Conto alla rovescia per l’ultimo annuncio sui tassi USA di Jerome Powell. Occhio alle previsioni sull’esito della riunione. Qualcuno parla di canto del cigno.
Annuncio sui tassi USA in arrivo: quali sono le previsioni sull’esito della riunione della Fed?
Oggi, mercoledì 29 aprile 2026, al termine di un meeting durato come di consueto due giorni il FOMC, il braccio di politica monetaria della Fed diramerà il comunicato sulle decisioni che avrà preso sui tassi sui fed funds.
L’annuncio è atteso per le 20 ora italiana. Sarà poi il Presidente della Fed (ancora per poco) Jerome Powell a presentare le motivazioni di quello che sarà stato il suo ultimo atto sui tassi, nella conferenza stampa che inizierà alle 20.30.
Analisti e mercati scommettono su un nulla di fatto, dunque su tassi USA inchiodati all’interno del range compreso tra il 3,5% e il 3,75%.
Tassi USA ancora fermi, attesa per il canto del cigno di Powell
Reuters ha definito il discorso atteso di Powell come “canto del cigno ”.
Fissata al 15 maggio, la scadenza del mandato di Powell a capo della Fed è, ormai, in dirittura d’arrivo, con il passaggio del testimone a Kevin Warsh, nominato dal Presidente americano Donald Trump, che sembra cosa fatta.
Venerdì scorso, il dipartimento di Giustizia USA ha annunciato infatti la chiusura dell’indagine a carico di Powell, rimuovendo così l’ostacolo più grande alla conferma da parte del Senato di Warsh a prossimo timoniere della Federal Reserve.
Alcuni esponenti del Congresso americano avevano promesso infatti battaglia, opponendosi all’inizio dell’era Warsh a causa dell’inchiesta penale ancora pendente su Powell.
Con l’indagine terminata - il dipartimento di Giustizia ha rimpallato la questione alla commissione di controllo interna alla Fed - Warsh avrebbe ormai la strada spianata per ottenere il via libera alla sua nomina, e per fare così il suo ingresso nella cabina di regia della banca centrale USA.
Tassi USA, Powell fedele a se stesso fino alla fine con minaccia inflazione più calda
Dal canto suo, Powell rimarrà fedele a se stesso e, nell’intento di preservare la sua legacy di banchiere centrale indipendente, terrà i tassi ancora piantonati al livello del 3,5%-3,75%, a dispetto delle pressioni e attacchi continui del Presidente Trump.
D’altronde, se prima erano ’solo’ i dazi a esercitare una pressione rialzista sull’inflazione, costringendo Powell a rimanere sull’attenti, ora c’è anche la guerra USA-Iran a rendere l’opzione wait and see la più auspicabile.
La conta dei danni del conflitto in Medio Oriente è già iniziata: con i prezzi del petrolio balzati del 50% circa dall’inizio della guerra, l’indice dei prezzi al consumo USA - tra i parametri principali per comprendere il trend dell’inflazione - ha segnato a marzo il balzo più forte in quasi quattro anni.
La componente dei prezzi della benzina è schizzata del 21,2%, al ritmo record dal 1967, incidendo per circa 3/4 sul trend mensile dell’indice CPI (+0,9%, a fronte di uno scatto su base annua del 3,3%).
Da Powell toni ancora più hawkish?
Presupposti per abbassare i tassi USA in questo momento, per Powell, non ce ne sono.
Esiste anzi la possibilità che il banchiere adotti un linguaggio più restrittivo, ragion per cui, secondo State Street Markets, la conferenza stampa di oggi potrebbe “risultare più importante del comunicato stesso”.
Gli analisti hanno avvertito che, “poiché riteniamo che le condizioni per una pausa prolungata si siano rafforzate, Powell adotterà probabilmente un tono più restrittivo rispetto a marzo ”.
D’altronde, con i segnali di stabilità arrivati dal fronte macro, ci sono “ poche ragioni perché Powell assuma toni accomodanti, con i mercati che a malapena mantengono aspettative di tagli nei prossimi due anni”.
Anche Martin Van Vliet, Global Macro Strategist di Robeco, ha parlato del rischio di una posizione più hawkish di Powell, ricordando che “il conflitto in Medio Oriente ha aumentato in modo significativo l’incertezza sulle prospettive dei tassi d’interesse, come riconosciuto dalla Fed nella sua ultima riunione di metà marzo”.
Van Vliet ha aggiunto che, “sebbene in precedenza fossero stati segnalati ulteriori tagli dei tassi, l’emergere di rischi al rialzo per l’inflazione ha costretto i policymakers a considerare anche uno scenario di rischio estremo che preveda tassi di riferimento più elevati ”.
Lo strategist ha ricordato quanto detto da Powell nella conferenza stampa di marzo, ovvero il ruolo che gli investimenti nell’AI (intelligenza artificiale) ricoprono “nell’innalzare temporaneamente il tasso di interesse neutrale”.
Il banchiere ha sottolineato inoltre che i tassi si trovano “intorno al confine tra restrittivi e non aggiungendo che, in assenza di ulteriori progressi sull’inflazione, i tagli non sarebbero appropriati ”.
Dunque, ultimo atto, ma anche schiaffo di Powell a Trump o, per usare toni più morbidi, ultima mossa con cui fino alla fine il banchiere rivendicherà l’indipendenza della Fed.
Secondo le previsioni, anche oggi i tassi USA rimarranno dove si trovano, ormai da dicembre 2025. Per quanto riguarda la loro traiettoria futura, la palla passerà a Kevin Warsh (occhio al calendario delle riunioni della Fed nel 2026), che ha precisato di recente al Congresso di non essere il fantoccio di Trump. Ma i mercati gli crederanno?
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