioni di investment banking in nuova capacità produttiva e maggiore produttività.
“Indubbiamente”, conclude Maurizio Baravelli, “lo scenario finanziario si sta modificando rapidamente, sia in Europa sia nel mondo, per cui diventa di grande interesse comprendere gli effetti delle strategie bancarie sul mercato e sull’economia. Devo aggiungere che la questione delle dimensioni e della concorrenza è importante ma dovremmo parlare anche della necessità di un sistema bancario che deve restare, comunque, pur sempre pluralista, dal punto di vista dimensionale, istituzionale e dei modelli di business”.