Quanto e cosa guadagna un portaborse in Italia?

La recente vicenda del portaborse Antonello Nicosia e della deputata Giuseppina Occhionero (Italia Viva) ha riacceso i riflettori sui collaboratori dei nostri parlamentari: ecco quanto e cosa guadagnano in Italia e in Europa.

Quanto e cosa guadagna un portaborse in Italia?

In teoria il loro nome sarebbe collaboratori parlamentari, ma in Italia sono da sempre meglio conosciuti con il termine di portaborse con la loro figura che ha anche ispirato un celebre film di Daniele Luchetti.

Dopo la clamorosa protesta durante la scorsa legislatura e il caso riguardante Antonello Nicosia e la deputata di Italia Viva Giuseppina Occhionero, stanno emergendo particolari poco gratificanti per la nostra classe politica riguardo le modalità e, soprattutto, i pagamenti del lavoro in questione.

Come spesso accade in questi casi è stato inizialmente un servizio televisivo, della trasmissione Le Iene questa volta, a far conoscere una situazione lavorativa più che precaria sconosciuta ai più, ma che invece è ben nota da sempre alla nostra classe politica.

Nello stipendio di ogni parlamentare italiano ogni mese viene versata una lauta somma per pagare i propri portaborse, dovendone poi rendicontare ogni quattro mesi soltanto la metà. I collaboratori però nella maggioranza dei casi vengono pagati poco o anche per nulla, con un contratto regolare che rappresenta un’autentica chimera.

Da qui ecco che è scaturita la protesta davanti Montecitorio dei portaborse, con una delegazione della loro associazione di categoria che nell’ottobre 2017 è stata ricevuta da Laura Boldrini.

L’allora Presidentessa della Camera si era impegnata poi di cercare di risolvere questa situazione dove però serve l’avallo dei parlamentari, tanto che anche in questa nuova legislatura le cose non sembrerebbero essere cambiate.

Quanto e cosa guadagnano i portaborse in Italia?

Dietro il lavoro di ogni deputato e senatore c’è da sempre l’attività di uno o più collaboratori. Attivi in pratica sette giorni su sette e senza orari fissi di lavoro, i portaborse sono gli autentici deus ex machina che di fatto portano avanti la macchina parlamentare.

Durante la scorsa legislatura, alla Camera ne erano registrati 628 mentre al Senato il loro numero si aggirava sui 300. Un servizio de Le Iene del 2017 però ha acceso i riflettori sulla condizione lavorativa molto precaria dei portaborse.

Con una telecamera nascosta, una giovane collaboratrice del deputato centrista Mario Caruso ha smascherato i poco corretti usi di molti politici: portaborse pagati poco o per nulla, nessuna garanzia e in questo caso anche delle presunte avances sessuali.

Da qui ecco che è montata la protesta dei collaboratori parlamentari, che davanti a Montecitorio hanno dato vita a un sit-in per chiedere maggiori tutele. Ma quanto guadagnano i portaborse in Italia?

Ogni mese i senatori ricevono 4.180 euro e i deputati 3.690 euro per le spese riguardanti l’esercizio di mandato, soldi quindi che servono per pagare i propri collaboratori e che ogni parlamentare deve rendicontare per il 50% ogni quattro mesi.

I pochi portaborse fortunati che possono vantare di avere un contratto regolare guadagnano all’incirca 1.200 euro al mese, mentre per tutti gli altri la media va dai 500 agli 800 euro. Al Senato il minimo sindacale è 375 euro, asticella che invece non esiste alla Camera.

Senza contare poi i tanti che lavorano a gratis, con i parlamentari che in questi casi li definiscono “volontari”. Antonello Nicosia, ex portaborse della deputata Giuseppina Occhionero eletta tra le fila di Liberi e Uguali e ora passata con Italia Viva, dopo il suo arresto si è scoperto come a registro prendesse solo 50 euro lordi al mese.

In cambio però poteva utilizzare a suo piacimento il tesserino da collaboratore parlamentare, che usava secondo gli inquirenti per fare da tramite tra i mafiosi in carcere e quelli fuori grazie alla possibilità di poter effettuare incontri in carcere.

Ma che fine fanno quindi i soldi versati ogni mese a deputati e senatori? Semplice, rimangono nelle disponibilità dei parlamentari con il paradosso massimo di quel politico che anni fa andò a licenziare il proprio collaboratore perché a sua detta con quella somma doveva pagarci il mutuo della propria casa.

La differenza con l’Europa

Durante la protesta dei rappresentanti dell’Aicp, ovvero l’associazione di categoria dei collaboratori parlamentari in Italia, sono stati ricevuti da Laura Boldrini che si disse più che disponibile a sollecitare un intervento per risolvere questa situazione poco gloriosa per la politica nostrana.

In teoria basterebbero due delibere fatte dall’ufficio di presidenza del Senato e da quello della Camera per regolamentare la loro posizione, ma come già avvenuto nel 2015 il fronte politico questa volta è più che mai bipartisan nell’opporsi a ogni provvedimento.

Al Parlamento Europeo e negli altri paesi dell’Unione le cose funzionano in maniera differente: i politici scelgono i loro collaboratori che poi vengono assunti, oltre che pagati, direttamente dall’istituzione.

I portaborse europei quindi possono contare su un regolare contratto di lavoro, con stipendi da 1.800 a 7.2000 euro al mese, oltre a tutta una serie di tutele specie in materia previdenziale.

In Italia invece spesso i parlamentari nostrani tendono a considerare il lavoro dei portaborse quasi un favore che fanno a giovani aspiranti politici, che invece che soldi ricevono in cambio come paga un ipotetico grosso bagaglio di conoscenza e di rapporti. Le pacche sulle spalle però difficilmente possono servire a pagare l’affitto e le bollette.

Se venisse adottato anche da noi il metodo europeo, i nostri parlamentari però si vedrebbero togliere dal loro stipendio un’importante voce di entrata. Vedremo dunque se deputati e senatori durante questa legislatura acconsentiranno a fornire queste garanzie, che sarebbero basilari in ogni democrazia occidentale, ponendo fine alla precarietà dei loro preziosi portaborse.

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