Spesso è l’Agenzia delle Entrate che chiede soldi ai lavoratori: questa volta sei tu a poterlo fare. Ecco come funziona il rimborso del 730/2026 se non lo paga il datore di lavoro.
Dalla scorsa settimana è possibile inviare la dichiarazione dei redditi con modello 730/2026: un’occasione, per molti lavoratori, per recuperare tutta o una parte dell’Irpef pagata nel corso dell’anno precedente e trattenuta dall’azienda in qualità di sostituto d’imposta.
Quando, grazie a detrazioni e deduzioni, risulta che l’Irpef versata l’anno prima è stata superiore a quella effettivamente dovuta, al contribuente spetta un rimborso. Di norma, per i lavoratori dipendenti, questo viene riconosciuto direttamente in busta paga, anticipato dal datore di lavoro, che poi recupera la somma in sede di liquidazione delle imposte.
Tuttavia, soprattutto quando si tratta di importi medio-alti, può nascere un conflitto con il datore di lavoro, che potrebbe rifiutarsi di anticipare il rimborso Irpef, creando non poche difficoltà al dipendente.
Proprio per evitare possibili contenziosi con l’azienda, è stata prevista per tutti la possibilità di inviare il modello 730/2026 senza indicare il sostituto d’imposta. Va però considerato che, scegliendo questa strada, si rinuncia a ricevere il rimborso in tempi più rapidi: tra un rimborso Irpef con sostituto d’imposta, che nel migliore dei casi può arrivare già a luglio, e uno pagato direttamente dall’Agenzia delle Entrate, che generalmente non viene erogato prima di dicembre, possono trascorrere diversi mesi.
A questo punto sorge una domanda: se il lavoratore vuole comunque “forzare” il datore di lavoro ad agire come sostituto d’imposta, può procedere in questa direzione anche in caso di rifiuto? E, soprattutto, il datore di lavoro è obbligato a riconoscere il rimborso Irpef quando il dipendente lo richiede tramite 730? Facciamo chiarezza.
Rimborso Irpef obbligatorio per i datori di lavoro, ma…
Per rispondere a questa domanda bisogna distinguere tra ciò che prevede la normativa e ciò che, invece, può essere opportuno fare nella pratica.
Sul piano normativo, infatti, il datore di lavoro non può sottrarsi al proprio ruolo di sostituto d’imposta. Di conseguenza, una volta ricevuto il prospetto di liquidazione da parte dell’Agenzia delle Entrate, è tenuto a riconoscere il rimborso spettante al lavoratore.
Va detto, però, che si tratta di un obbligo che può incontrare alcuni limiti operativi. Può accadere, ad esempio, che l’azienda, nel periodo in cui normalmente vengono effettuati i conguagli - generalmente tra luglio e settembre - si trovi in una condizione di carenza di liquidità e abbia quindi difficoltà ad anticipare il rimborso, soprattutto se i lavoratori interessati sono molti.
Un’altra ipotesi è quella dell’incapienza del datore di lavoro: si verifica quando il rimborso Irpef da erogare ai dipendenti risulta superiore alle imposte che l’azienda deve versare, impedendole così di recuperare integralmente le somme anticipate.
In queste circostanze, all’azienda deve essere riconosciuta la possibilità di:
- pagare il rimborso a rate in busta paga, entro il limite di dicembre dell’anno corrente;
- comunicare all’Agenzia delle Entrate l’impossibilità di erogare il rimborso.
In entrambi i casi, le eventuali somme non corrisposte confluiscono nella Certificazione Unica. Il dipendente potrà quindi recuperarle soltanto l’anno successivo, sempre attraverso la dichiarazione dei redditi.
Queste soluzioni, però, possono portare il lavoratore a ricevere il rimborso con modalità e tempi persino meno favorevoli rispetto al pagamento diretto da parte dell’Agenzia delle Entrate. Per questo è opportuno chiedersi: pur restando fermo l’obbligo dell’azienda, ha sempre senso far leva su questo per pretendere il “bonus” Irpef direttamente in busta paga?
…non sempre conviene pretenderlo
Come anticipato nel paragrafo precedente, quando si parla di rimborso Irpef in busta paga bisognerebbe sempre tenere conto delle condizioni dell’azienda, oltre che della propria situazione personale.
Nel caso in cui sappiate che il vostro datore di lavoro è poco incline ad anticipare questa somma, sia per ragioni di liquidità che per una questione di volontà, molto probabilmente non conviene percorrere questa strada. Come visto sopra, infatti, si rischia persino di andare oltre le tempistiche previste per il rimborso pagato direttamente dall’Agenzia delle Entrate.
C’è poi un aspetto legato al rapporto fiduciario. “Forzare” la mano è sempre sconsigliabile, soprattutto considerando un principio su cui spesso insistiamo nelle nostre guide per i lavoratori dipendenti: il buon senso.
Perché, se già sapete che potrebbero nascere problemi, fermo restando che si tratta di un vostro diritto, ha davvero senso arrivare allo scontro con il datore di lavoro quando esiste un’altra possibilità, cioè bypassarlo richiedendo il rimborso direttamente all’Agenzia delle Entrate? Una domanda che contiene già la risposta.
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