L’entusiasmo dietro all’IPO SpaceX e al boom dell’AI porta nuovo interesse tra gli italiani verso l’investimento azionario negli USA. Ecco tutti i costi da considerare.
Capire come comprare azioni americane è un conto, sapere tutti i costi a cui si va incontro è un altro. E i dettagli, come spesso accade nella vita, fanno la differenza.
Sì, acquistare azioni SpaceX, Nvidia o Apple oggi è semplice quanto acquistare un biglietto del treno, bastano pochi tap sullo smartphone, ma è solo un’apparente semplicità. C’è un meccanismo fiscale a due corsie (una americana, una italiana) che, se ignorato, può limitare il rendimento di un investimento, anche ben scelto. Cosa significa davvero, in termini di costi e tasse, investire a Wall Street se si è residenti in Italia?
I costi di mercato, prima ancora delle tasse
Partiamo da quello che non ha a che fare con il fisco, ma con l’operatività. Ogni broker applica commissioni diverse - alcune piattaforme online oggi offrono commissioni molto basse, in certi casi azzerate, sull’acquisto di azioni americane, ma per saperlo serve controllare le voci meno visibili, come i costi di conversione valutaria o quelli di custodia dei titoli.
Le azioni USA si comprano e si vendono in dollari, quindi ogni volta che si passa da euro a dollari (e viceversa) il broker applica di solito uno spread sul cambio EUR/USD. Di conseguenza, l’andamento stesso del cambio influenza il rendimento finale. Un guadagno realizzato in dollari può ridursi, o al contrario aumentare, una volta convertito in euro, a prescindere da come si sia comportato il titolo in sé.
C’è poi un’imposta meno nota ma comunque dovuta per chi detiene azioni estere presso un broker o una banca fuori dall’Italia: l’IVAFE, l’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero pari allo 0,2% l’anno sul valore del portafoglio. Con i broker italiani, di solito, viene applicata automaticamente, mentre con i broker esteri tocca calcolarla e versarla da sé.
Attenzione: plusvalenze e dividendi non sono la stessa cosa
Qui arriviamo al cuore della questione, quello che confonde di più chi si avvicina per la prima volta al mercato americano: le azioni USA generano due tipi di reddito completamente diversi che vengono tassati in modo diverso.
Cominciamo dalla parte più semplice, le plusvalenze. Quando si vende un titolo a un prezzo più alto di quello di acquisto, quella differenza è un guadagno in conto capitale. Per un investitore italiano, non fa alcuna differenza se il titolo è americano, italiano o giapponese: la plusvalenza viene tassata in Italia con un’imposta sostitutiva del 26% e stop. Gli Stati Uniti, in genere, non trattengono nulla sulle plusvalenze realizzate da chi non risiede sul loro territorio. E ricordiamo che le plusvalenze possono essere utilizzate per compensare eventuali minusvalenze, cioè perdite realizzate su altre vendite, riducendo così l’imponibile.
Con i dividendi, invece, la faccenda si complica, perché le agenzie fiscali di entrambi i Paesi. Gli Stati Uniti applicano normalmente una ritenuta del 30% sui dividendi versati a investitori stranieri ma, grazie alla convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Stati Uniti, questa aliquota scende al 15% ma solo a una condizione: che sia stato compilato il modulo W-8BEN presso il proprio broker. Una volta che il dividendo arriva «al netto» della ritenuta americana, entra in gioco anche l’Italia, che applica un ulteriore 26% calcolato su quanto resta dopo il prelievo statunitense (il cosiddetto «netto frontiera»).
| Il W-8BEN, per esteso «Certificate of Foreign Status of Beneficial Owner», è il documento che attesta al fisco americano la residenza fiscale italiana dell’investitore, permettendo di applicare l’aliquota ridotta del 15% sui dividendi invece del 30% pieno. Si compila online tramite il proprio broker, di solito in pochi minuti, meglio se già al momento dell’apertura del conto o comunque prima di ricevere il primo dividendo. Resta valido per alcuni anni solari, dopodiché va rinnovato (lo stesso vale se cambia la residenza fiscale). |
Facciamo un esempio per capire meglio: su 100 dollari di dividendo lordo, con il W-8BEN compilato, gli Stati Uniti trattengono 15 dollari, lasciandone 85. Su questi 85 dollari l’Italia applica il suo 26%, che equivale a circa 22 dollari. Il risultato finale, quello che arriva davvero in tasca, è di circa 63 dollari su 100, per un prelievo fiscale complessivo intorno al 37%. Senza il modulo compilato, la ritenuta americana sale al 30%.
E la dichiarazione dei redditi?
Se si usa un broker italiano, o comunque uno che opera in regime amministrato, è l’intermediario stesso ad agire da sostituto d’imposta. Applica quindi automaticamente le trattenute su plusvalenze e dividendi e l’investitore non deve fare praticamente nulla in dichiarazione dei redditi, a parte i dovuti controlli.
Le cose si complicano un po’ con i broker esteri che non fungono da sostituto d’imposta in Italia e che operano nel cosiddetto «regime dichiarativo». In questo caso è l’investitore stesso a dover dichiarare plusvalenze e dividendi nella propria dichiarazione dei redditi, tipicamente nel quadro RT (o nel quadro T del modello 730/2026) per le plusvalenze, nel quadro RM (o nel quadro M del modello 730/2026) per i redditi di capitale come i dividendi e nel quadro RW (o nel quadro W del modello 730/2026) per il monitoraggio patrimoniale estero, da cui si calcola anche l’IVAFE.
Come funziona con gli ETF?
Chi non vuole scegliere titolo per titolo può orientarsi verso gli ETF, i fondi quotati che replicano un intero indice come l’S&P 500. Anche qui, però, conviene scegliere quelli armonizzati (UCITS, domiciliati in genere in Irlanda o Lussemburgo) perché sono tassati in modo semplice al 26%, come le azioni, e il fondo stesso gestisce già a monte la questione della ritenuta USA sui dividendi, risparmiando all’investitore il pensiero del W-8BEN. Gli ETF non armonizzati, invece, finiscono tassati con le aliquote IRPEF ordinarie fino al 43%. Gli ETF ad accumulazione, poi, reinvestono i dividendi internamente e rimandano la tassazione al momento della vendita, permettendo al capitale di crescere senza “interruzioni” annuali.
I costi di gestione degli ETF (il cosiddetto TER, total expense ratio) sono spesso bassissimi, un ETF sull’S&P 500 può costare una frazione di punto percentuale l’anno. Ma attenzione: se un ETF va in perdita, quella minusvalenza rientra tra i «redditi diversi» e non può essere compensata con le plusvalenze o i guadagni di altri ETF, che invece sono considerati «redditi da capitale». Per compensare una perdita da ETF servono guadagni da altri strumenti, come azioni singole o ETC.
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